Ritratti di guerra – Filone 1

Ritratti di guerra

Scrive il filosofo fiammingo Giusto Lipsio“La guerra è destinata a durare finché sulla terra ci sarà il genere umano”. E all’arte sarà sempre affidato il compito di ritrarre le drammatiche conseguenze delle devastazioni causate dai conflitti. In epoche diverse e a latitudini diverse vari artisti sono stati testimoni in prima persona degli orrori della guerra e dell’insensatezza della violenza umana. Le loro opere spesso hanno avuto la funzione di esprimere una denuncia sociale.

Peter Paul Rubens con le Conseguenze della guerra, attraverso l’uso di un soggetto mitologico-allegorico (sono presenti Europa, Marte, Venere) fa una riflessione sull’inutilità della guerra, maturata dall’autore durante le sue missioni diplomatiche nel corso Guerra dei Trent’anni. Il soggetto è molto chiaro e il messaggio appare di grande pessimismo: Marte, trainato dalla Furia, è ormai vittorioso. Neanche Venere, simbolo dell’Amore, lo riesce a trattenere e a frenare la cieca brutalità della guerra evitando che l’Europa sia travolta dal lutto e veda distrutta la sua prosperità. Il quadro riesce a esprimere pienamente sensazioni e sentimenti che caratterizzano un periodo di guerra: distruzione, morte, paura, disperazione, furia, attraverso un sapiente uso dei colori forti e cupi.

L’opera Il 3 maggio 1808 di Francisco Goya segna una svolta nella rappresentazione, attraverso l’arte, delle vicende di guerra, raccontate non più tramite miti e leggende ma con l’uso di una cruda espressività.

Il momento estremo della guerra viene ritratto con sincerità e onestà e con una sensibilità già pienamente romantica, all’opposto della visione disincantata e composta dell’estetica neoclassica. All’immagine eroica della guerra e al ricorso al mito, Goya contrappone una verità crudele e angosciante, elimina ogni idealizzazione e descrive il dramma con grande partecipazione emotiva. L’opera raffigura la fucilazione di alcuni patrioti spagnoli che avevano partecipato ai moti del maggio 1808 contro la monarchia di Giuseppe Bonaparte, imposta da Napoleone. Il 3 maggio, in particolare, passò alla storia come un giorno estremamente sanguinoso, e negli anni successivi, divenne il simbolo del massacro portato da quella guerra. La scena è immersa nell’oscurità, e la luce si concentra sulle vittime. I personaggi sono molto caratterizzati. L’uomo con la camicia bianca, è il personaggio principale: è un eroe-antieroe, che sta per essere annullato, un condannato che spalanca le braccia come un crocefisso. Tutte le altre figure sono un’eco di questa, con diverse reazioni: disperazione, rassegnazione, paura, sconforto, incredulità. Il plotone è composto da fantocci tutti uguali e senza volto che fanno un unico blocco. È l’immagine di una macchina di distruzione, dove l’effetto ”meccanico” è sottolineato dai parallelismi e dai movimenti identici. C’è un netto contrasto tra i soldati anonimi e resi disumani, e le vittime, fortemente caratterizzate.

Messaggio di grande profondità che sarà recepito e rivitalizzato dopo quasi tre secoli da Pablo Picasso con Guernica, opera parte del periodo del cubismo sintetico dell’artista, creata per commemorare le vittime del bombardamento aereo tedesco della cittadina basca di Guernica durante la guerra civile spagnola avvenuto il 26 aprile 1937.

Dopo secoli in cui la guerra è stata raccontata, celebrata, esaltata da artisti e committenti, il maestro spagnolo getta sulla tela il suo giudizio sull’atrocità e sull’insensatezza dei conflitti.

Guernica è un dipinto di protesta contro la violenza, la distruzione, la sofferenza e la guerra in generale qui raffigurata nelle sue conseguenze materiali e immateriali. Tutto nasce dal turbamento provato dall’artista di fronte alle fotografie della tragedia basca. L’uso della bicromia (bianco-nero) amplifica la portata del dolore e dello sconforto perché rappresenta l’assenza della vita e la drammaticità. Il groviglio di elementi, figure, persone restituisce l’immediatezza del disastro.
Quest’opera è stata di riferimento per più artisti europei e non solo, soprattutto nel periodo post-bellico, quale monito a non esentarsi da un impegno diretto nella vita civile e politica anche attraverso le loro opere.

