Guerre e conflitti – Filone 3

Introduzione

Le canzoni scelte in questo percorso musicale rappresentano alcuni modi di narrare il tema della guerra. Sin dai tempi antichi le battaglie sono state cantate e narrate, pensiamo solo ai poemi omerici o all’Iliade, o alle battaglie contenute nella Bibbia; ma se il punto di vista di queste guerre era quello dell’eroe, nella canzone moderna il punto di vista del narratore è indubbiamente polemico nei confronti dell’arte della guerra.

La canzone di CaposselaLettera di soldati, possiamo dire che è descrittiva, nel senso che, attraverso uno stile scarno, spesso duro, che si richiama all’Ungaretti di San Martino del Carso, descrive la desolazione che portano le battaglie, sia a livello di spazi e luoghi, sia nell’interiorità dell’uomo.

La canzone Eurialo e Niso di Massimo Bubola e Fiume Sand Creek, scritta a due mani da Fabrizio De Andrè e Massimo Bubola, riprendono lo stile delle narrazioni di battaglie (la prima, ambientata durante il periodo partigiano tra le zone montuose italiane, la seconda durante le battaglie tra i Confederati e gli indiani d’America) che guidano l’ascoltatore ad una riflessione ampia e profonda sulla guerra.

In maniera decisamente più netta e chiara è la presa di posizione contenuta nella canzone Il mio nome è mai più, interpretata da PelùLigabue e Jovanotti; la scrittura del testo è una condanna decisa ad ogni tipo di guerra e violenza.

La canzone di Noa e AwadThere must be another way, è interessante oltre che per il contenuto del testo ispirato ad un’idea di fratellanza universale, per il simbolo politico e culturale che reca: Noa è infatti di origine israeliana, mentre Mira Awad, è israeliana ma di origini arabe e di religione cristiana.

Canzoni Analizzate

• Lettere di soldati – Vinicio Capossela (2008)

• There must be another way (Your eyes) – Achinoam “Noa” Nini e Mira Awad (2009)

• Il mio nome è mai più – Jovanotti, Ligabue, Piero Pelù (1999)

• Eurialo e Niso – Massimo Bubola (1996)

• Fiume Sand Creek, Fabrizio De André (1981)

 Canzone 1

LETTERE DI SOLDATI
(VINICIO CAPOSSELA – 2008)

L’ autore

Vinicio Capossela nasce il 14 dicembre 1965 a Hannover (Germania), approda poco più che ventenne in Italia, dove si divide tra il lavoro di parcheggiatore e gli studi al conservatorio. Ben presto lascia gli studi e si trasferisce a New York dove suona nei pub e nei night-club. È grazie all’incontro con Francesco Guccini e Renzo Fantini (poi suo produttore) che riesce a pubblicare il suo primo lavoro, All’una e trentacinque circa, un album che mette già in luce la peculiarità del suo sound e che gli vale il premio Tenco come migliore opera prima.

Lo sapevi che…?

Questa canzone è tratta da Da Solo, Warner Records, 2008.

Nel 2009 questa canzone ha vinto il prestigioso premio Amnesty International Italia e Voci per la Libertà che ogni anno viene assegnato al miglior brano sui diritti umani. L’autore ricevendo il premio ha spiegato: “Ho iniziato a scrivere questa canzone al tempo della prima guerra del Golfo. Tutti noi tremavamo, era la prima volta che la guerra dava l’impressione di arrivare in casa di ognuno, in diretta, per mezzo della televisione, rendendoci partecipi come a un evento. Anni sono passati e a quella guerra ne sono seguite altre, per quanto possibile ancora peggiori. Ho voluto provare a mettere a fuoco l’impersonalità dell’uccidere”.

Testo

Apre la strada
La vita e l’amore
Chiude la strada
La morte e il dolore
Limpida è l’aria
La palma è tranquilla
Il fiume scorre
La luna non vede
Che polvere e stelle
L’alba non sente
L’angoscia di noi
Piccoli soldati
Piccoli e armati
Dal coraggio d’ordinanza e dalla noia
Dalla gloria dal rancio e dagli eroi
E dalle..
Lettere d’amore
La casa ci separa e ci avvelena
Nessuno tornerà più come prima
Filo spinato
Cemento armato
Occhi nascosti
Ovunque per terra
La radio gracchia
La testa scuote
Le buche e le ruote
Il cielo è soltanto
Una feritoia
Un recinto blindato
Di un vetro nero
Il deserto è tranquillo
Non c’è linea del fronte
Pattuglia di guardia
A balia del nulla
Nulla che esplode
Rovente nell’aria
Odore di gomma
E carne bruciata
E pezzi di cranio
Cervella per terra
E pezzi di faccia
E pezzi di noi
Meccanismi d’ossa
E protesi in cambio
E sangue drenato
E sangue versato
In sacchi di plastica
Torna un soldato
E lascia effetti
Foto e armadietti
E alcool in branda
Pornografia
E giacche graduate
Lucenti e stimmate
E soldi e coraggio
E contratti d’ingaggio
Lascia un alloggio
E lascia..
Lettere d’amore
Uccidere non è peccato se non sei ucciso tu
Uccidere non è peccato se è regola e lavoro
50 metri
Sparare al motore
A 20 nel vetro
A 10 nel cuore
Non hai conosciuto
Chi è che hai centrato
Una croce nel vetro
Nebulizzato
Non era un soldato
Non era un soldato
Piccolo e armato..
Il cielo ora è più nero e non è fumo
Nessuno tornerà più come era
La notte è serena
La palma è tranquilla
Il fiume scorre
Babilonia muta
Resta nel sole
E non si importa di noi
Piccoli soldati
Piccoli e armati
Piccoli soldati
Piccoli e armati

Analisi letteraria e musicale

  • Il testo è ricco di assonanze e allitterazioni, come si  può osservare dalla presenza della lettera “r” in quasi tutte le strofe, accentuando i suoni duri e aspri in “tr-rt-rr-rm-rd…” (apre, strada, morte, tranquilla, scorre…). Numerosi sono i vocaboli che contengono la lettera “l” e “ll”, che danno musicalità alla parola (tranquilla, stelle, coraggio…). Queste ultime sono in alternanza alle parole contenenti la “r”, e contribuiscono a creare nel canto un’alternanza di suoni duri e dolci, accompagnandosi mirabilmente al suono del pianoforte che crea un tappeto sonoro simile ad una ninna nanna, ad andamento cantilenato e melodioso (con arpeggi di tre note del pianoforte e il suono drammatico del violoncello, che sottolinea solamente alcuni momenti).

