Trieste, la strage silenziosa. Due migranti morti di freddo

Trieste, due persone migranti sono morte di freddo in poco più di un mese mentre cercavano riparo nelle aree dismesse del Porto Vecchio della città, tra gelo, precarietà e speranze disattese. Come ogni inverno, con drammatica ritualità, si continuano a sommare episodi tragici che denunciano un sistema che troppo spesso continua a dimenticarsi delle persone, in particolare di quelle vulnerabili, in fuga dal proprio paese, in cerca di un luogo sicuro.  

L’ultima vittima di questo massacro silenzioso si chiamava Sunil Tamang, 43 anni, originario del Nepal, deceduto all’ospedale di Cattinara in seguito a un arresto cardiaco. In attesa di formalizzare la sua richiesta di asilo in Questura, l’uomo aveva trovato riparo insieme ad altre decine di persone nei magazzini dismessi del porto, area abbandonata e fatiscente dove, mancando un’alternativa, i migranti tentano di trovare rifugio rimanendo esposti alle temperature invernali, scese nei giorni scorsi sotto lo zero a causa di intense nevicate e del vento di Bora.  Si tratta della seconda morte avvenuta in poche settimane nello stesso contesto: il 3 dicembre scorso, Hichem Billal Magoura, 22 anni, di origini algerine, è stato trovato senza vita all’interno di un edificio abbandonato nella vecchia area portuale della città.

Sono morti evitabili, tragedie prevedibili che continuano ad accadere a causa degli ormai sistematici ostacoli presenti all’interno del sistema per l’accesso alle procedure d’asilo, caratterizzate da lunghe file, attese estenuanti e intoppi burocratici. Secondo le associazioni presenti sul territorio e attive nel fornire un sostegno alle persone migranti, sono centinaia le persone che continuano a dormire all’addiaccio in pieno inverno in ricoveri di fortuna.

Dinanzi alla tragicità di queste notizie, la risposta istituzionale finora si è concentrata sull’attuare misure di controllo e sicurezza con un rafforzamento dei presìdi di polizia alla frontiera della città tramite l’invio di 60 ulteriori agenti per controllare i flussi migratori sul confine, misure che ignorano le cause di questa crisi umanitaria per prediligerne, ancora una volta, l’aspetto securitario ed emergenziale. Queste morti, avvenute in un paese che dovrebbe offrire protezione a chi è in fuga da guerre, persecuzioni e violenze, rappresentano una ferita indelebile per tutta la comunità.

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