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Il racconto di Veronica

Quando entrai per la prima volta al Centro Astalli, un pomeriggio di luglio, solo per avere qualche informazione la sensazione fu quella di una discesa agli inferi, vapore e odore di cibo e sapone. Occhi dell'altro mondo che ti guardano come se venissi dall'altro mondo.
Passò qualche mese e ci tornai. Questa volta l'atmosfera mi era già più familiare. La prima, la seconda, la terza "selezione" (effettivamente qui i volontari li scelgono con cura!). Poi finalmente ho cominciato, un martedì di ottobre. Mi sono subito impegnata a capire come riempire le schede, cosa dovevo scrivere, come potevo evitare gli errori nell'intento di essere il più possibile efficiente. La prima, la seconda, la terza scheda poi mi sono accorta che facevo delle domande, scrivevo il necessario, riuscivo anche a non fare errori (quasi sempre) ma le persone non le guardavo, non ricordavo i loro visi, non guardavo quegli occhi dell'altro mondo.
Ho provato a farlo, ho provato a parlare con loro, a riconoscerli. E' una cosa difficile, che si impara piano piano, con pazienza. Raccontano del loro mal di denti, della tosse, di come non riescono a respirare, del prurito e del mal di schiena. Chiedono una medicina che possa curare il loro male. Ma forse questa medicina non esiste. Eppure in ambulatorio continuiamo ad ascoltare questi mali, a dare uno sciroppo o un'aspirina che allevi la nostalgia di casa, l'incertezza per il futuro e la mancanza di punti di riferimento. Credo sia importante imparare a farlo sempre meglio.
Adesso quando scendo quella scala e velocemente mi dirigo alla fine del lungo corridoio che porta in ambulatorio incontro occhi amici. "Buongiorno", "sabah alkair, keifa aluk?", "come va?". Sono le parole che risuonano. Saluto le persone che riconosco, osservo i nuovi arrivati, annuso l'aria per capire cosa si mangia quella sera. Adesso sembra quasi di arrivare a casa.
Forse il segreto è questo. Avvicinarsi, conoscersi, diventare familiari. Prendersi cura di chi deve imparare a prendersi cura di se stesso in un luogo estraneo, diverso dalla propria casa, distante da ciò che gli è noto, è faticoso ma apre gli occhi su cose lontane, apre la mente. Per questo è una strada che vale la pena di essere percorsa.