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Lo stile del servizio

Facciamo servizio alla mensa del Centro Astalli da vari anni. Ogni mercoledì vediamo passare centinaia di persone, alle quali non facciamo altro che porgere un piatto. A volte condito da un sorriso e da due chiacchiere, se c'è un  po' di tempo e se la fila fuori non spinge.
Di quasi tutti non abbiamo conosciuto le traversie legali, moltissimi non ci hanno raccontato la loro storia, non abbiamo aiutato nessuno a trovare un lavoro. Abbiamo semplicemente passato loro un piatto con qualcosa da mangiare, mentre ci rimbalzava continuamente in mente la frase che ha detto una volta un ragazzo: "un paese che non dà nemmeno un piatto di pasta a chi viene da fuori non si può dire civile". Se fossimo andate noi nello Stato da cui lui proveniva, ci avrebbero dato da mangiare?
Poi ci sono state persone che abbiamo "incontrato" davvero: nomi che abbiamo imparato, storie che abbiamo ascoltato. Alcuni ora vivono in altre città, alcuni li vediamo ogni tanto, altri danno una mano tuttora a gestire la mensa. Averli conosciuti ci spinge a informarci e a conoscere meglio i conflitti e i problemi che agitano i paesi da cui provengono, ci convince senza esitazioni a rifiutare la guerra, ci fa fremere davanti alle immagini televisive quando i telegiornali annunciano "l'ennesimo sbarco di clandestini".
Quello che ci è sempre piaciuto di più del Centro Astalli� Lo stile di lavoro e il mettersi alla pari con le persone che arrivano e l'atmosfera che riescono a creare anche con noi volontari. Se siamo giù sappiamo che quel pomeriggio c'è qualcuno che ci ascolta, se abbiamo voglia di fare due risate sappiamo che troveremo chi ci farà una battuta ironica, se abbiamo fatto una cavolata sappiamo che ci sarà chi, senza tanti formalismi, non ce la farà passare liscia, di qualsiasi nazionalità egli sia. In quella cucina, proprio come se fosse una casa, abbiamo trovato e continuiamo a trovare una familiarità che riscalda i nostri mercoledì pomeriggio. E a pensarci bene, non è una cosa da poco, non è una cosa tanto facile da trovare.  

Stefania Mirra e Marta Pensi