Per capire l’utilizzo del suono del violoncello si ascolti questa versione di “Lettere di soldati”
E poi lo strumento che lotta da titano fendendo i marosi dell’anima: il violoncello vascello. I suoi legni sono galeoni che danno la caccia a fantasmi, lo stridore del gabbiano accompagna il suo lamento, di forza, come Atlante si prende il mondo sulle spalle e il suono che emette è il suono della fatica, dello spostamento del grande meccano universale, uno scandaglio dell’anima. Quel che resta della voce dell’uomo, della sua umanità, quando intorno tutto la sta negando, che ricorda all’uomo di essere un uomo.” (Testo letto da Capossela nella versione di cui sopra)

  • Il testo procede per immagini, anche qui con un’alternanza di scene molto concrete, forti e dolci, di umanità. Interessante è anche il modo di cantare di Vinicio Capossela, che è quasi un parlato, sillabato: scandisce bene le parole, le lascia essere insieme alla musica, è un sussurro che contrasta molto con il testo acre e duro.
  • Nei primi quattro versi si ha l’immagine della vita che apre all’essere e della morte che chiude ogni cosa.

La natura, nel suo incedere costante (espressa con suoni in “l”, con molte vocali o con le doppie, che crea nell’animo un sentimento di tranquillità e di pace), sembra non accorgersi dell’angoscia dell’uomo.

L’eroe, il guerriero, il soldato, armato dal coraggio e dalla noia, dalla gloria e dal rancio e… dalle lettere d’amore: si riprende la forma del contrasto, tutti questi elementi sono nell’essere umano, il tutto e il niente dell’uomo.

  • Nessuno tornerà più come prima (prima considerazione del cantante): è l’effetto della guerra: il soldato ferisce e uccide, ma al tempo stesso è ferito ed ucciso. La guerra è un punto di non ritorno, cambia l’essenza dell’uomo.

Filo spinato…: è un susseguirsi di immagini della guerra, di ciò che si trova in un campo di battaglia. La desolazione è al culmine. Capossela non utilizza più un linguaggio lirico, ma diviene molto duro, spietato, è un elenco di ciò che accompagna la guerra.

  • Torna il soldato…: quali sono gli elementi caratteristici del soldato? Non c’è accenno a nulla di umano, ma solo cose, oggetti. L’unico accenno all’umanità sono le lettere d’amore, parole che non vengono più sillabate, ma vengono cantate (attraverso un climax ascendente, ossia una scala di note di moto ascendente), che ridanno all’uomo almeno una scintilla di umanità.
  • Si ritorna poi sul lavoro del soldato: uccidere. Ma può considerarsi un lavoro sparare ai propri simili?

Non hai conosciuto chi hai centrato: è la seconda considerazione dell’autore, riprende il dilemma presente già nella canzone di De Andrè, La guerra di Piero (“e se gli sparo in fronte o nel cuore soltanto il tempo avrà per morire ma il tempo a me resterà per vedere, vedere gli occhi di un uomo che muore”) del riconoscere nell’altro un uomo e non un bersaglio, con una vita, delle aspettative, un passato. Anche nel film “Gli spietati” (regia di Clint Eastwood) è presente la considerazione di fronte all’atto di uccidere: “È una cosa grossa uccidere un uomo: gli levi tutto quello che ha… e tutto quello che sperava di avere.” (William Munny).

  • La canzone si conclude con il dire che chi si è ucciso non era un soldato, piccolo e armato: chi si è ucciso era un uomo, e il cielo diviene nero non per il fumo, ma per l’odio, per l’insensatezza di una vita sprecata. Riprende la frase: “nessuno tornerà come prima”, perché la morte (non quella naturale) ha colpito il cuore dell’uomo.
  • La canzone termina con una calma della natura, che sembra non interessarsi di ciò che fa l’uomo.

 Canzone 2

EURIALO E NISO
MASSIMO BUBOLA (1996)

L’autore

Nato a Verona nel 1954, Massimo Bubola ha collaborato a lungo con Fabrizio De Andrè, con l’aiuto del quale ha pubblicato i suoi primi dischi. Con il disco Doppio lungo addio, del ’94, raggiunge una maggiore notorietà.

Massimo Bubola è sicuramente un cantautore particolare: nelle sue canzoni sono frequenti i riferimenti storici e letterari (PaveseGaribaldiDino CampanaDostoevskij), ma non mancano l’amore, la poesia e le storie di vita quotidiana e di politica italiana.

Lo sapevi che…?

“Il testo di questa ballata l’ho scritto per una promessa fatta a mio padre, comandante a soli 22 anni della Brigata partigiana “Adige” di Giustizia e Libertà. Visto il suo amore per la cultura classica e per Virgilio in particolare, ho cercato così di collegare idealmente questa storia di amore e di guerra, ambientata nel 1943, con l’episodio dell’Eneide (Dall’Eneide di Publio Virgilio Marone, Libro IX – Eurialo e Niso [vv. 176-448]) in cui i due soldati troiani Eurialo e Niso vanno a compiere l’azione notturna nel campo dei latini” (Massimo Bubola).

La vicenda dei due valorosi guerrieri è nota a molti: dopo la caduta di Troia, Niso (figlio di Irtaco e della ninfa Ida) ed Eurialo (giovanissimo figlio di Ofelte) fuggirono con Enea. Quando i Rutuli assalirono il campo troiano, i due amici si offrirono per superare le linee nemiche ed avvertire Enea, che si trovava in una zona lontana. Essi vennero scoperti a causa del riflesso dell’elmo di Eurialo, illuminato dalla luna. Niso riuscì a scappare, mentre Eurialo fu ucciso dai nemici. Il profondo affetto per l’amico spinse Niso a tornare sui suoi passi per cercarlo, ma poté soltanto vendicarlo e morire a sua volta, soggiogato dai nemici.

Di questa canzone esistono due versioni: in quella eseguita dai Gang l’impostazione melodica è quella di un canto religioso, una questua, dove, secondo la tradizione, si narra il calvario di Gesù Cristo, stazione dopo stazione. Viceversa Bubola, l’autore del testo, la trasforma in una ballata giocosa, una rivisitazione che prende a piene mani l’energia vitale ed epica del folk-rock americano. La metamorfosi è totale, ma l’intento comune è quello di realizzare una canzone usando materiali della tradizione popolare e della cultura “alta”.

