Confini e frontiere: il Rapporto Immigrazione 2026 invita a costruire una società più inclusiva

Presentata a Roma la 35ª edizione del Rapporto Immigrazione di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes. In Italia quasi 5,6 milioni di cittadini stranieri residenti contribuiscono alla vita del Paese, ma restano profonde disuguaglianze nell’accesso al lavoro, alla casa, alla scuola e ai diritti.

L’immigrazione è una realtà strutturale della società italiana, eppure, tra il contributo delle persone migranti alla vita del Paese e le opportunità che vengono loro riconosciute, continua a esserci una distanza significativa. È da questa contraddizione che prende le mosse il 35° Rapporto Immigrazione di Caritas Italiana e Fondazione Migrantes, intitolato Confini e frontiere e presentato il 19 ottobre 2026 a Roma, presso la Pontificia Università Urbaniana.

Il Rapporto, realizzato con Tau Editrice e curato da Manuela De Marco e Simone Varisco, con i disegni di Francesco Piobbichi, raccoglie 360 pagine di analisi, testimonianze e proposte, grazie al contributo di 32 autrici e autori. Un lavoro che, a trentacinque anni dalla prima edizione, torna a interrogare la società italiana sul significato delle migrazioni e sulle responsabilità necessarie per costruire una convivenza più giusta.

Il messaggio che accompagna questa edizione è meno confini e più partecipazione; non basta parlare di ingressi e controlli, occorre guardare alle condizioni concrete in cui le persone vivono, lavorano, crescono i propri figli e costruiscono relazioni. Condizioni essenziali all’integrazione che di fatto non si esaurisce nell’arrivo in un nuovo Paese, ma prende forma nella possibilità di esserne parte a pieno titolo.

Quasi 5,6 milioni di residenti stranieri: una presenza che contribuisce al futuro dell’Italia

Al 1° gennaio 2026, le persone con cittadinanza straniera residenti in Italia erano quasi 5,6 milioni, pari al 9,4% della popolazione. In un anno sono aumentate di circa 188 mila unità, contribuendo a contenere gli effetti del declino demografico.

Questi numeri raccontano una realtà che non può essere ridotta alla dimensione dell’emergenza. La presenza migrante è parte integrante della società italiana, perché attraversa il mondo del lavoro, le famiglie, le scuole, i quartieri e le comunità locali. Le provenienze sono sempre più diversificate: accanto alle comunità storicamente più numerose, come quelle rumena, albanese e marocchina, cresce il peso di diverse comunità asiatiche.

Anche il desiderio di restare in Italia è significativo: secondo l’indagine riportata nel Rapporto, il 67,4% delle persone migranti intervistate esprime questa intenzione. Un dato che richiama l’importanza delle condizioni di vita, delle relazioni e delle opportunità di partecipazione nella scelta di costruire qui il proprio futuro.

Il confine non è soltanto geografico: le barriere che ostacolano l’inclusione

Il titolo del Rapporto invita a distinguere tra confini e frontiere. Il confine può diventare una linea di separazione che definisce chi appartiene e chi resta fuori. La frontiera, invece, può essere uno spazio di incontro e di trasformazione, nel quale persone, culture ed esperienze diverse entrano in relazione.

Oggi, tuttavia, le barriere non si trovano soltanto ai margini dei territori. Esistono anche nella vita quotidiana: nell’accesso a un alloggio dignitoso, nelle procedure per ottenere o rinnovare un permesso di soggiorno, nelle opportunità professionali, nei percorsi scolastici e nella possibilità di partecipare pienamente alla vita della comunità.

Il Rapporto richiama l’attenzione sull’opacità dei canali regolari di ingresso, sulle difficoltà legate alla regolarità del soggiorno e sulle disuguaglianze che continuano a segnare l’esperienza di molte persone migranti. Si tratta di ostacoli che possono rendere fragili anche percorsi di integrazione già avviati, alimentando precarietà e marginalità.

