associazione centro astalliventicinque anni dell'associazione

    I venticinque anni dell'associazione

    Nel novembre 2005 il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati ha festeggiato 25 anni di attività. Ma le radici di un servizio oggi presente in oltre 50 nazioni vanno ricercate più indietro nel tempo, al termine dell'ultimo conflitto mondiale. Hiroshima, 1945: padre Pedro Arrupe, futuro generale dei Gesuiti, era lì e la sofferenza indicibile inflitta all'uomo dall'uomo ha cambiato la sua vita.
    Nel 1980 assisteva alla fuga dei "boat people" dal Vietnam e in quell'occasione invitava i gesuiti del mondo a fornire aiuto materiale a chi perdeva tutto a causa della guerra, ma anche a dare voce agli ultimi, alle vittime della storia scritta dai potenti. Accompagnare, servire, difendere i diritti dei rifugiati e degli sfollati in tutto il mondo: è questa la missione del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati.

    In Italia questa missione ha assunto un significato particolare e simbolico.
    Il Centro Astalli, fin dal 1981, ha sede al centro di Roma, nel seminterrato della Chiesa del Gesù. Prima i servizi erano ridotti all'essenziale, rispondevano alle necessità più immediate: distribuzione di panini, la possibilità di una doccia, giacigli di fortuna. Con il tempo, grazie all'impegno e al sostegno concreto di molti, le attività si sono consolidate e ampliate e, anno dopo anno, il Centro Astalli è diventato un luogo di incontro, un laboratorio di integrazione.
    In un paese in cui ancora, incredibilmente, il vuoto legislativo in materia di asilo non è stato colmato, in cui l'assistenza ai profughi non è ancora un diritto e una responsabilità del governo, ma un gesto di buona volontà da parte di alcune amministrazioni locali, l'attività di un'associazione come il Centro Astalli è particolarmente preziosa.

    Rispetto agli anni '80, la città di Roma ha fatto molti progressi per quanto riguarda la cultura dell'accoglienza, interpretando il suo ruolo di metropoli multietnica e multireligiosa, dove si parlano quotidianamente tutte le lingue del mondo. Ma è altrettanto evidente che la società italiana sta attraversando un momento delicato; alcuni segnali politici, che trovano eco anche a livello europeo, ci inducono alla preoccupazione.
    La minaccia del terrorismo internazionale e l'esigenza di sicurezza hanno messo in secondo piano la tutela dei diritti di chi arriva in cerca di protezione. Operazioni ad effetto, che ben poco contribuiscono al contrasto della criminalità, hanno condotto a gravi violazioni dei diritti umani, che smentiscono e di fatto minano le conquiste democratiche che si dice di voler difendere. Si pensi alle frettolose deportazioni da Lampedusa, che la scorsa estate hanno visto respingere in Libia, senza alcuna tutela, centinaia di persone; oppure agli incidenti di Ceuta e Melilla, in cui le forze dell'ordine di un paese europeo hanno sparato su civili inermi, colpevoli solo di cercare nel nostro continente una vita degna di un essere umano.
    Questa miope ricerca di sicurezza si traduce solo in nuove barriere, che hanno costi molto alti, sia in termini economici che in termini di riduzione della libertà di tutti. Alimentare l'odio, la paura e il rancore non rafforza la nostra civiltà, ma anzi la indebolisce, attaccando le basi stesse della pacifica convivenza e di uno stato di diritto, unica vera garanzia della tutela delle differenze e delle minoranze. Gravi manifestazioni pubbliche di razzismo e di xenofobia sono il sintomo di una crisi profonda, troppo spesso alimentata da un'informazione sensazionalistica e scorretta.

