Da oggi il Patto europeo su migrazione e asilo diventa operativo in tutti gli Stati membri. L’Italia lo recepisce con un decreto-legge approvato il 4 giugno. Il Centro Astalli chiede che si preservino le tutele e i diritti fondamentali che il diritto internazionale riconosce a chi fugge da persecuzioni e violenze.
Il Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, esprime profonda preoccupazione per l’applicazione del nuovo sistema comune di asilo europeo. Più che una riforma volta a rafforzare la protezione internazionale, esso rappresenta il segno di un progressivo arretramento del diritto di asilo, la cui effettiva tutela rischia di essere subordinata alle priorità del controllo delle frontiere e della sicurezza. Una scelta che mette in discussione uno dei principi fondanti dell’ordinamento europeo e della protezione dei rifugiati.
Il diritto di asilo non è solo una procedura
Il Patto europeo non cancella formalmente questo diritto, ma lo ridisegna in un modo che rischia di renderlo inaccessibile, moltiplicando gli ostacoli al suo esercizio, di fatto svuotandolo delle sue tutele e prerogative Viene infatti istituzionalizzato un approccio basato sugli hotspot che, in tempi molto rapidi, sottopone le persone in arrivo a un regime di trattenimento finalizzato a indirizzarle verso la procedura ritenuta più appropriata – nella maggior parte dei casi accelerata e svolta direttamente alla frontiera – oppure al rimpatrio immediato.
Sulla base di criteri meramente presuntivi, come la provenienza da paesi considerati sicuri, le persone che chiedono protezione internazionale vengono trattate come se le loro domande fossero, in partenza, meno meritevoli di tutela, con una conseguente compressione delle garanzie procedurali. Si tratta di un cambiamento particolarmente preoccupante: un sistema che presume l’infondatezza della richiesta anziché garantire una valutazione piena e individuale non rafforza il diritto di asilo, ma ne indebolisce l’effettivo esercizio.
L’ampliamento del concetto di “paese terzo sicuro”, che consente di trasferire la responsabilità dell’esame delle domande di asilo a paesi con cui l’Unione europea ha concluso accordi, anche in assenza di un legame significativo con la persona interessata, desta forte preoccupazione. Questa impostazione apre infatti la strada a trasferimenti verso contesti in cui la tutela effettiva dei diritti fondamentali non può essere data per scontata, con il rischio concreto di esporre le persone a violazioni dei loro diritti e a respingimenti contrari al diritto internazionale.
Le procedure accelerate alla frontiera – pensate come risposta all’efficienza gestionale – così come l’ampliamento delle ipotesi di restrizione della libertà personale durante l’esame della domanda sono misure che cambiano radicalmente la condizione in cui una persona deve dimostrare di meritare protezione.
Chi arriva alla frontiera non è un numero da processare
Il decreto italiano di recente approvazione introduce procedure accelerate per esaminare le domande di asilo direttamente alla frontiera, entro dodici settimane, mentre il richiedente è tenuto a restare in strutture designate dallo Stato senza autorizzazione all’ingresso nel territorio nazionale. Nel primo anno dovranno essere trattate così dall’Italia almeno 16.032 domande. Valutare le ragioni che hanno costretto una persona a fuggire dal suo paese in un tempo così breve, in un contesto di restrizione della libertà, senza garanzia di assistenza legale effettiva fin dal primo giorno, non è un’operazione neutrale: è una condizione che sistematicamente sfavorisce soprattutto chi è più vulnerabile. La celerità della procedura non è di per sé un problema. Lo diventa quando la rapidità è raggiunta riducendo le garanzie individuali invece di migliorare il sistema.
Prospettive future: gli hub di rimpatrio fuori dall’Europa, una frontiera che si sposta
Il 1° giugno il Parlamento e il Consiglio europeo hanno raggiunto un accordo sul nuovo regolamento rimpatri che a breve completerà il sistema introdotto dal patto. Tra le misure introdotte si prevede l’estensione del periodo massimo di detenzione fino a 30 mesi, anche per famiglie e minori, oltre alla creazione di hub in paesi terzi dove trattenere le persone in attesa di rimpatrio. Questo strumento mira a superare le difficoltà legate all’esecuzione dei rimpatri in assenza di accordi con i paesi di origine, ma solleva al contempo rilevanti preoccupazioni sotto il profilo della tutela dei diritti fondamentali e del rispetto del principio di non respingimento.
Il Patto europeo viene presentato come il punto di arrivo di un lungo percorso volto a superare la frammentazione e le crisi che hanno caratterizzato il sistema europeo di asilo. Tuttavia, le soluzioni proposte rischiano di tradursi in una significativa compressione delle garanzie individuali. Di fronte a questa involuzione è inevitabile interrogarsi sul motivo per cui il rispetto del diritto internazionale abbia progressivamente cessato di essere considerato una componente essenziale dell’interesse nazionale e collettivo.
In questo quadro, le persone migranti vengono sempre più spesso trattate come soggetti i cui diritti e le cui libertà possono essere sacrificati in nome del controllo delle frontiere, mentre la migrazione tende a essere affrontata attraverso una logica di criminalizzante.
Cosa chiediamo
Il Centro Astalli chiede alle istituzioni europee e al governo italiano di:
– non perdere di vista, nell’applicazione del Patto, le persone a cui si applica questo sistema. Non si può misurare il successo di una politica migratoria dal numero di persone trattenute o rimpatriate, ma dalla capacità di garantire a ogni persona in fuga un esame individuale, equo e accessibile della propria domanda di protezione.
– istituire meccanismi di monitoraggio indipendente alle frontiere, dotandoli di adeguate risorse e strumenti affinché possano operare in modo efficace;
– limitare l’utilizzo delle procedure accelerate e di frontiera, assicurando che il diritto a un esame effettivo delle domande di protezione internazionale sia pienamente garantito;
– tutelare e non restringere il ricongiungimento familiare;
– rafforzare la protezione di minori non accompagnati, vittime di violenza, persone con fragilità psicologica che rischiamo di diventare invisibili tra le maglie delle procedure.
P. Camillo Ripamonti, Presidente del Centro Astalli sottolinea: «Il Patto europeo entra nel nostro ordinamento in un momento in cui il dibattito sulla migrazione è sempre più schiacciato sulla logica del controllo e della gestione dei flussi. Ma il diritto di asilo non è una concessione né uno strumento da modulare in base alle esigenze politiche del momento: è un diritto fondamentale e un impegno che l’Europa ha assunto nei confronti delle persone in cerca di protezione.
Ogni volta che si restringe l’accesso all’asilo o si introducono nuovi ostacoli al suo esercizio, non si interviene su principi astratti o categorie amministrative. Si interviene sulla vita di persone reali: donne, uomini e bambini che fuggono da guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti umani e che spesso hanno già perso tutto.
Per questo è necessario chiedersi quale Europa stiamo costruendo quando la richiesta di protezione viene trattata come un problema da contenere anziché come un diritto da garantire. La credibilità dell’Unione europea si misura anche dalla sua capacità di tutelare chi cerca sicurezza e protezione, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali e degli obblighi internazionali che essa stessa ha contribuito a definire.»

