I Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) continuano a rappresentare in Italia luoghi di sospensione dei diritti fondamentali, caratterizzati da isolamento, spersonalizzazione e degrado. È quanto emerge dal secondo Rapporto di monitoraggio del Tavolo Asilo e Immigrazione (Tai) “Cpr d’Italia: istituzioni totali”, che definisce il sistema dei Cpr incompatibile con i principi dello Stato di diritto e inefficace nei risultati. Secondo il Tai, come accadde per i manicomi, i Cpr non sono riformabili e dovrebbero essere chiusi definitivamente, escludendo la detenzione amministrativa dalle politiche migratorie e adottando un nuovo paradigma fondato su accoglienza, inclusione e rispetto della dignità umana.
Il Rapporto 2025, basato sui dati del progetto Trattenuti di ActionAid e dell’Università di Bari, pone al centro dell’analisi la salute mentale. Nei Cpr, denuncia il Tai, il diritto alla salute risulta sistematicamente compromesso: sono documentati uso improprio di psicofarmaci, episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio. I centri, si legge, non si limitano ad accogliere fragilità preesistenti, ma agiscono come «dispositivi patogeni», capaci di generare deterioramento psicofisico e perdita di dignità.
Gravi anche le limitazioni alla tutela legale, con difficoltà di accesso agli avvocati, informazioni frammentarie e una scarsa consapevolezza del proprio status giuridico da parte delle persone trattenute. Le condizioni materiali sono descritte come degradate, segnate da sovraffollamento, carenze igieniche, isolamento e inattività forzata. Il Rapporto segnala inoltre criticità economiche e gestionali e un calo dell’efficacia dei rimpatri: nel 2024 solo il 10,4% dei provvedimenti è stato eseguito tramite i Cpr.