    Altre situazioni, al contrario, trovano poca o nessuna risonanza nei nostri media. Secondo un rapporto presentato da Medici Senza Frontiere in collaborazione con l'Osservatorio di Pavia, i telegiornali italiani durante il 2005 hanno dedicato, ad esempio, 48 minuti alla crisi in Cecenia, 28 minuti alla situazione in Colombia, 8 minuti alla guerra in Congo, 7 minuti alla situazione in Sud Sudan, 4 minuti alla guerra in Uganda, 2 minuti agli scontri e alle tensioni che affliggono la popolazione civile in Somalia. Non hanno trovato nessuno spazio i conflitti interreligiosi in India nord-orientale e la situazione in Costa d'Avorio: sono numeri che descrivono efficacemente l'indifferenza e l'ignoranza alla base di tanti pregiudizi.

    Un'altra realtà poco nota è la detenzione dei migranti, divenuta una triste prassi in molti paesi d'Europa. La poca consapevolezza dell'opinione pubblica è dovuta al fatto che raramente viene chiamata con il suo nome.
    I "Centri di Trattenimento", i "Centri di Permanenza Temporanea" e i "Centri di Identificazione" sono invece vere e proprie prigioni dove molti uomini, donne e bambini sono privati della libertà. Non bisogna lasciare che la nostra indifferenza avalli, nell'opinione pubblica, una criminalizzazione del migrante in quanto tale: si rischia di lasciare intendere che una persona sia titolare di diritti solo se è in possesso di un permesso di soggiorno. A questo grave equivoco contribuisce non poco l'attuale legge sull'immigrazione, il cui spirito, come abbiamo in più occasioni sottolineato, è ben lontano da quello dell'integrazione e dell'accoglienza. Il lavoratore immigrato è visto solo come funzionale al sistema economico e produttivo: pertanto può rimanere in Italia solo se, e fino a quando, produce ricchezza.
    Questa stessa legge disciplina anche la delicata materia dell'asilo: il nuovo regolamento in materia è entrato in vigore, con grave ritardo rispetto ai tempi previsti, nell'aprile 2005. Alcuni aspetti positivi della legge, quali l'istituzione di sette commissioni territoriali e la drastica riduzione dei tempi di attesa per l'esame delle domande, non riescono a compensare un'applicazione della norma incompleta e incoerente. Ciò è dovuto in parte al fatto che troppo poco è stato investito per le infrastrutture indispensabili al funzionamento del nuovo sistema, ma anche al dibattito ancora aperto in merito ad alcuni aspetti particolarmente problematici della legge. A tutt'oggi solo tre dei sette Centri di Identificazione previsti sono operativi e molti dubbi di incostituzionalità pesano ancora sulle modalità del trattenimento e del ricorso.

    Operare in questo contesto richiede una costante attività di lobby, da svolgere in stretta collaborazione con altre associazioni italiane e internazionali.
    Il Centro Astalli partecipa a diversi tavoli di coordinamento e di dibattito, tra cui la Coalizione Internazionale sulla Detenzione di Rifugiati, Richiedenti Asilo e Migranti, coordinata dal Jesuit Refugee Service Europe. Inoltre, per poter monitorare meglio la situazione dei richiedenti asilo a Roma in considerazione dei recenti cambiamenti della legge e allo scopo di ottimizzare le risorse per un'azione di accompagnamento più efficace, il Centro Astalli e altre tre organizzazioni (CIR-Consiglio Italiano per i Rifugiati, FCEI - Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e CDS-FOCUS) hanno creato nel 2005 uno sportello legale comune.