Testo

1)
La notte era chiara, la Luna un grande lume
Eurialo e Niso uscirono dal campo verso il fiume.
E scesero dal monte lo zaino sulle spalle,
Dovevano far saltare il ponte a Serravalle.
2)
Eurialo era un fornaio e Niso uno studente,
Scapparono in montagna all’otto di Settembre
I boschi già dormivano, ma un gufo li avvisava
C’era un posto di blocco in fondo a quella strada.
3)
Eurialo disse a Niso asciugandosi la fronte
“Ci sono due tedeschi di guardia sopra al ponte.”
La neve era caduta e il freddo la induriva
ma avevan scarpe di feltro, e nessuno li sentiva.
4)
Le sentinelle erano incantate dalla Luna,
Fu facile sorprenderle tagliandogli la fortuna,
Una di loro aveva una spilla sul mantello,
Eurialo la raccolse e se la mise sul cappello.
5)
La spilla era d’argento, un’aquila imperiale
Splendeva nella notte più di un’aurora boreale.
Fu così che lo videro i cani e gli aguzzini
Che volevan vendicare i camerati uccisi.
6)
Eurialo fu bloccato in mezzo a una pianura,
Niso stava nascosto coperto di paura
Eurialo lo circondarono coprendolo di sputo,
A lungo ci giocarono come fa il gatto col topo.
7)
Ma quando vide l’amico legato intorno a un ramo,
Trafitto dai coltelli come un San Sebastiano
Niso dovette uscire, troppo era il furore
Quattro ne fece fuori prima di cadere.
8)
E cadde sulla neve ai piedi dell’amico,
E cadde anche la Luna nel bosco insanguinato,
Due alberi fiorirono vicino al cimitero,
I fiori erano rossi, sbocciavano d’inverno.
9)
La notte era chiara, la Luna un grande lume
Eurialo e Niso uscirono dal campo verso il fiume.

Analisi letteraria e musicale

Eurialo e Niso è una ballata composta da 8 strofe, più una ripresa dei primi due versi della prima strofa. I versi sono a rima baciata (o in assonanza), tipica della canzone popolare.

La canzone riprende il linguaggio epico, ossia narra le vicende di guerre, eroiche, di Eurialo e Niso, che sono due partigiani che combattono i tedeschi in zone montuose.

Strofa 1

Il primo verso della canzone si caratterizza sia per la presenza dei suoni in “la” e “lu”, della vocale “u”, sia per l’accostamento al termine notte (che generalmente ha una connotazione negativa). Nei poemi omerici l’uomo guarda la notte con atteggiamento di sostanziale timore: oltre che ‘nera’ o ‘scura’ (μέλαινα, κελαινή), la notte, percepita come divinità, e quindi ‘immortale’ (ἀμβροσίη), è detta ‘rovinosa’ (ὀλοή) del predicato chiara che ne alleggerisce il tono, crea un’atmosfera quasi da scampagnata (lo zaino sulle spalla).

Strofa 2

Dei due ragazzi si dice il lavoro, ossia la loro identità, e il perché dovevano far saltare un ponte a Serravalle: erano due giovani, un fornaio e uno studente, quindi gente comune, ragazzi con aspirazioni e voglia di vivere che, stanchi della dittatura fascista durante la seconda guerra mondiale, si erano uniti alle truppe partigiane (8 settembre 1943: armistizio di Badoglio, e successiva occupazione tedesca).

La presenza al verso 2 di parole con doppie (pp – tt) creano una sensazione di ostacolo, quasi di fatica. Quella fatica che presenta lo scalare i monti o il lottare per la propria libertà, così come al verso 4 i suoni “po” “blo” “fo” (C’era un posto di blocco in fondo a quella strada), su cui la voce si sofferma accentuandone la fatica.

I boschi già dormivano riprende forse l’incipit del celebre notturno del poeta di Sparta, Alcmane, (fr. 89 P) “Dormono le cime dei monti e le gole…” con la personificazione del gufo, che avvisa della presenza dei nemici tedeschi.

Strofa 3

Dal punto di vista linguistico è una strofa complessa, per i suoni, le allitterazioni, le assonanze: suoni in “fr” “rd” “pr” “rp” “tr”, che creano un verso acre e duro; sillabe “ve” e “va”, che contrastano con i suoni “fr…”, creando un’alternanza di sonorità dolci, liriche e dure.

La strofa narra dell’impresa dei due ragazzi, e sembra che, nonostante la difficoltà delle circostanze, ci siano i migliori auspici.

Strofa 4

Anche questa strofa è narrativa, e presenta suoni in “l”, “ll”, “fo”, “fu”… che sono molto musicali. Si nota come ci sia quasi l’assenza di parole senza “r”, che da un punto di vista musicale creano sonorità più aspre.

La prima parte dell’imboscata non presenta difficoltà e tutto sembra andare nei migliori dei modi.

Strofa 5

È la strofa di mezzo, nella quale c’è il passaggio della sorte, da buona a mala (sorte). Si può suddividere questa strofa in due parti. I primi due versi, confermano la grandiosità dell’impresa attraverso parole come argento, aquila imperiale, la notte che splende (cfr. vs.1) aurora boreale: ogni vocabolo rimanda ad una luminosità, ad uno splendore.

I versi 3-4, in modo brusco e inaspettato, indicano il capovolgimento improvviso della situazione. Molti i suoni in “ca”, “co”, “gu”, che inaspriscono il verso.

Strofa 6

Il cambiamento della situazione è evidenziata anche dal passaggio dalla forma attiva a quella passiva del verbo: fino a questo momento erano Eurialo e Niso che conducevano l’azione, ora Eurialo è bloccato. La forma passiva evidenzia ed enfatizza la difficoltà del momento, così come l’anacoluto al verso 3, “Eurialo lo circondarono”.

Il verso “comprendono di sputo” è un’immagine biblica, che richiama la passione di Gesù. (Bubola spesso utilizza immagine bibliche o richiami alla sacra scrittura)

Strofa 7

In questo verso Bubola, tratteggia il carattere dell’eroe, che è proprio colui che ha grandezza d’animo (l’uomo magn-animo, cioè dal grande animo), e questa grandezza non è tanto rivolta alle imprese, ma verso l’amico.

Quando vede l’amico, trafitto, come un San Sebastiano, altra immagine della tradizione cristiana (San Sebastiano fu un santo romano, di origine francese, venerato come martire dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa Cristiana Ortodossa. Nell’iconografia classica è rappresentato legato ad un albero e trafitto da numerose frecce).

Nei versi 2-4 sono presenti molti suoni in doppia “tt”, “ll” e in “r” che rendono carico di intensità il canto, così come il verbo “dovette”, di grande enfasi e pathos, che esprime proprio come l’amore è un sentimento che va oltre la scelta (Niso è costretto ad uscire per vendicare l’amico, non sceglie).

