RAPPORTO ANNUALE

2019: siamo tutti sulla stessa barca

Nei giorni in cui va in stampa questo rapporto, la Terra è attraversata da una pandemia che sta mietendo decine di migliaia di vittime. Il Covid-19 ha colto di sorpresa il mondo, lo ha scosso nelle sue certezze tecnico-scientifiche e lo ha squassato dal punto di vista economico, dimostrando chiaramente che i confini non esistono, nonostante l’uomo si ostini a costruirne sempre di nuovi. Muri e barriere si rivelano inutili in un momento in cui è evidente che nessuno si salva da solo e che insieme dobbiamo prenderci cura dell’unica casa comune che abitiamo.

Anche in tale situazione di emergenza – come sempre accade – a farne le spese sono i più fragili. Questo virus ha decimato la generazione che ha ricostruito l’Italia e l’Europa dalle macerie della Seconda guerra mondiale, memoria vivente di quei princìpi di uguaglianza e giustizia che riecheggiano oggi in molte costituzioni democratiche. Chi vive in condizioni precarie, ai margini, sta pagando un prezzo altissimo. Tra questi, molti rifugiati resi irregolari, o peggio invisibili, dalle politiche nazionali ed europee di chiusura e di respingimento che hanno caratterizzato il 2019.

Allargando lo sguardo, oltre i confini tracciati dagli egoismi nazionali, i dati ci mostrano un mondo profondamente diviso e squilibrato. Il fenomeno delle migrazioni è strettamente correlato all’aumento delle disuguaglianze che attraversano il pianeta: l’1% della popolazione mondiale detiene più del doppio della ricchezza del restante 99%. I cambiamenti climatici condizionano sempre più gli spostamenti di uomini e donne, i cosiddetti rifugiati ambientali, riconosciuti tali per la prima volta dal Comitato per i diritti umani dell’Onu con uno storico pronunciamento a gennaio 2020.

Il 2019 ha segnato un nuovo triste record: secondo l’UNHCR circa 71 milioni di persone si sono trovate nella condizione di dover lasciare la propria casa in fuga da guerre, persecuzioni, calamità naturali. Un numero mai così alto nell’età contemporanea e che solo marginalmente tocca l’Europa. I rifugiati sono oltre 25 milioni, più della metà bambini, molti senza famiglia. Crisi umanitarie, ormai fuori dall’attenzione dei media, sono all’origine di gran parte delle migrazioni nel mondo. La popolazione afgana fugge da violenze e conflitti da oltre quarant’anni, nonostante la comunità internazionale continui a parlare di un Paese pacificato. In Yemen, dopo cinque anni di guerra, 24 milioni di civili hanno bisogno di assistenza e più di 3,6 milioni hanno lasciato le proprie case. In Africa, solo dal Sud Sudan, oltre 2 milioni di persone sono state costrette a mettersi in cammino. Ma la crisi migratoria più vasta rimane quella siriana che, entrata nel suo decimo anno di guerra, ha causato la fuga di oltre 5,5 milioni di persone, mentre sono più di 6 milioni gli sfollati interni che vivono in condizioni di estrema povertà.

Gli Stati dell’Unione europea hanno continuato ad attuare politiche poco solidali tra di loro e di sostanziale chiusura delle frontiere esterne, per impedire l’accesso alla protezione a quanti, in assenza di vie legali di ingresso, tentano di arrivare con viaggi sempre più pericolosi. Tutto ciò nonostante il 2018 si fosse chiuso con la ratifica da parte di 164 Paesi del Migration Compact – Patto per una migrazione sicura, ordinata e regolare (che l’Italia non ha ratificato) e il 2019 si fosse aperto con l’auspicio contenuto nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di Papa Francesco dal titolo: “La buona politica è al servizio della pace”, in cui si ribadiva che «non sono sostenibili i discorsi politici che tendono ad accusare i migranti di tutti i mali e a privare i poveri della speranza».

La Turchia e la Libia si confermano i principali Paesi di contenimento dei flussi migratori verso l’Europa, malgrado i numerosi appelli di organismi internazionali e della società civile ad interrompere gli accordi in corso con Stati non sicuri. In particolare a nulla sono valse le ripetute denunce, anche da parte delle Nazioni Unite, delle gravi violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione libici, riferite anche dai tanti rifugiati che incontriamo ogni giorno e che mostrano i segni di violenze e torture subite.

Il 2019 può essere definito l’anno delle vite sospese: migliaia di migranti hanno vissuto confinati in una sorta di limbo. Dimenticati nelle carceri libiche, nei campi profughi delle isole greche o persino sulle navi che li hanno soccorsi, lasciati in balìa delle onde per giorni, mentre l’Italia e gli altri Stati dell’Unione europea ingaggiavano un vergognoso braccio di ferro su chi dovesse accogliere poche decine di persone.

Solo 11.471 migranti sono approdati in Italia (facendo registrare un calo di oltre il 50% rispetto al 2018 e del 90% in relazione al 2017). Rimane purtroppo molto alto il numero di quanti perdono la vita in mare. La traversata dalla Libia, dove si stima che un migrante ogni trentatré muoia, si conferma la rotta più pericolosa del Mediterraneo.

Chi è riuscito ad arrivare in Italia ha subìto gli effetti nefasti dei due decreti sicurezza convertiti in legge dal Parlamento. In particolare, in maniera poco lungimirante, si è intervenuto sulla natura dei permessi di soggiorno, abolendo la protezione umanitaria, e sull’accoglienza, riducendo drasticamente i servizi previsti per i richiedenti asilo. Queste modifiche non hanno fatto altro che aggravare la precarietà di tanti migranti, generando più insicurezza e ostacolando i percorsi di integrazione; lo abbiamo sperimentato anche in molti dei nostri servizi, come dimostrano i dati presentati in questo rapporto.

In questo modo si corre il rischio di perdere un patrimonio consolidato di esperienze e di percorsi che formano un articolato sistema di accoglienza diffusa volto all’integrazione sociale dei migranti. L’incontro nazionale Comunità accoglienti – Liberi dalla paura, organizzato da Caritas Italiana, Fondazione Migrantes e Centro Astalli a febbraio 2019, ha mostrato la ricchezza di una rete costituita da tante realtà che accolgono i migranti senza paura, e ha indicato la via per costruire quella coesione sociale fatta di partecipazione e condivisione.

Nel mezzo di questa pandemia, che ci impedisce di vedere con chiarezza il futuro, il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati giunge al suo quaran-tesimo anno di attività, accompagnando i rifugiati in 56 Paesi nel mondo. L’intuizione che nel 1980 ebbe Pedro Arrupe, allora preposito generale della Compagnia di Gesù, fondando il Jesuit Refugee Service – JRS, di cui il Centro Astalli è la sede italiana, si mostra in tutta la sua forza profetica e rimane un faro per tanti uomini e donne, religiosi e laici che, nella notte dei diritti, indica la direzione, motiva azioni e genera ispirazione per un futuro con i rifugiati.

Ai migranti forzati, ai volontari, agli operatori, ai sostenitori del Centro Astalli, un grazie sincero. La speranza è che questo tempo di crisi globale ci aiuti a mettere in campo le nostre forze migliori, a compren-dere che la solidarietà è l’unica via per rialzarci. Così, come un terribile virus ci ha portato a condividere il dolore e la sofferenza, il desiderio di felicità, comune a tutte e a tutti, ci ispiri nel costruire insieme la nostra casa comune.

P. Camillo Ripamonti sj
Presidente Associazione Centro Astalli

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Sintesi Rapporto annuale 2020