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Rapporto 2011

 

Abbiamo iniziato il 2011 pensando a due anniversari: i 30 anni di attività del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, a cui è dedicata l’appendice di questo rapporto, e i 60 anni dalla firma della Convenzione di Ginevra relativa allo status dei rifugiati e dalla costituzione dell’agenzia delle Nazioni Unite dedicata alla loro tutela.  

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati António Guterres, in occasione dell’anniversario dell’UNHCR, ha ricordato che i movimenti forzati di popolazione presentano aspetti nuovi e in rapida evoluzione in tutto il mondo. Oggi molteplici nuovi fattori costringono le persone alla fuga e molti di essi non esistevano quando sono nate le più importanti convenzioni internazionali sui rifugiati. Un numero sempre maggiore di persone attraversa i confini a causa della povertà estrema, dell’impatto dei cambiamenti climatici e della loro correlazione con i conflitti. A questo si aggiunge la mancata risoluzione di guerre che durano da molti anni e finiscono con l’estendersi e complicarsi su scala regionale. La Somalia e l’Afghanistan sono un esempio di questo tipo di crisi, che continuano a mettere in fuga migliaia di rifugiati. I dati raccolti dall’UNCHR lo confermano: negli ultimi due anni, con il perseverare dei conflitti e il ritorno dell'insicurezza in regioni che sembravano stabilizzate, i rifugiati e gli sfollati sono in aumento.  

Allo stesso tempo, in Europa si è consolidata la tendenza ad applicare politiche di frontiera sempre più restrittive, che troppo spesso sembrano dimenticare che tra coloro che cercano di entrare nell’Unione ci sono anche persone che hanno bisogno di protezione internazionale e le cui vite sono in pericolo. Gli arrivi via mare di migranti nel Mediterraneo centrale negli ultimi due anni si sono ridotti sensibilmente in Italia, Grecia, Cipro e Malta: nei primi 10 mesi del 2010 sono giunte via mare in questi Paesi circa 8.800 persone contro le 32.000 dello stesso periodo del 2009, con una diminuzione del 72,5%. Questo netto calo è certamente una conseguenza dei più rigidi controlli di frontiera, dei pattugliamenti congiunti e dei respingimenti in mare: queste misure evidentemente non risolvono il problema dei rifugiati, ma lo trasferiscono altrove. C’è stato infatti un aumento repentino degli arrivi via terra, ad esempio nella regione greca di Evros, dove si sono registrati 38.992 arrivi nei primi 10 mesi di quest’anno, contro i 7.574 dello stesso periodo del 2009, con un incremento del 415%. Considerando la drammatica inefficienza del sistema d’asilo in Grecia – recentemente confermata da una sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo – si è determinata una vera e propria crisi umanitaria nel cuore dell’Europa.  

Anche in Italia continuano a registrarsi gli effetti della chiusura del Canale di Sicilia attraverso l’accordo di collaborazione con la Libia. Il numero delle domande di asilo presentate nel 2010 è sceso ulteriormente: appena 10.000  rispetto alle 17.000 dell’anno precedente. Nonostante questo, il numero di rifugiati che durante l’anno si è rivolto ai nostri servizi territoriali non è calato. L’integrazione di quanti ottengono la protezione internazionale è sempre più difficoltosa. Il sistema di accoglienza nazionale resta gravemente insufficiente (nel 2010 disponeva di circa 3.000 posti). Il diritto all’accoglienza diventa così una tragica roulette, in cui a pochi fortunati corrispondono troppi esclusi. In una grande città come Roma i percorsi di autonomia alloggiativa e lavorativa sono particolarmente incerti, difficoltosi, fragili. I tempi di permanenza nelle strutture di assistenza si allungano inesorabilmente. Assistiamo a ritorni di persone che pensavano di aver ritrovato, con fatica, autonomia e dignità e che, a causa della perdita del posto di lavoro o di altri ostacoli sopraggiunti, si ritrovano al punto di partenza. Una sconfitta durissima, per loro e per noi tutti. Nel frattempo si aggravano le situazioni di esclusione e marginalizzazione, come le occupazioni di edifici pubblici incustoditi, dove i rifugiati vivono un’esistenza parallela, senza più contatti con la società che li dovrebbe accogliere, in condizioni di grave rischio socio-sanitario.  

I progetti che il Centro Astalli ha realizzato nel 2010 sono stati animati dalla preoccupazione per i più vulnerabili tra i migranti forzati: le vittime di tortura, i portatori di disagio mentale, le persone senza fissa dimora. Abbiamo cercato di aumentare la nostra capacità di accogliere, attraverso le ristrutturazioni dei centri di accoglienza e l’attivazione di un progetto sperimentale per giovani afgani presso la Fondazione “Il Faro”. Allo stesso tempo abbiamo cercato, unendo i nostri sforzi a quelli di altri soggetti attivi sul territorio, risposte efficaci per chi cerca una nuova occasione per mantenere la propria famiglia, mettere a frutto il proprio talento e dare un contributo concreto al nostro Paese. Il lavoro resta la via privilegiata per restituire dignità, fiducia e sicurezza a chi ha perso tutto.   Al Centro Astalli continuiamo ad essere convinti della necessità e dell’urgenza di un approccio organico, normativo, culturale al tema della protezione internazionale. Una legge in materia di asilo, proprio in un momento in cui i diritti umani rischiano seriamente di essere messi in secondo piano, non è eludibile e darebbe un forte segnale di civiltà, di cui il nostro Paese avrebbe grande bisogno.    

P. Giovanni La Manna s.j.

 

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Initiates file downloadSintesi del Rapporto Annuale 2011

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