Strofa 8

I primi due versi sono di grande liricità e musicalità, non presentano neanche una parola in “r”, quasi scivolano sul canto e le parole “e cadde” in figura anaforica rendono molto bene la conclusione dell’evento: cade Niso, sulla neve, (il tema della caduta dei soldati sulla neve è ripresa anche in un’altra canzone di Bubola, Tutti quegli anni, “I racconti, quando eri al fronte, di quei ragazzi dietro di te / Che cadevano sopra la neve, senza sapere neanche il perché”). Anche la luna cade, così come il bosco, non più dormiente come all’inizio, è ferito mortalmente: la personificazione dell’ambiente è di grande effetto lirico, tutto sembra esser stato trafitto e violato.

Cosa rimane di questo amore? Sembra dirci l’autore che questo sentimento va oltre la violenza e la morte stessa, riprendendo la tradizione classica. A simbolo di questa grande amicizia nascono due piante che germogliano fiori d’inverno (la stagione dove nulla sboccia e cresce, ma tutto muore).

Il fiore rosso è un simbolo che proviene dalla tradizione classica, il rosso è il colore del sacrificio, del martirio, e il fiore è simbolo della vita: vita e sacrificio sono uniti in maniera radicale (cfr. La guerra di piero di F. De Andrè, “Dormi sepolto in un campo di grano, non è la rosa non è il tulipano, che ti fan veglia all’ombra dei fossi, ma sono mille papaveri rossi”).

Il brano, come spesso accade nelle tradizione delle canzoni popolari, si conclude riprendendo i primi due versi della prima strofa (cfr. ancora La guerra di Piero, in cui si riprende nuovamente tutta la prima strofa).

Canzone 3

FIUME SAND CREEK
(FABRIZIO DE ANDRÈ – 1981)

L’autore

Fabrizio De André nacque il 18 febbraio 1940 a Genova da una famiglia dell’alta borghesia industriale genovese.

Ispirato dal padre e dal fratello Mauro, entrambi brillanti avvocati si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza. A sei esami dalla laurea decise di dedicarsi completamente alla musica.

In quasi 40 anni di attività artistica, De André ha inciso tredici album in studio, più alcune canzoni pubblicate solo come singoli e poi riedite in varie antologie. Molti testi delle sue canzoni raccontano storie di emarginati e ribelli e sono stati considerati da alcuni critici come vere e proprie poesie, tanto da essere inserite nelle antologie scolastiche.

Nell’estate 1998, durante la tournée del suo ultimo album Anime Salve, gli fu diagnosticato un tumore ai polmoni, che lo portò a interrompere i concerti. La notte dell’11 gennaio 1999, Fabrizio De André morì all’Istituto dei tumori di Milano, dove era stato ricoverato con l’aggravarsi della malattia.

La popolarità e l’alto livello artistico del suo canzoniere hanno fatto sì che gli venissero dedicate vie, piazze, parchi, biblioteche e scuole, subito dopo la prematura scomparsa.

Lo sapevi che…?

La canzone Fiume Sand Creek si riferisce al massacro che il colonnello John Chivington fece delle tribù indiane Cheyenne e Arapaho il 29 Novembre 1864. De André immagina di vedere la vicenda dagli occhi di uno dei bambini massacrati (la vera tragedia fu che le truppe americane attaccarono i pellerossa quando gli uomini adulti erano fuori a caccia e uccisero tutte le donne, i vecchi e i bambini). Il bambino della canzone inizialmente crede di stare a sognare ma, ad un certo punto, si rende conto che non è un sogno poiché gli esce il sangue dal naso.

Le cronache del tempo narrano che, nell’estate del 1864, il governo degli Stati Uniti d’America ordinò che tutte le tribù si radunassero in uno stesso luogo, presso un forte dell’esercito, Fort Lyon, nel Colorado.

Gli Cheyenne non ubbidirono, perciò il colonnello John Milton Chivington organizzò il Terzo Reggimento dei volontari del Colorado: uomini della peggior specie reclutati per cento giorni soltanto, col compito di massacrare quanti più nativi possibile. L’ordine si rifaceva a un proclama del 1854 del governatore di quello Stato, John Evans, che esortava la popolazione a cacciare ed eliminare il numero maggiore di nativi.

Il 29 novembre 1864, il massacro fu compiuto sulle sponde del fiume Sand Creek, dov’erano appunto accampati gli Cheyenne.

Soltanto nell’anno 2000, il Congresso degli Stati Uniti chiese scusa ai nativi per la strage avvenuta 136 anni prima.

La copertina dell’album, conosciuto come “L’indiano” e inciso nel 1981 con etichetta Ricordi, rappresenta un’opera dell’artista statunitense Frederic Sackrider Remington (1861-1909), The Outlier – 1909.

Testo

1)
Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura
sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
fu un generale di vent’anni
occhi turchini e giacca uguale
fu un generale di vent’anni
figlio d’un temporale
c’è un dollaro d’argento sul fondo del Sand Creek

2)
I nostri guerrieri troppo lontani sulla pista del bisonte
e quella musica distante diventò sempre più forte
chiusi gli occhi per tre volte
mi ritrovai ancora lì
chiesi a mio nonno è solo un sogno
mio nonno disse sì
a volte i pesci cantano sul fondo del Sand Creek

3)
Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso
il lampo in un orecchio nell’altro il paradiso
le lacrime più piccole
le lacrime più grosse
quando l’albero della neve
fiorì di stelle rosse
ora i bambini dormono nel letto del Sand Creek

4)
Quando il sole alzò la testa tra le spalle della notte
c’erano solo cani e fumo e tende capovolte
tirai una freccia in cielo
per farlo respirare
tirai una freccia al vento
per farlo sanguinare
la terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek

5)
Si son presi i nostri cuori sotto una coperta scura
sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura
fu un generale di vent’anni
occhi turchini e giacca uguale
fu un generale di vent’anni
figlio d’un temporale
ora i bambini dormono sul fondo del Sand Creek

Analisi letteraria e musicale

  • La canzone comincia con una ritmica molto incalzante, data dalle chitarre, dalla batteria che utilizza in particolar modo i tom (dal suono grave) e il basso. Sembra imitare la carica dei soldati confederati verso il campo indiano.

Un effetto musicale molto interessante, finalizzato a sottolineare alcuni aspetti del testo, si trova all’inizio della strofa 4: le chitarre smettono di suonare e rimane solamente il ritmo dei tamburi (tipico strumento degli indiani) e il sorgere del sole è sottolineato dal suono dell’ocarina che imita il verso degli uccelli che cominciano a cinguettare.

Per quanto riguarda il testo,la canzone è formata 5 strofe, in ciascuna delle quali l’ultimo verso contiene il luogo della battaglia: Sand Creek.

