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La mensa
Un lungo corridoio in cui passa, sfilando, la geopolitica dei quattro continenti. Cammina ordinata la storia del mondo. Scorre lungo le inferriate in ordine sparso: la guerra in Eritrea, le violenze in Costa D’Avorio, la tragedia afgana, le finte democrazie in Togo e Guinea sono lì ad aspettare che qualcuno si accorga di loro, si occupi di quello che succede nelle loro città, nelle loro case, alla loro gente. Volti giovani, spesso poco più che ragazzi diventati adulti in viaggio, chiaramente da poco in Italia, si trovano a far la fila nel centro di Roma per consumare un pasto, spesso l’unico della giornata. L’attività del Centro Astalli è iniziata da qui: già nell’autunno del 1981 nei corridoi di via degli Astalli si distribuivano panini ai primi rifugiati presenti a Roma. Erano etiopi e avevano bisogno di tutto. Soprattutto di qualcuno che li ascoltasse, che prendesse atto della loro presenza in una città indifferente. Quel servizio è cresciuto, grazie all’impegno di tanti, fino ad arrivare ai circa 400 pasti caldi al giorno di oggi. Mai come quest’anno la mensa, in convenzione con il Comune di Roma, ha dovuto gestire un’emergenza pasti che non accenna a diminuire. Proprio per venire incontro alle esigenze di un numero sempre più elevato di persone, nel 2010 la sede sorica del Centro Astalli è stata ristrutturata, con l'importante contributo di Enel Cuore e di Fondazione BNL.
Mangiare è il primo dei diritti e la mensa è il luogo in cui si comincia a chiedere giustizia: se anche il cibo è un privilegio, tutto il resto è impossibile. La fila che si allunga sul marciapiede, in pieno centro di Roma, è una sfida all’indifferenza dei passanti. Dopo il pasto, ci si può dedicare a tutto il resto: dal corridoio di via degli Astalli comincia per molti un percorso di assistenza e integrazione. Tutti gli altri servizi sono cresciuti intorno al centro ideale della cucina, un po’ come avviene in una famiglia numerosa. Dopo essersi alzati da tavola, si entra nelle altre stanze per cercare informazioni, assistenza, un medico, un avvocato. A volte si dimentica quanto possa essere umiliante e imbarazzante essere costretti a mettersi in fila per un pasto. Per i ragazzi curdi e afgani, che arrivano in gruppi numerosi, è più facile: il pasto è un’occasione di scherzare tra loro e con gli operatori. Ma per chi è solo, e magari non è più giovane, è diverso. Quella fila è il segno tangibile di quanto si è perso, un peso difficile da portare per chi era abituato a non aver bisogno di nulla. Il rifugiato non fugge per bisogno, ma perché qualcuno gli ha tolto da un giorno all’altro la sicurezza, la libertà, la vita stessa.