L’arte, quindi, soprattutto attraverso i dipinti, ha raccontato le guerre passate, che hanno sconvolto il continente europeo. Tutt’oggi racconta le guerre contemporanee, quelle che avvengono in paesi non distanti da noi, le cui conseguenze sembrano non avere fine, e lo fa con strumenti diversi da quelli pittorici.

Guerra e vita sono inseparabili, procedono di pari passo, convivendo simultaneamente e in parallelo”. Così, Gohar Dashti, fotografa e artista iraniana di fama mondiale, descrive la profonda visione della vita, intensa ed emotivamente coinvolgente, che sta alla base delle sue opere e attraverso la quale “narra visivamente” quel difficile contesto che è l’Iran. È la visione di chi la guerra l’ha vissuta, quella Iran-Iraq tra il 1980 e il 1988. Un Paese l’Iran oggi non più in conflitto ma che è rimasto un luogo in cui si vive con una presenza costante della guerra e in cui la violenza e le tensioni sociali sono molto frequenti.

Tra le sue varie opere l’artista iraniana nel 2008 realizza la serie Today’s Life and War, in cui, anche i più normali e semplici atti della vita quotidiana di una coppia sono in pericolo, minacciati dalla presenza di militari e di carri armati. Malgrado lo scenario inquietante, la coppia resiste e la vita va avanti.

Dice l’artista: “La serie è emersa dalle mie esperienze durante gli otto anni di guerra tra l’Iran e l’Iraq. Questo conflitto ha avuto una forte influenza simbolica sulla vita emotiva della mia generazione. Anche se possiamo essere al sicuro all’interno delle mura delle nostre case, la guerra continua a raggiungere noi attraverso giornali, televisioni e Internet. Questo corpo di lavoro rappresenta la guerra e la sua eredità, i modi in cui permea tutti gli aspetti della società contemporanea. Catturo momenti che fanno riferimento alla continua dualità della vita e della guerra senza escludere la speranza. In un campo di battaglia fittizio, mostro una coppia in una serie di attività quotidiane: fare colazione, guardare la televisione e festeggiare il loro matrimonio. Anche se non esprimono visibilmente l’emozione, l’uomo e la donna incarnano il potere della perseveranza, della determinazione e della sopravvivenza”.

La fotografia di un’altra artista iraniana Shadi Ghadirian, che dalla fine degli anni ’90 racconta il suo Paese, è caratterizzata da riflessione e critica sociale. Uno dei suoi progetti chiave è la serie Nil Nil in cui inserisce la guerra come elemento fondante della storia dell’Iran.

Mettendo a confronto la semplicità della vita quotidiana con la realtà della guerra, una bomba è nascosta in un cesto di frutta, un coltello insanguinato sta a tavola al posto della posata, dei proiettili si trovano nella borsetta di una donna, una mina sta in un letto disfatto, la borraccia del soldato sta in qualsiasi frigorifero tra il latte e la Coca Cola, tra i giochi dei bambini c’è una maschera antigas. Come se nessuno si accorgesse della quotidianità della guerra, che immancabilmente si porta dentro, o ci convivesse senza farsi troppe domande, in quella violenza sottile che è parte dell’Iran contemporaneo. Cosi l’artista spiega le sue opere: “In Nil, Nil in particolare, parlo della guerra Iran-Iraq. A quell’epoca avevo 14 anni, ma malgrado ciò ho molti ricordi. All’inizio la guerra era lontana poi, piano piano, si è avvicinata con le bombe che cadevano a Teheran. Quando, infine, sembrava che la guerra fosse finita, in realtà ci siamo accorti che chi aveva fatto la guerra la portava con sé per tutta la vita. Ho usato quei simboli per dimostrare che la guerra è sempre con noi, nel nostro quotidiano. Il popolo iraniano è cresciuto e convive con la guerra”.

