Grande Moschea di Roma

Il Centro Islamico culturale d’Italia – Grande Moschea di Roma, progettato dall’architetto Paolo Portoghesi, è senz’altro il luogo di culto islamico maggiormente visitato insieme ad alcune associazioni culturali islamiche presenti nei diversi quartieri romani.

È la più grande Moschea d’Europa e può ospitare fino a 12.000 fedeli contemporaneamente. Nei giorni di principali festività, come la Festa del Sacrificio, si registra un afflusso di circa 30.000 – 40.000 persone, delle più diverse origini. La moschea è un punto d’aggregazione e di riferimento in campo religioso e fornisce anche servizi culturali e sociali connessi all’appartenenza alla fede islamica: celebrazione di matrimoni, assistenza per i funerali, convegni e molto altro.

La Grande moschea di Roma è opera dell’architetto italiano Paolo Portoghesi e dell’architetto iracheno Sami Mousawi, che hanno tentato di realizzare una sintesi tra diverse tradizioni architettoniche e culturali; dalla tipologia persiana alle moschee ottomane, dagli archi intrecciati caratteristici della Spagna medievale alle piccole cupole ispirate al barocco occidentale di Borromini. La costruzione è stata finanziata dal re Faysal dell’Arabia Saudita e inaugurata nel 1995 dall’ambasciatore del regno del Marocco Zine El Abidine Sebti. In quell’occasione, l’ambasciatore disse: “La fondazione del Centro Islamico culturale a Roma non mira a propagandare l’Islam ma a far conoscere la vera filosofia dell’Islam e la storia della civiltà araba e islamica e ad arricchire il dialogo e l’armonia fra i seguaci della religione musulmana e della religione cristiana”.

La sua costruzione ha richiesto più di vent’anni: la prima pietra fu posta nel 1984, (anno 1362 dell’egira), dieci anni dopo la prima donazione del terreno, alla presenza dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini. L’inaugurazione avvenne il 21 giugno 1995, giorno del solstizio d’estate.

Secondo Paolo Portoghesi, una caratteristica essenziale dell’architettura islamica è di aver prodotto linguaggi molto diversi tra di loro, durante la diffusione nei paesi orientali. Per questo motivo, il progetto architettonico cerca un incontro con la storia e la tradizione locale, ad esempio attraverso l’utilizzo di materiali che generano colori tipicamente romani, come il travertino e il cotto rosato. Per lo stesso motivo, l’edificio prende spunto da più di un modello di moschea:

  • quello “della foresta”, caratteristico del Magreb e della Grande moschea di Cordova, nella Spagna meridionale;
  • quello della moschea ottomana, esemplificato dall’architetto turco Sinān;
  • quello della moschea persiana, caratterizzato dall’alternanza tra grandi corti e spazi aperti.
 
L’interno

Nella struttura, colpisce il mix tra pensiero moderno della struttura e linee curve onnipresenti  (la grande sala di preghiera richiama indubbiamente una foresta – o un’oasi, con le sue colonne a tre steli), l’uso della luce per creare un clima meditativo. L’apparato decorativo è costituito da ceramiche invetriate di colori delicati. Il tema coranico ripetuto è “Allah è luce”.

È il luogo della preghiera collettiva e obbligatoria (ṣalāt) del mezzogiorno (ẓuhr) del venerdì, o eventualmente per studiarvi materie di carattere religioso, in luoghi a ciò deputati (iwan). È possibile inoltre pregare anche all’aperto, o dentro una casa qualsiasi, purché il terreno riservato alla ṣalāt, sia delimitato da qualche oggetto (tappeto, stuoia, mantello, telo, sassi) e sia il più possibile pulito.

La moschea ha un miḥrāb, abside o nicchia che, nelle moschee più umili, può essere semplicemente disegnata su una parete o indicata da qualche oggetto nella preghiera all’aperto che indica la direzione della Mecca(qibla) della Ka’ba, considerata il primo santuario musulmano dedicato al culto di Dio. Una moschea può spesso avere anche un pulpito, il minbar, dall’alto del quale un particolare Imām che si chiama khaṭīb, pronuncia la khuṭba.

La preghiera deve essere compiuta all’interno di precisi momenti (awqāt) della giornata, scanditi dall’andamento apparente del sole. Per questo, un incaricato muezzin, (muʾadhdhin), ricorda dall’alto di una costruzione a torre, il minareto, (manār, “faro”), mediante un suo richiamo rituale salmodiato (adhān), che da quel momento in poi è obbligatorio pregare (in casa, all’aperto, in moschea). Per chi si trovi lontano dal minareto e non possa per qualsiasi motivo udire la voce del muezzìn – oggi aiutata per lo più da altoparlanti – si sciorinano talora ampi panni bianchi, ben visibili anche da lontano. Per le necessità della purificazione, sia all’interno sia nelle immediate adiacenze della moschea è spesso presente una fontana. L’area della preghiera (muṣalla), rettangolare, consentire agli oranti di ordinarsi in file e ranghi, al cui interno può esservi un orologio che in molte occasioni è di antica fattura, utile a segnalare il tempo rimanente perché sia valida la preghiera. Non ci sono raffigurazioni umane o animali, in quanto non permesse. Le decorazioni sono legate al mondo vegetale oppure sono presenti mosaici e scritte che riportano versetti del Corano tracciati con calligrafie, gli arabeschi.

Foto in anteprima e nel testo: Archivio Centro Astalli/Valentina Pompei

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