Lavoro: un contributo fondamentale, ma ancora troppe disuguaglianze

Uno dei dati più significativi riguarda il contributo economico delle persone straniere: nel 2025, i circa 2,6 milioni di occupati stranieri hanno generato 196 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 9,7% del PIL italiano, versando inoltre 12,6 miliardi di euro di IRPEF.

A questo contributo, però, non corrisponde un pieno riconoscimento in termini di reddito e opportunità. Il reddito medio annuo dei contribuenti stranieri si attesta intorno ai 17 mila euro, contro quasi 27 mila euro per i contribuenti nati in Italia. Inoltre, i lavoratori stranieri risultano più frequentemente impiegati in professioni non qualificate e a bassa retribuzione: il 29%, rispetto all’8% degli italiani, secondo i dati presentati nel Rapporto.

Il quadro evidenzia anche il problema della sovraqualificazione: molte persone svolgono mansioni inferiori rispetto alle competenze e ai titoli di studio acquisiti. A questo si aggiungono lavoro nero, irregolarità contrattuali e sfruttamento, fenomeni che colpiscono i lavoratori e indeboliscono l’intero sistema economico.

Riconoscere il valore del lavoro migrante significa quindi andare oltre i numeri: garantire condizioni dignitose, tutelare i diritti, favorire il riconoscimento delle competenze e contrastare le forme di sfruttamento.

Casa, scuola e partecipazione: le sfide di una società inclusiva

Le disuguaglianze si manifestano anche al di fuori del mercato del lavoro. Il Rapporto segnala le difficoltà di accesso alla casa, le disparità nei percorsi scolastici e il rischio più elevato di esclusione per i giovani con background migratorio.

In particolare, tra questi ultimi il fenomeno dei NEET – giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione – raggiunge il 30%, contro il 17% registrato tra i giovani senza background migratorio, secondo i dati del Rapporto.

Anche la situazione delle persone che vivono nelle aree di frontiera richiede attenzione. Nelle diocesi di frontiera, i problemi occupazionali riguardano il 61,5% degli stranieri, contro il 44,7% nelle altre diocesi. La grave esclusione abitativa interessa il 34,5%, rispetto al 27,8% registrato altrove.

Sono dati che mostrano come il luogo in cui si vive, le risorse disponibili e l’accesso ai servizi possano incidere profondamente sulle possibilità di costruire un percorso stabile. L’inclusione richiede perciò politiche coordinate, capaci di tenere insieme lavoro, casa, istruzione, regolarità del soggiorno e partecipazione sociale.

Dalle analisi alle proposte: regolarità, diritti e responsabilità condivisa

Il Rapporto non si limita a descrivere le criticità, ma richiama la necessità di risposte concrete. Tra le priorità indicate da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes figurano l’introduzione di un permesso di soggiorno per radicamento sociale e un adeguato finanziamento del Fondo nazionale per le politiche migratorie.

Il documento richiama inoltre la necessità di rendere più efficaci e trasparenti i canali regolari di ingresso, anche alla luce delle criticità legate alle procedure del Decreto flussi. Una gestione più efficace delle migrazioni deve infatti considerare non soltanto l’ingresso nel Paese, ma anche le condizioni che permettono alle persone di vivere e lavorare regolarmente, valorizzando i percorsi di integrazione già costruiti.

Nel corso della presentazione, il Presidente di Caritas Italiana, Mons. Benoni Ambarus, ha ricordato che l’immigrazione è una realtà significativa e preziosa per il Paese, sottolineando quanto le politiche di integrazione siano ancora agli inizi. Il Direttore generale della Fondazione Migrantes, Mons. Pierpaolo Felicolo, ha evidenziato a sua volta l’importanza del dialogo con le comunità straniere e della revisione dei meccanismi di ingresso.

Il Rapporto richiama anche il ruolo delle reti territoriali, dell’associazionismo e delle comunità ecclesiali. L’indagine condotta attraverso circa 400 uffici Caritas e Migrantes mostra come il sostegno, la vicinanza e le relazioni di amicizia possano incidere positivamente sulla volontà delle persone migranti di restare in Italia.

Fonte: https://www.caritas.it/meno-confini-e-piu-partecipazione/

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