L’arte produce immagini che hanno una funzione educativa, critica ed eversiva, sono dirette ed incisive e possono pertanto contribuire significativamente ad un determinato cambiamento, tanto più se le si dà il modo di esprimersi in modo nuovo e diverso, di interagire con le persone, di uscire dai consueti spazi dedicati e di non essere limitata, esclusiva ed accessibile a pochi. È quello che accade con la street art, quando l’arte nel senso più classico del termine si unisce alla pittura parietale, nata secoli prima, creando un legame indissolubile, nascono veri e propri murales artistici.

Il campo profughi di Al Zaatari

È anche con questo intento che Joel Bergner e Max Frieder, fautori di quel tipo di arte pubblica e collettiva figlia delle diverse anime di una comunità, hanno lanciato The Za’atari Project nel grande campo profughi di Al Zaatari, in Giordania, che con 90mila abitanti, è il più grande campo profughi al mondo, dopo quello di Dadaab in Kenya. Qui un bambino su tre non va a scuola, molti siriani ormai ci vivono da anni, in fuga da un conflitto che va avanti dal 2013. Un “non luogo” in cui l’arte in quanto tale non è necessità primaria ma può essere strumento di educazione e speranza. Il loro progetto ha visto coinvolti artisti del posto (tra cui Yusra Ali, artista ed educatrice palestinese che vive a Mufraq, una città appena fuori dal campo, e Ali Kiwan, artista siriano residente nel campo) e, soprattutto, i bambini rifugiati.

Un modo per dare loro voce, sommersi da una storia più grande e purtroppo troppo spesso esclusi da qualsiasi forma di istruzione. Un progetto con cui centinaia di ragazzi e ragazze hanno avuto l’opportunità di partecipare e aggiungere la propria creatività ai murales nei campi profughi e nelle comunità ospitanti. Opere coloratissime, piene di storie, dolore ma anche tanti sogni per il futuro.

L’arte, infatti, può segnare e influenzare le coscienze e la sensibilità delle persone, arrivando a un miglioramento progressivo della società. Un’idea questa che ha ispirato l’artista Tammam Azzam, artista siriano nato a Damasco nel 1980, la cui vita è cambiata drasticamente in seguito allo scoppio della guerra siriana da cui come molti altri è stato costretto a scappare. La sua arte diventa una forma di protesta, un modo per mostrare al mondo la situazione in Siria, denunciare la violenza del conflitto in atto e contribuire alla ricostruzione del suo Paese. Lo stesso artista dice: “Credo che l’arte non possa salvare il Paese. … Ma credo allo stesso tempo che tutti i tipi di cultura, arte o scrittura, cinema o fotografia , possano ricostruire qualcosa in futuro”. Tra i suoi lavori più noti la Serie “Syrian Museum”, 10 opere dedicate a dipinti di fama mondiale. Si tratta di composizioni realizzate con programmi computerizzati e fotografie digitali, tali da farli sembrare dei veri e propri murales, che uniscono immagini di celebri dipinti a quelle delle macerie causate dalla guerra siriana. Con le opere dei grandi maestri dell’arte inserite all’interno del contesto siriano, l’artista vuole contrapporre le conquiste ottenute dall’umanità e le distruzioni che lei stessa è capace d’infliggersi.

Una delle opere più celebri di questa serie è “Freedom Graffiti” che riproduce “Il Bacio” di Gustav Klimt su un muro semidistrutto e crivellato di colpi. Ma ci sono anche la “La danza” di Henri Matisse dove i personaggi del dipinto ballano sulle macerie di un palazzo e l’opera intitolata “3 maggio 1808″ di Francisco Goya, con la quale rappresentò il massacro di civili innocenti come detto in precedenza. Tammam inserisce le figure in una strada siriana per mettere in evidenza tutti “i 3 maggio” che da anni avvengono quotidianamente in Siria.

 

 

Shirin Neshat, anche lei iraniana, ha realizzato tra il 1993 e il 1997 Women of Allah, una serie di fotografie in bianco e nero di donne velate, primi piani di parti del corpo femminile (volti, mani, piedi), sulle quali l’artista sovrascrive versi di poetesse iraniane contemporanee, come Furūgh Farrukhzād, che mettono in discussione gli stereotipi associati alle donne musulmane.

