jesuit refugee serviceomelia per il 25° anniversario del JRS

Omelia di S.E. il Cardinale Stephen Fumio Hamao, presidente del Pontificio Consiglio dei Migranti e Itineranti, in occasione della Messa di Ringraziamento per il 25° anniversario del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati

21 Ottobre 2005, Chiesa del Gesù, Roma
 
Era lì e questo ha cambiato la sua vita. Padre Arrupe, 1945. Hiroshima. La gente soffriva e lui ha mostrato compassione, solidarietà. Era necessario farlo e bisognava agire. E lui ha trasformato il noviziato in una clinica. Quell’apocalisse gli ha aperto gli occhi. Ciò che aveva visto lo ha toccato profondamente, ha cambiato radicalmente la sua vita e influenzato le sue decisioni future. E forse ha contribuito a definire la missione dei Gesuiti: una fede che realizza la giustizia, un impegno a vivere una vera solidarietà con chi non ha voce e non ha potere. Padre Arrupe si è sentito certamente toccato quando i boat people fuggivano dal Vietnam e ha fatto sentire la sua voce. E noi come reagiamo a queste esperienze? Qual è la nostra risposta? Così è nato il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati.

Questo stesso messaggio si ritrova nelle letture di oggi. Nel Vangelo (Mt. 2: 13-15, 19-23) Gesù fugge in Egitto e poi torna a Nazareth. Matteo lo presenta come il nuovo Mosè, il Messia. Da Abramo, il padre della fede, a Davide, il re della pace, a Gesù che rappresenta l’inizio della redenzione per tutto il popolo di Israele. La storia della salvezza e della liberazione che ha origine in Israele è il destino di tutte le nazioni. Un movimento, in cui Gesù è divenuto ispirazione e guida per la giustizia e la pace, verso la pienezza della vita, verso i valori del Regno. Valori che devono essere difesi, e ogni volta il rinnovamento richiede un esodo. Il messaggio del vangelo chiede nuove decisioni e conduce a una distinzione tra chi lo accoglie e chi lo rifiuta.

Il Deuteronomio (24: 17-22 ) invita ad attualizzare la parola di Dio. Ciò richiede una speciale attenzione per chi è socialmente fragile, per lo straniero, l’orfano e la vedova. La responsabilità è in mano all’intera comunità. Non è un messaggio rivolto solo al re, o ai capi di stato. Ogni individuo è responsabile per chi è debole: per gli stranieri, i migranti, i rifugiati e gli sfollati interni. Ognuno è chiamato a mettersi dalla parte di chi è oppresso, perseguitato, respinto. Di chi vive ai margini della società. Questo è il messaggio che apprendiamo dalle letture di oggi.

La gente segue ancora Gesù, il Messia. Credono nei valori della non-violenza, invece che nell’uccisione dei bambini. Accettano i sacrifici invece di cedere e far affievolire i valori della fede e dell’amore. Sono convinti che il Dio Yahwè realizzerà la pienezza nella vita della gente, attraverso il suo potere, divenendo percepibile nelle persone e nei loro atteggiamenti; attraverso le nostre mani e quelle di coloro che ci seguiranno. E la sua parola viene a noi: “Oggi, io chiamo te, mia figlia, mio figlio, dall’Egitto”.

Siamo qui oggi, perché tutti abbiamo risposto a questa chiamata, in un modo o nell’altro. Ricordiamo con gratitudine i venticinque anni di servizio del JRS, che con perseveranza e fede continua ad essere presente in situazioni difficili. Un’organizzazione che è viva e presente, a sostegno di molte persone disperse nel mondo. Il Jesuit Refugee Service è una benedizione per loro e per quelli che condividono le loro esperienze. Impegnati direttamente, alle radici, con le persone, stando al loro fianco, guardando nei loro occhi e ascoltando le loro storie. In campi profughi dove il cibo scarseggia, a fianco dei più giovani con progetti di formazione, in aree protette per offrire consulenza alle donne a rischio, nei centri di detenzione per visitare innocenti, con le comunità cristiane riunite per celebrare le speranze e i dolori della vita di tutti i giorni. È necessario costruire un futuro. In questo spirito il JRS è presente anche nei corridoi delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea. Per affrontare le cause del problema. Per ricordarle ai politici e ai rappresentanti delle istituzioni, in modo che chi non ha voce possa vedere dei segni di speranza. Comunque, il JRS è al lavoro. È un’azione incentrata sulla fede che diviene per molti un esempio, un’ispirazione da seguire. Un’azione che unisce, per la realizzazione di un servizio, singoli individui che possono apparire impotenti, ma sono preparati a proseguire nella stessa direzione, seguendo Gesù il Messia. Continuando a credere che, insieme ad altri, sia possibile realizzare i segni del Regno. Io spero e prego che rimaniamo persone così. Dopo tutto, “le gioie e le speranze, i dolori e le angosce delle donne e degli uomini di quest’epoca, specialmente di coloro che sono poveri o in qualche modo oppressi, sono le gioie e le speranze, i dolori e le angosce, dei fedeli di Gesù Cristo”.