Strofa 1

Il primo verso presenta assonanze in “s”, “si”, “so” il cui suono può riprodurre il sibilo delle frecce durante la battaglia Il testo inizia in maniera dura, con l’immagine di cuori strappati, mentre gli abitanti del villaggio dormono (sotto una coperta scura). Nel verso 2 troviamo l’aggettivo “morta” che preannuncia un evento nefasto. I due aggettivi “scura” e “morta” divengono fondamentali per la caratterizzazione della canzone, potremmo dire che sono sinestesie, nel senso che sono aggettivi che non appartengono tanto al sostantivo a cui si riferiscono, ma conferiscono all’intera pericope una sensazione di tragedia.

Al verso 3 viene descritto l’attacco, riferendolo ad una persona, un giovane generale, dagli occhi e dalla divisa color turchino (la divisa dei confederati), e violento come un temporale (interessante l’utilizzo della metafora del temporale, in un contesto di indiani, il cui culto per la natura è molto importante).

La strofa si conclude con l’immagine di un dollaro d’argento sul fondo del fiume, come a dire che l’esercito (americano) ha lasciato la sua impronta indelebile sul suolo, la traccia della violenza perpetrata. Un’altra interpretazione potrebbe ricondurre alla figura dei soldati mercenari: da alcune ricerche infatti sembra che i soldati che combatterono quella battaglia fossero stati assoldati.

Strofa 2

La strofa 2 è ricca di allitterazioni e assonanze: nei primi tre versi sono presenti allitterazioni in “tr”, “st”, “pr”, che creano una sonorità dura, così come le due parole contenenti doppie (guerrieri troppo), mentre nei versi 3-6 troviamo suoni in “chi” e assonanze (nonno-solo-sogno; chiusi-chiesi); nei versi 4-6 troviamo “lì” e “sì”, parole tronche, che creano una sensazione di interruzione.

L’attacco dei soldati sembra sempre più vile, in quanto i guerrieri indiani – unici a poter difendere il villaggio – erano lontani dal villaggio per la caccia del bisonte, erano rimasti solo vecchi, donne e bambini. È molto interessante vedere che per esprimere il pensiero del bambino (chiusi gli occhi, chiesi a mio nonno è solo un sogno) non vengono quasi mai utilizzati vocaboli con “r” e le parole hanno una sonorità molto dolce e semplice, proprio per rispecchiare l’animo del ragazzino che non capisce cosa sta succedendo e si rivolge al nonno per chiedere spiegazioni. Nella pausa che viene trasmessa dai monosillabi “lì” e “sì”, c’è tutta l’incertezza della risposta del nonno, che a fin di bene dice che il tutto è un sogno, ma è cosciente dell’imminente morte.

La strofa si conclude con il verso “a volte i pesci cantano sul fondo del Sand Creek”, che riprende il tema del sogno del ragazzino, con un vocabolario fiabesco “i pesci cantano”.

Strofa 3 

Come nella prima strofa le parole hanno una predominanza di suoni in “s” e, oltre alle sonorità in “cr” e “gr”, troviamo una rima inclusiva (grosse –rosse).

L’espressione “sognai talmente forte” riprende la domanda fatta al nonno nella strofa precedente ed esplode improvvisamente, con violenza (il sangue dal naso). È un’espressione allo stesso tempo poetica e dura, così come duro è il tema della guerra.

Anche la successiva immagine “il lampo in un orecchio” enfatizza la scena drammatica che si sta svolgendo, e poi sono solo lacrime e massacro.

I versi ermetici “quando l’albero della neve / fiorì di stelle rosse” probabilmente si riferisce alla bandiera dei confederati. Essa era formata da undici stelle bianche messe in circolo (l’albero della neve) e quattro stelle rosse agli estremi, che simboleggiavano la croce della passione e rappresentavano 4 tribù indiane: Choctaws, Chickasaws, Creeks, e Seminoles. La quinta stella rossa al centro sarebbe stata aggiunta al raggiungimento di un accordo con i Cherokees. L’albero che fiorisce di stelle rosse è comunque l’aumento delle conquiste confederate e la sempre maggiore devastazione dei pellerossa.

L’ultimo verso “ora i bambini dormono sul letto del Sand Creek”, è un’immagine molto evocativa che vede il letto del fiume accogliere i corpi senza vita dei bambini uccisi nella battaglia. La stessa immagine De Andrè la utilizza nella canzone “La guerra di Piero”, (lungo le sponde del mio torrente / voglio che scendano i lucci argentati / non più i cadaveri dei soldati / portati in braccio dalla corrente).

Strofa 4

In questa strofa le immagini sono tutte tipiche dell’ambiente indiano e descrivono la fine della battaglia, all’alba, ai primi raggi del sole. Gli unici ad essere scampati alla strage sono i cani che si aggirano tra il fumo e le tende capovolte. Molto evocativa l’immagine dell’indiano che scaglia le frecce al cielo (per farlo respirare e sanguinare), il cui significato, non così chiaro, forse non va ricercato nel significato letterario, ma pensando ai sentimenti di coloro che si ritrovano a perdere tutto a causa della guerra.

Strofa 5

È la ripresa, come spesso avviene nelle canzoni di De Andrè della prima strofa, che è utilizzata come chiusura della canzone.

Canzone 4

IL MIO NOME È MAI PIÙ
(Ligabue, Jovanotti, Piero Pelù – 1999)

Gli autori

 Luciano Ligabue nasce a Correggio nel 1960. Il primo concerto del rocker emiliano, con il gruppo degli Orazero, si tiene in un circolo culturale di Correggio nel 1987. Nell’anno successivo Pierangelo Bertoli decide di pubblicare nel suo album “Sogni di rock and roll“, una canzone scritta da Luciano Ligabue. Nel luglio dello stesso anno la vittoria al concorso “Terremoto rock” consente a Ligabue e agli Orazero di incidere un 45 giri contenente le canzoni “Anime in plexiglass” e “Bar Mario“.

Nel Maggio del 1990 nasce il primo Lp “Ligabue“. Con “Balliamo sul mondo” il musicista vince il Festivalbar Giovani e inizia una serie di concerti (oltre 250) che si prolungano fino alla fine del 1993. I due successivi album “Lambrusco, coltelli, rose & popcorn” e “Sopravvissuti e sopravviventi“, confermano l’eccezionale talento rivelato nell’album di esordio.

È nel 1995, però, che l’album “Buon compleanno, Elvis” lo consacra definitivamente stella del rock italiano, vendendo oltre un milione di dischi e restando per 70 settimane nella classifica degli album più venduti.

Negli anni successivi Ligabue si sperimenta anche in altri ruoli diventando autore di tre libri e due film, anch’essi molto apprezzati da pubblico e critica.

– Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, nasce a Roma il 27 settembre del 1966. La sua famiglia è originaria di Cortona. La passione per la musica inizia sin da giovanissimo: si cimenta come dj in varie radio e nelle discoteche di Roma. Diventa famoso alla fine degli anni ottanta, lanciato da Claudio Cecchetto. Gli esordi di Jovanotti sono legati a uno stile che mescola musica dance e suoni dell’hip hop d’oltreoceano: un genere poco conosciuto nell’Italia degli anni Ottanta.

Nel 1989 Jovanotti ha l’occasione di farsi conoscere dal vasto pubblico grazie alla partecipazione al Festival di Sanremo, con il brano “Vasco” tratto dal suo secondo lavoro “La Mia Moto“. Con seicentomila copie vendute, Jovanotti diviene immediatamente idolo dei teenager.

Gli anni ’90 segnano l’evoluzione della sua maturità artistica con l’allontanamento dalla musica dance e il mutare dei testi dei suoi brani, che, nel corso degli anni, tendono a toccare temi sempre più filosofici, religiosi e politici, più tipici dello stile cantautorale italiano. Parallelamente aumenta anche il suo impegno sociale e politico. Pacifista attivo, ha frequentemente collaborato con organizzazioni come EmergencyAmnesty InternationalNigrizia ecc..

La nuova veste di Jovanotti si svela con ”Lorenzo 1992“: singoli come “Ragazzo Fortunato” e “Non m’annoio” portano il disco in vetta alle classifiche. La rinnovata immagine dell’artista si afferma ancora più decisamente con l’album “Lorenzo 1994” che affronta tematiche di maggiore impegno e mostra l’animo romantico dell’artista: “Serenata Rap” diventa la canzone d’amore più programmata dell’anno.

Segue un lungo tour insieme a Pino Daniele ed Eros Ramazzotti, un successo che convince Lorenzo a fondare Soleluna, etichetta discografica indipendente e casa di produzione multimediale. Ormai artista affermato nel panorama musicale italiano, i suoi album riscuotono grandi successi fino all’ultima raccolta di inediti, dal titolo “Ora” (2011), anticipato dal singolo “Tutto l’amore che ho“.

 Piero Pelù nasce a Firenze il 10 febbraio del 1962. Cantautore italiano noto soprattutto per aver fondato la band rock italiana dei Litfiba, nata a metà negli anni ’80 e, per oltre un decennio, rimasta tra le più amate a livello nazionale.

I Litfiba impiegano poco tempo per farsi conoscere. Già nel 1982 il gruppo di Pelù vince il 1° Festival Rock Italiano. Nel 1985 pubblicano il loro primo lavoro editoriale dal titolo “Desaparecido“, a cui seguono “17 Re” (1986) e “Litfiba 3” (1998). Si tratta di una trilogia dedicata alle vittime di ogni abuso di potere: in tutti e tre gli album c’è il rifiuto di qualsiasi tipo di totalitarismo e proibizionismo. Il successo del gruppo dura oltre un decennio e porta Pelù e i Litfiba a suonare un po’ ovunque, come i nuovi interpreti della scena hard rock e rock italiana.

Gli anni ’90 sono caratterizzati dalla cosiddetta “Tetralogia degli elementi“, composta da quattro dischi che rappresentano i quattro elementi naturali, rispettivamente il fuoco, la terra, l’aria e l’acqua. Nel 1991 viene pubblicato “El diablo“, nel 1993 “Terremoto“, nel 1994 “Spirito” e nel 1997 “Mondi sommersi“. Nei quattro dischi si vede li passaggio da un grintoso hard rock ad un pop rock più cheto, ma arricchito di sonorità elettroniche interessanti.

Il live “Monza Rock Festival” del 1999 segna la fine della collaborazione gruppo. L’anno dopo Piero Pelù inizia la sua carriera da solista con il suo primo lavoro “Né buoni né cattivi“, con i singoli “Io ci sarò“, “Toro loco“, “Buongiorno mattina” e “Bomba boomerang“. Nel 2002 esce il suo secondo disco dal titolo “U.D.S. – L’uomo della strada“. Dal 2003 al 2006 Pelù pubblica soprattutto live, come il disco “100% Live“.

L’11 dicembre del 2009 arriva l’annuncio di ricostituire i Litfiba. Pelù e Renzulli danno vita ad alcune tappe del loro tour di reunion. Esce il singolo “Sole nero“, che anticipa un doppio album live intitolato “Stato libero di Litfiba“, il quale mette insieme i concerti del 2009 e del 2010.

Lo sapevi che…?

Io non lo so chi c’ha ragione e chi no, se è una questione di etnia, di economia oppure solo follia. Difficile saperlo“: sono le prime parole di Il mio nome è mai più, un singolo scritto e cantato da LigabueJovanotti e Piero Pelù, per la prima volta insieme in una produzione discografica. Si tratta di un pezzo contro la guerra, ispirato dai terribili fatti accaduti in Kosovo e terminati, paradossalmente, solo pochi giorni dopo l’uscita del singolo in Italia. Si tratta di una canzone che condanna tutte le guerre, in particolare quelle più nascoste, quelle di cui non si parla nei telegiornali solo perché sono lontane migliaia di chilometri dalle nostre terre.

Luciano Ligabue, Jovanotti e Piero Pelù hanno fatto qualcosa che tutta Italia ha avuto modo di apprezzare: non la canzone, che comunque resta un pezzo bellissimo, ma l’idea. Creare questo progetto, farlo senza ricevere nessun compenso, addirittura rinunciando anche ai diritti di sfruttamento della canzone e non solo ai ricavati delle vendite. Tutte le persone che hanno lavorato al progetto “MaiPiù” lo hanno fatto gratuitamente, compreso anche il regista Gabriele Salvatores che si è offerto per filmare li video, bellissimo, della canzone.

La guerra nella ex Jugoslavia ed in particolare l’intervento militare nel Kosovo ha stimolato la creazione dell’inedito progetto LigaJovaPelù, che ha prodotto solo questo singolo, affiancato dalla sua versione strumentale e un videoclip.

Mentre Jovanotti e Ligabue hanno registrato la loro parte vocale come un vero duetto allo Zoo studio di Correggio, la voce di Piero Pelù è stata registrata successivamente a Firenze e poi sovrapposta. Molti famosi duetti sono stati registrati con questa tecnica, come ad esempio quello tra Bono e Frank Sinatra per la canzone I’ve Got You Under My Skin. I tre artisti hanno però eseguito il brano dal vivo, questa volta tutti insieme, nel corso del Live 8 a Roma il 2 luglio 2005.