    Siamo ben consapevoli che, se il presente è difficile, il futuro si presenta quanto mai incerto. I tagli ai bilanci degli enti locali, iniziati già nel 2003, continueranno anche nel 2006 e nel 2007. Gli importi sono notevoli e certamente si ripercuoteranno - come già è successo- sulla spesa sociale. Molti servizi di prima accoglienza e assistenza durante il 2005 sono stati sospesi, o considerevolmente ridotti. Nonostante le difficoltà oggettive, il Centro Astalli ha cercato di interpretare la sfida dei tempi, mantenendo i servizi storici e anzi intraprendendo progetti nuovi.
    A Ottobre 2005 è stato inaugurato a Roma, nelle adiacenze del Centro Pedro Arrupe, un centro diurno per minori a cui abbiamo voluto dare il nome di "Aver Drom", che in lingua rom significa "Altra strada". Una strada diversa, un'occasione di iniziare fin dall'infanzia a educarsi alla differenza, a giocare e imparare insieme la grammatica della convivenza. I bambini, italiani e stranieri, che frequentano le attività del Centro, tra le quali menzioniamo il piccolo gruppo scout multireligioso - un'esperienza innovativa e pionieristica di cui siamo fieri - rappresentano la società di domani e a loro è giusto dedicare i nostri sforzi e il nostro impegno.
    Le attività del Centro Astalli Palermo sono molto cresciute e ora prevedono una scuola di italiano, assistenza sanitaria, assistenza legale, orientamento al lavoro, attività culturali nelle scuole medie superiori.
    Particolarmente significativa è la collaborazione, sempre più stretta, con il Centro Astalli Catania. La Sicilia, terra di sbarchi, si sta trasformando da luogo di transito a luogo di residenza stabile per un numero sempre maggiore di stranieri: la presenza del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati può contribuire a consolidare la cultura dell'accoglienza e della legalità, a partire dalla tutela dei più vulnerabili.
    Un nuovo centro di accoglienza sta per essere inaugurato a Trento, dove è stata ufficialmente costituita una nuova sede del Centro Astalli. Il progetto nasce dalla collaborazione con la Cooperativa Villa S.Ignazio e ha l'obiettivo di offrire un sostegno e un accompagnamento a quei rifugiati che cercano nelle città del nord lavoro e dignità. Il nostro paese comincia ad essere consapevole dei benefici economici che il lavoro degli stranieri porta alla nostra economia, sembra tuttavia che molta strada ci sia da percorrere perché si diffondano un'attenzione e un rispetto autentici per le persone, nella loro diversità e ricchezza.
    Per questo la Fondazione Centro Astalli, attraverso la partecipazione attiva delle realtà della rete territoriale, continua a investire nei progetti di educazione e sensibilizzazione nelle scuole, in collaborazione con i molti insegnanti che, quotidianamente e con vera dedizione, svolgono il loro lavoro di formazione delle generazioni future.
    "Solo l'insegnamento può disfare ciò che l'insegnamento ha fatto", scriveva il filosofo Jules Isaac nel 1960.
    Queste parole sono quanto mai attuali in una società come la nostra, in cui incessantemente e con ogni mezzo si predicano l'odio, il disprezzo e la diffidenza. Ma l'insegnamento più efficace resta l'incontro diretto con i rifugiati. Le loro storie, spesso espresse con poche parole e un pudore a cui non siamo più abituati, sono una testimonianza sconvolgente di speranza e di fiducia. Abbiamo voluto diffondere alcuni di questi racconti attraverso il libro "La notte della fuga", pubblicato dall'editore Avagliano e già arrivato alla terza edizione.
    I migranti, i "clandestini", sono solitamente menzionati dai giornali e dagli studi sociologici come una massa indistinta, un numero senza volto. Crediamo che sia importante scoprire gli individui che si nascondono dietro quelle cifre approssimative. Tra loro ci sono, ad esempio, gli undici rifugiati che ci hanno regalato i loro ricordi dolorosi e tutti quelli che in 25 anni di attività sono stati accolti dal Centro Astalli; ci sono uomini e donne che con fatica e dignità lottano per ricominciare da zero in una terra straniera; ci sono anche migliaia di persone di cui ignoriamo il nome che in questo momento sono ancora in fuga, perché - come è stato detto alla famiglia di Nazareth - "non c'era posto per loro" nella nostra ricca Europa.

    P. Giovanni La Manna sj