Neshat, dopo essersi allontanata da casa nel 1974 per continuare gli studi negli Stati Uniti (dove risiede tuttora stabilmente), è rimasta in esilio in seguito all’avvento della rivoluzione islamica del 1979, rientrando in patria solo nel 1990. Dopo oltre dieci anni trovò l’Iran profondamente mutato: il paese è una Repubblica islamica, una teocrazia con un sistema politico e istituzionale dualistico che, ancora oggi, ingloba tratti democratici e tratti dittatoriali. In risposta a questo contesto, l’artista avverte una rinnovata urgenza comunicativa e imbraccia l’arte come un’arma, come forma di resistenza a un governo oppressivo.

Shirin Neshat, “Speechless”, 1996, (Dalla serie: “Women of Allah”, 1993-1997) © Shirin Neshat

In Speechless (1996), Neshat mostra il volto di una donna, inquadrato per metà. Lo sguardo è fisso e, insieme alla volata di un fucile, inchioda lo spettatore. Le labbra sono serrate e, come suggerisce il titolo, la donna non proferisce parola. Il suo viso è però come la pagina di un libro, parlante, in quanto ricoperto interamente dalla scrittura. L’artista sceglie la sua lingua originaria, il farsi, ovvero il persiano, per comunicare attraverso le parole di scrittrici iraniane, “incise” sulla pelle delle sue protagoniste.

Altro elemento chiave della serie è la presenza delle armi che definisce ulteriormente queste donne come guerriere: a difesa della loro religione, della loro identità o forse della libertà violata. L’impegno artistico di Neshat non si discosta da un forte impegno civile in favore della democrazia, del femminismo e contro ogni forma di pregiudizio o censura.

 

Artists and Designers Against War… or whatever they call it, una mostra all’interno all’interno del Festival del cinema documentario, svoltosi dal 14 al 17 aprile 2016 a Terranuova Bracciolini (AR), ha raccolto 25 illustrazioni contro la guerra per la prima volta stampate e messe in mostra fuori dal web di artisti internazionali selezionati all’interno del progetto IH8War. Una piattaforma creata nel 2014 per coinvolgere artisti e designer per commentare e riflettere sugli eventi attuali, un modo per comunicare a chi guarda che l’arte non è solo bella ma anche significativa.

Possiamo parlare di fotografia d’arte come parliamo di pittura e di scultura- World Press Photo è un’organizzazione no-profit con sede ad Amsterdam che dal 1955, anno della sua fondazione, indice il più prestigioso concorso di fotogiornalismo mondiale.

In questi anni il mondo è profondamente cambiato il World Press Photo ne ha raccontato i suoi sviluppi. “Il nostro scopo” – scrivono nel sito – “è quello di collegare il mondo alle storie che contano”.

Ecco alcuni scatti recenti che hanno partecipato al concorso.

Per il concorso del 2019: un bambino orfano cammina davanti a un muro con disegni raffiguranti lanciatori di granate con propulsione a razzo, a Bol, in Ciad. Molti bambini orfani, compresi i rifugiati nigeriani, vivono nelle madrase (scuole coraniche) e vengono mandati a mendicare per parte della giornata. (Marco Gualazzini, 17 ottobre 2018).

Per il concorso del 2020: Nicolas Asfouri, di nazionalità danese, ma nato a Beirut (Libano), ci ha raccontato le proteste iniziate a Hong Kong alla fine di marzo in risposta alle proposte del governo di modificare la legislazione esistente e permettere l’estradizione nella Cina continentale.

Fabio Bucciarelli, fotografo e scrittore italiano conosciuto per documentare i conflitti e le conseguenze umanitarie della guerra, ha visto in prima linea le manifestazioni per una riforma economica globale e la sostituzione della costituzione. 

Nel suo scatto un poliziotto spara un gas lacrimogeno contro i manifestanti, durante gli scontri in Plaza Baquedano a Santiago del Cile (6 dicembre 2019, Cile).

Per il concorso dell’anno 2021: iIl conflitto tra l’etnia armena e l’Azerbaijan sulla regione contesa del Nagorno-Karabakh nel Caucaso meridionale è ripreso a settembre 2020, dopo una pausa di 30 anni.

In questa foto, Valery Melnikov ritrae Azat Gevorkyan e sua moglie Anaik prima di lasciare la loro casa a Lachin, Nagorno-Karabakh, l’ultimo distretto ad essere restituito al controllo azero dopo la seconda guerra del Nagorno-Karabakh.

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