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Rapporto 2010
Tracciare il bilancio dell’anno in cui, per la prima volta, abbiamo assistito ad una forte limitazione del diritto d’asilo nel nostro Paese è molto doloroso per chi, da quasi trent’anni, ha scelto di camminare a fianco dei rifugiati e di far sentire la loro voce. I respingimenti in Libia, il primo dei quali è stato effettuato lo scorso maggio, non fanno più notizia: sono una prassi abituale, una procedura come un’altra, che ormai viene peraltro espletata a buona distanza dalle nostre acque territoriali, il più delle volte senza un coinvolgimento diretto delle nostre navi. Ma il silenzio che è sceso su questo argomento non rende la questione meno grave. È preciso impegno del Centro Astalli continuare a chiedere che venga garantita nuovamente la possibilità di chiedere protezione in Italia per chi arriva via mare, in accordo con quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra e dalla nostra Costituzione.
La situazione italiana, ma ancor di più quella della Grecia recentemente descritta da un rapporto dell’UNHCR, suscitano forti perplessità in merito all’efficacia del sistema comune d’asilo che l’Europa da anni tenta di costruire. La realtà dei fatti è sotto gli occhi di tutti: le diversità tra i sistemi d’asilo degli Stati membri sono troppo numerose e sostanziali; alcune situazioni non garantiscono affatto l’accesso alla protezione, né la dignità e la sicurezza che i rifugiati legittimamente cercano nel nostro continente. Forse è arrivato il momento di ammettere che il processo di armonizzazione, lungi dall’essere ultimato, va rivisto radicalmente. Le politiche di contrasto dell’immigrazione irregolare hanno finito con il prevalere sulla tutela dei più deboli. Un capovolgimento di prospettiva è indispensabile, se non si vuole rinunciare ai principi fondamentali di libertà e giustizia su cui la stessa Unione Europea si fonda. Nell’enciclica “Caritas in veritate”, Benedetto XVI ricorda i diritti inalienabili che devono essere riconosciuti ad ogni essere umano, migranti inclusi, e fa una proposta precisa: istituire un’autorità politica mondiale capace di far rispettare le regole stabilite nelle convenzioni e nei trattati e quindi tutelare i diritti di migranti e rifugiati. Certamente la prospettiva del singolo Stato, troppo viziata da interessi politici ed economici particolari, rivela davanti al dramma dell’asilo tutta la sua inadeguatezza.
Il calo degli arrivi in Italia non si è purtroppo accompagnato ad un miglioramento del sistema di accoglienza. I posti a disposizione continuano ad essere largamente insufficienti e le liste di attesa eccessivamente lunghe, specialmente nelle grandi città. Continua il fenomeno delle occupazioni, con tutte le emergenze socio-sanitarie che queste situazioni di illegalità e marginalizzazione comportano. Continua a non essere garantito un diritto soggettivo all’accoglienza per chi arriva in cerca di protezione, dopo aver subito violenze e viaggi estenuanti. Restiamo convinti che, anche in considerazione dei numeri contenuti, un maggiore impegno in questo senso sarebbe doveroso. Da parte nostra, al Centro Astalli continuiamo a investire risorse ad energie in questa direzione: nel 2009 è stato completamente ristrutturato il complesso Pedro Arrupe a Roma, che è ora un centro polifunzionale per rispondere alle esigenze della famiglia migrante; le sedi di Catania e di Palermo, dove la costruzione di servizi ed attività è ormai da anni consolidata, si sono costituite in forma di associazioni autonome, per poter meglio operare sul territorio, in sinergia con altri.
Molto ci sarebbe da dire infine sul tema dell’integrazione, che negli ultimi mesi è stato citato spesso, anche in contesti che non rendono giustizia alla sua complessità. Solitamente si pone l’accento solo sul dovere dello straniero di integrarsi, fino a trasformare in un requisito richiesto per legge quello che, soprattutto per un migrante forzato, è anche una legittima aspettativa e un diritto. L’integrazione non è un percorso a senso unico e per questo le responsabilità per la riuscita del processo non possono che essere condivise da chi arriva e da chi accoglie. Le Stato italiano, anche da questo punto di vista, è in affanno: iniziative episodiche e contraddittorie non si armonizzano in un sistema coerente, c’è ancora poca chiarezza sugli obiettivi e, più ancora, su come si intende conseguirli. Paradossalmente proprio i più vulnerabili si trovano privi di opportunità concrete di integrarsi nella società. La stessa protezione internazionale, concessa dall’Italia con tanta parsimonia a chi ne ha i requisiti, rischia di trasformarsi in un titolo onorifico, che non ha nulla a che vedere con la vita quotidiana e con i bisogni concreti degli interessati.
Il risultato immediato è la fila di rifugiati che continua ad allungarsi davanti alla mensa del Centro Astalli. Si tratta di persone che faticano sempre di più ad uscire dal circuito dell’accoglienza e che, non di rado, sono costrette a rientrarvi in seguito alla perdita del lavoro, a un imprevisto, a uno sfratto. Un buon numero dei lavoratori stagionali di Rosarno aveva in tasca un permesso di soggiorno per asilo politico. Questi sono fallimenti gravi del sistema, che sulla carta restituisce speranza e dignità a una persona offesa per poi togliergliela di nuovo, giorno dopo giorno, ignorando sistematicamente i suoi bisogni.
Il contesto in cui operiamo si fa, di anno in anno, più difficile. Il 2009 è stato l’anno del Pacchetto Sicurezza, dei gravi episodi di violenza xenofoba in varie città italiane, delle polemiche – spesso aspre quanto immotivate – sui minareti e sul burqa. Mai come in questo momento è importante il contributo che la società civile può dare perché siano salvaguardati i principi fondamentali di umanità e rispetto nei rapporti sociali. Penso soprattutto ai volontari e agli operatori che svolgono i servizi descritti in questo Rapporto: il loro impegno è una sfida quotidiana ai luoghi comuni e agli stereotipi che sembrano dilagare inarrestabili ovunque. È una battaglia di civiltà che non possiamo permetterci di perdere.
P. Giovanni La Manna sj
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