Sul retro del singolo è pubblicata questa frase:

«A pochi mesi dal “giro” di millennio la nostra cosiddetta società “civile” conta al proprio interno 51 guerre in corso. Allo stesso tempo essere contro la guerra (qualsiasi guerra) sembra voler dire assumere una posizione politica. Be’ vogliamo essere liberi di sentirci oltre qualsiasi posizione del genere affermando che, per noi, non ci sarà mai un motivo valido per nessuna guerra». (Luciano Lorenzo Piero)

Testo

1)
Io non lo so
chi c’ha ragione e chi no
se è una questione di etnia, di economia,
oppure solo follia: difficile saperlo

2)
Quello che so
è che non è fantasia
e che nessuno c’ha ragione e così sia.
A pochi mesi da un giro di boa per voi così moderno

3)
C’era una volta la mia vita
c’era una volta la mia casa
c’era una volta e voglio che sia ancora

4)
E voglio il nome di chi si impegna
a fare i conti con la propria vergogna
Dormite pure voi che avete ancora sogni, sogni, sogni.

Rit:
IL MIO NOME È MAI PIÙ, MAI PIÙ, MAI PIÙ

5)
Eccomi qua,
seguivo gli ordini che ricevevo
c’è stato un tempo in cui lo credevo
che arruolandomi in aviazione
avrei girato il mondo
e fatto bene alla mia gente
fatto qualcosa di importante.
In fondo… a me piaceva volare…

6)
C’era una volta un aeroplano,
un militare americano
C’era una volta il gioco di un bambino.

7)
E voglio i nomi di chi ha mentito
di chi ha parlato di una guerra giusta
Io non le lancio più le vostre sante bombe.

Rit:
IL MIO NOME È MAI PIÙ, MAI PIÙ, MAI PIÙ

8)
Io dico si dico si può
saper convivere è dura già, lo so.
Ma per questo il compromesso
è la strada del mio crescere.

9)
E dico sì al dialogo
Perché la pace è l’unica vittoria
l’unico gesto in ogni senso
che dà un peso al nostro
vivere, vivere, vivere.

10)
Io dico sì, dico si può
cercare pace è l’unica vittoria
l’unico gesto in ogni senso
che darà forza al nostro vivere.

Analisi letteraria e musicale

  • Il brano non ha una precisa struttura metrica, ma utilizza molto assonanze e ripetizioni.

Il genere della canzone si può definire rock: a livello testuale, necessita di vocaboli mono-bisillabici e parole tronche, essendo un genere non italiano ma derivato dall’Inghilterra degli anni 60-70, che ha una lingua con parole brevi e tronche. Prendiamo ad esempio la canzone Satisfaction dei Rolling Stones: il ritornello è: “I can’t get no, satisfaction”: gli accenti del testo e della musica cadono proprio su I càn’t gèt nò, satisfàction. Similmente, in questa canzone, il ritornello è: “Il mio nome è mai più, mai più, mai più”, con termini mono-bisillabici e tronchi.

  • Il testo inizia con una costatazione sulla complessità delle cause della guerra: questione di etnia, economia? Oppure è più semplicemente frutto della follia dell’uomo. L’autore si astiene dal dare un giudizio, ma sostiene che non esiste una motivazione giusta per dichiarare guerra.

Nel verso 3, così come nel verso 6, viene ripreso il linguaggio della favola, “c’era una volta…” ma il soggetto della frase è ciò che è più caro all’uomo, enfatizzato dal pronome personale: la mia vitala mia casa. L’imperfetto denota il fatto che è una situazione del passato ma che ora, in situazione di guerra, non è più scontato avere la propria casa né la propria vita.

  • La canzone procede con un contrasto tra coloro che vogliono la guerra (in strofa 4: voglio il nome…) e il ritornello, che è un grido ad un “no” deciso alla guerra: il mio nome è mai più, in anafora. Il “nome” diviene condizione fondante dell’uomo, è ciò che lo caratterizza, che lo determina all’interno della società. Così, “il mio nome è mai più” diventa simbolo esistenziale di coloro che non vogliono in maniera assoluta la guerra.
  • In strofa 5 si descrive il pilota militare che su un aereo sgancia le bombe, non per proprio volere, ma obbedendo a ordini di superiori. Il contrasto è tra i sogni che il pilota aveva da giovane – fare del bene e girare il mondo – e la situazione attuale, in cui gli è richiesto di sparare e uccidere.
  • In strofa 6, ritroviamo il linguaggio delle favole, c’era una volta, che descrive il sogno del giovane pilota, che amava volare giocando come tutti i bambini, esprimendo una situazione di innocenza e di spensieratezza tipica dell’infanzia.
  • In strofa 7, viene polemicamente affrontato il tema della guerra “giusta”, necessaria, per mantenere l’equilibrio mondiale: c’è anche un riferimento alle guerre di religione, la cui motivazione è la santità della guerra, per sconfiggere gli infedeli, cioè coloro che non hanno il medesimo credo di chi fa la guerra (le sante bombe).
  • Le ultime tre strofe (8-10) rappresentano il pensiero fondamentale degli autori della canzone, che sostengono una politica di dialogo volta a risolvere i conflitti. Un modo di convivere pacificamente, nonostante le difficoltà, che permetterà un vivere a tutti gli esseri umani.

Interessante il verbo al futuro “che darà forza al nostro vivere”, come un auspicio, uno sforzo d’insieme che non c’è ancora, ma che potrà divenire concreto solo con uno sforzo collettivo.

Canzone 5

THERE MUST BE ANOTHER WAY (Your eyes)
(ACHINOAM “NOA” NINI e MIRA AWAD – 2009)

Autrici

 Noa (il suo vero nome è Achinoam Nini) è nata a Tel Aviv da una famiglia di ebrei yemeniti costretti a fuggire dal loro Paese a causa dell’ostilità seguente alla proclamazione dello stato d’Israele. Per questo a due anni si trasferì con la famiglia a New York dove il padre, docente universitario, aveva ottenuto un incarico.

A 17 anni, però, decise di tornare in patria dove venne arruolata nell’esercito per due anni, nel corso dei quali iniziò ad esibirsi come compositrice. Frequentando una scuola di musica conosce Gil Dor che diventa il suo partner musicale.

Noa è un’artista profondamente impegnata nell’utilizzo della musica come strumento di riavvicinamento fra popoli in conflitto, con particolare riguardo alla tragica questione mediorientale.

Roberto Benigni la scelse per cantare Beautiful That Way, tema principale della colonna sonora del suo film La vita è bella, scritto da Nicola Piovani.

