Il 15 giugno 2026, in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, il Centro Astalli ha promosso il Colloquio sulle migrazioni “RIFÙGIATI! L’accento posto su un diritto” presso l’Aula Magna della Pontificia Università Gregoriana di Roma. Sono intervenuti Mons. Paolo Bizzeti, già Vicario Apostolico di Anatolia e fondatore di A.M.O. – F.M.E. (Amici del Medio Oriente – Friends of Middle East), e Nathalie Tocci, politologa ed editorialista, Professor of the Practice alla Johns Hopkins SAIS Europe. Ha introdotto e moderato il dibattito il giornalista e scrittore Marco Damilano.
Il banco di prova di un anniversario
Nel saluto introduttivo, il presidente del Centro Astalli p. Camillo Ripamonti ha posto al centro del dibattito una domanda essenziale: quali diritti siamo davvero disposti a difendere quando diventano scomodi, quando richiedono coraggio politico, responsabilità collettiva e capacità di guardare oltre la paura?
La risposta che il colloquio ha cercato di costruire è partita da un dato di contesto: a settantacinque anni dalla firma della Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato, il diritto di chi fugge da guerre, persecuzioni e catastrofi attraversa una delle sue stagioni più difficili. Non perché il principio sia venuto meno, ma perché è stato eroso da politiche di chiusura, da accordi opachi, da un dibattito pubblico che ha sempre più smesso di interrogarsi.
P. Ripamonti ha citato le parole pronunciate da Papa Leone XIV nel suo recente viaggio alle Canarie: «La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra». E ha aggiunto: «La dignità umana non ha passaporto e non perde il suo valore quando attraversa una frontiera».
Una crisi che cresce, un’attenzione che si spegne
Il Global Trends Report dell’UNHCR (2026) ha registrato per la prima volta in un decennio una flessione nel numero di persone costrette alla fuga: 117,8 milioni, rispetto al picco degli anni precedenti. Un dato che non autorizza ottimismi: molti dei 14,7 milioni di ritorni registrati nel 2025 sono avvenuti sotto pressione e in condizioni precarie nei Paesi di origine. Nello stesso anno 5,4 milioni di persone sono state costrette a fuggire da violenze e persecuzioni. Il 70% dei rifugiati vive ancora in esilio da anni; quasi la stessa quota è ospitata in Paesi a basso e medio reddito.
L’instabilità geopolitica – dall’Iran al Libano, passando per le crisi che si protraggono nel silenzio mediatico come il Tigray in Etiopia e le persecuzioni dei Rohingya in Myanmar – ha continuato ad alimentare esodi che nessuna agenda politica sembrava disposta ad affrontare. A questo quadro si è aggiunta la dimensione climatica: entro il 2030, secondo la Banca Mondiale, oltre 20 milioni di persone nella sola Africa Subsahariana saranno costrette a spostarsi per ragioni ambientali. La crisi climatica è già una crisi migratoria.
La risposta prevalente degli Stati è rimasta quella della chiusura. Il Nuovo Patto Europeo sulla Migrazione e l’Asilo rappresenta il simbolo più visibile di un cambio di rotta: meno cooperazione, più frontiere; meno protezione, più procedure. I programmi di reinsediamento si sono più che dimezzati in un solo anno.
La sfida culturale
Il filo conduttore più profondo del colloquio non è stato però nei numeri né nei trattati, ma in una domanda di carattere culturale: cosa è accaduto al modo in cui le nostre società guardano chi arriva?
L’indifferenza, è stato osservato, ha smesso di essere percepita come un fallimento e ha cominciato a presentarsi come una posizione legittima. Le parole scelte per parlare di chi cerca protezione – “ondate”, “emergenza”, “invasione” – hanno preparato il terreno a politiche accettate senza più indignazione. Quando la persona rifugiata ha smesso di essere un soggetto di diritti per diventare un problema di ordine pubblico, qualcosa si è già spezzato nel modo in cui guardiamo gli altri.
Difendere il principio della Convenzione di Ginevra per cui la dignità della persona viene prima di tutto, anche prima dei confini, ha significato, per i relatori, non solo chiedere strumenti di cooperazione e protezione che funzionino davvero, ma soprattutto ricostruire un linguaggio capace di restituire umanità a chi è stato ridotto a categoria.
P. Ripamonti ha richiamato ancora le parole di Papa Leone XIV sull’integrazione: «Integrare non significa cancellare la storia di chi arriva né esigere che lasci alle spalle tutto ciò che fa parte della sua memoria. […] Integrare è un cammino reciproco: ogni società che accoglie ha dei doveri nei confronti di chi arriva; e chi è accolto scopre a sua volta che la dignità, riconosciuta come diritto, fiorisce quando si trasforma in responsabilità e in sincero desiderio di costruire insieme agli altri».
L’impegno del Centro Astalli
In questo anniversario e a 45 anni dalla propria nascita, il Centro Astalli ha rinnovato il proprio impegno accanto a chi cerca protezione. La Giornata Mondiale del Rifugiato è stata ribadita non come una ricorrenza da celebrare con buone intenzioni, ma come un banco di prova: per gli Stati, chiamati a non smantellare ciò che hanno costruito; per le istituzioni europee, che troppo spesso hanno confuso la gestione delle migrazioni con la loro deterrenza; per ciascuno di noi, chiamati a scegliere se considerare i rifugiati un problema da contenere o persone che ci riguardano.