 Mira Awad è nata in un villaggio arabo del Nord Israele. Ha studiato jazz e musica contemporanea alla Rimon School di Tel Aviv. Dopo vari lavori in TV e nel cinema, Mira ha incrociato il suo cammino artistico con l’amica  Noa con la quale ha duettato e collaborato nell’album Now della cantante israeliana, cantando We can work it out dei Beatles.

Apprezzata dalla critica internazionale per la sua voce calda ed elegante, la cantante coniuga la sua attività artistica con un costante impegno civile per la costruzione di un futuro di pace nel suo martoriato Paese.

Lo sapevi che…?

Questo testo, scritto in inglese, arabo ed ebraico, è cantato dalle israeliane Noa (ebrea) e Mira Awad (araba). Si è qualificato per la finale della più famosa competizione canora europea, Eurovision 2009. Molto significativa è stata la scelta di rappresentare Israele tramite questo duo, viste le difficili relazioni tra gli ebrei e gli arabi nel Paese. In Israele Noa e la Awad sono molto note per il loro impegno nella riconciliazione fra israeliani e palestinesi. La scelta delle due donne di esibirsi insieme ha scaldato gli animi di chi, già da tempo, contestava le artiste per il loro impegno civile.

Testo

Rit:
There must be another
Must be another way1)
Einaich, achot
Kol ma shelibbi mevakesh ‘omrot Avarnu ad ko
Derech aruka, derech ko kasha yad beyad2)
Vehadma’ot zolgot, zormot lashav
Ke’ev lelo shem
Anachnu mechakot
Rak layom sheyavo achreRit:
There must be another way
There must be another way3)
Aynaki bit’ul
Rah yiji yom wu’kul ilkhof yizul
B’aynaki israr
Inhu ana khayar
N’kamel halmasar
Mahma tal
Li’anhu ma fi anwan wakhid l’alahzan
B’nadi lalmada
L’sama al’anida
Rit:
There must be another way
There must be another way
There must be another
Must be another way4)
Derech aruka na’avor
Derech ko kasha
Yachad el ha’or
Aynaki bit’ul
Kul ilkhof yizul5)
And when I cry, I cry for both of us
My pain has no name
And when I cry, I cry
To the merciless sky and say
There must be another way

 

6)
Vehadma’ot zolgot, zormot lashav
Ke’ev lelo shem
Anachnu mechakot
Rak layom sheyavo achrei

Rit:

There must be another way
There must be another way
There must be another
Must be another way

Rit:
Ci deve essere un’altra via
Ci deve essere un’altra via1)
I tuoi occhi, sorella
Dicono tutto ciò che desidera il mio cuore
Siamo andate così lontano, un lungo cammino, un cammino così difficile, mano nella mano2)
E le lacrime cadono, si versano invano
Una pena che non ha nome
Attendiamo soltanto
Domani che sarà miglioreRit:
Ci deve essere un’altra via
Ci deve essere un’altra via3)
I tuoi occhi dicono
Arriverà un giorno in cui tutta la paura scomparirà
Nei tuoi occhi una determinazione
Che c’è una possibilità
Per percorrere la strada
Quanto sia necessario
Perché non c’è un singolo posto per la tristezza
Grido agli orizzonti
Ai testardi cieliRit:
Ci deve essere un’altra via
Ci deve essere un’altra via
Ci deve essere un’altra via
Ci deve essere un’altra via4)
Faremo un lungo percorso
Un percorso così difficile
Insieme verso la luce
I tuoi occhi dicono
Tutta la paura passerà

 

5)
E quando piango, piango entrambe di noi
La mia pena non ha nome
E quando piango, piango
Al cielo spietato e dico che
Ci deve essere un’altra via

6)
E le lacrime cadono, si versano invano
Una pena che non ha nome
Attendiamo soltanto
Domani che sarà migliore

Rit:

Ci deve essere un’altra via
Ci deve essere un’altra via
Ci deve essere un’altra via
Ci deve essere un’altra via

Analisi letteraria e musicale

  • La canzone, scritta in ebraico e in inglese presenta nell’immediato il ritornello, procedimento inusuale in quanto generalmente è posto dopo la strofa. Ma il messaggio che vuole portare la cantante prevale su tutta la canzone: “ci deve essere un’altra via”, in cui la voce accenta must e way, come a dire la necessità di cercare e trovare un’altra strada, rispetto a quella violenta, carica di soprusi e vendette che c’è nei territori palestinesi.

Strofa 1

Si esprime il medesimo desiderio: la stanchezza per una situazione che porta lontano da un’affinità di spirito che caratterizza tutti gli uomini e sono gli occhi che esprimo visivamente questa condizione. Questo comune intento di uguaglianza è espresso attraverso gli aggettivi possessivi (tuoi occhi) e (mio cuore). Il termine sorella indica un’appartenenza non tanto di sangue, ma di livello più ampio: appartenenza al genere umano, in un desiderio di profonda fratellanza. Al 3° verso viene utilizzata la prima persona plurale (siamo andate) e al 4° verso c’è l’immagine delle due mani che si accompagnano (mano nella mano).

Strofa 2

Si analizza la condizione attuale (viene utilizzato il tempo presente), che è luogo incontrastato di lacrime, pena (talmente profonda che non ci sono parole per esprimerla – una pena che non ha nome) e sofferenza, ma che tuttavia non riescono a sopraffare l’attesa di un cambiamento, desiderato e sofferto, espresso attraverso il verbo al futuro (il giorno che arriverà).

Strofa 3

Anche in questa strofa al verso 1 si riprende l’immagine degli occhi che sono specchio dell’anima; essi esprimono non più ansia e terrore ma una forza e una determinazione per stare nella storia con un atteggiamento di cambiamento, sperare contro ogni speranza, senza le paure e le difese che fanno costruire muri e barriere.

La convinzione è che c’è una possibilità altra per vivere insieme ai propri simili, questo desiderio si fa grido che si innalza fino ai cieli.

Strofa 4

I verbi sono tutti al futuro, per indicare l’imminenza del cambiamento, espresso proprio dal verbo fare “faremo”, coniugato in prima persona plurale, proprio per indicare una concezione nuova della vita: non più incentrata sull’individualità che porta con sé rancore e violenza, ma in sull’unione nella diversità. Il percorso rimane arduo, complesso, ma porterà una luce (speranza nuova) che andrà oltre il timore e la paura della diversità.

Strofe 5-6

C’è la ripresa del tema del pianto, (e quando piango, piango entrambe di noi), presente nelle prime strofe. Il pianto come metafora della sofferenza dei popoli, lacrime che rendono la vita arida e non permettono all’uomo di esprimere la propria bellezza. L’ultima strofa si conclude proprio con un grido di speranza per un possibile giorno differente che arriverà.

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