Scheda Paese 1 – Afghanistan

 

    

 

GEOGRAFIA

La Repubblica Islamica dell’Afghanistan è situata nel sud-ovest dell’Asia. Ha una superficie di 652.230 Km² e confina a nord con il Turkmenistan, l’Uzbekistan e il Tajikistan, a nord-est con la Repubblica Popolare Cinese, ad est e a sud con il Pakistan, ad ovest con l’Iran. L’Afghanistan è un territorio prevalentemente montuoso con zone pianeggianti solo nel nord e nel sud-ovest.
Il clima varia considerevolmente con temperature estive che nel sud-ovest possono raggiungere i 49°, mentre d’inverno, sulle montagne Hindu Kush (principale catena montuosa) nel nord-est, possono scendere fino a -26°.

ECONOMIA

L’economia afgana è una tra le più povere del pianeta e risente dei continui conflitti che si sono susseguiti negli ultimi decenni che hanno distrutto le infrastrutture, sconvolto il sistema sociale, vessato e decimato la popolazione. 

Nonostante i recenti progressi infatti, l’Afghanistan rimane estremamente povero. Privo di uno sbocco sul mare, è fortemente dipendente dagli aiuti esteri. La maggior parte della popolazione continua a soffrire della mancanza di alloggi, lavoro, acqua potabile, elettricità e accesso alle cure mediche. 

La criminalità, l’insicurezza e l’incapacità del governo afgano di far valere la legge in tutte le zone del Paese pongono grandi sfide alla crescita economica. Gli standard di vita dell’Afghanistan sono tra i più bassi al mondo.

L’attività prevalente rimane l’agricoltura, che qui occupa la maggior parte della popolazione. Tra i principali prodotti vi sono il grano, la frutta, le noci, la lana, l’oppio. La produzione e commercializzazione di quest’ultimo hanno registrato una crescita esponenziale negli ultimi anni (le piantagioni sono aumentate del 36%) costituendo così uno dei fattori di maggiore destabilizzazione del potere statale.

Il settore industriale comprende produzioni su piccola scala di tessuti e tappeti, saponi, mobili, scarpe e vestiario, prodotti alimentari, bibite analcoliche e acqua minerale, nonché gas naturale, carbone, rame. I principali poli industriali si trovano a Kabul e Surkab, mentre gradualmente il Paese sta iniziando a intensificare l’estrazione di ferro, rame, niobio e litio.

La situazione economica è migliorata con la caduta del regime dei Talebani nel 2001, in gran parte grazie all’afflusso degli aiuti internazionali. 

Questa maggiore attività ha ampliato l’accesso all’acqua, all’elettricità, ai servizi igienico-sanitari, all’istruzione e ha favorito una crescita costante delle entrate governative dal 2014. Nonostante il graduale ritiro delle forze di sicurezza internazionali dal paese dal 2012, il progresso economico ha continuato a crescere, anche se in maniera disomogenea tra i settori e gli indicatori economici chiave. Nel 2019 l’Afganistan aveva registrato una nuova crescita, nonostante la siccità che aveva colpito il paese solo l’anno prima. Tuttavia, l’instabilità politica, gli impegni finanziari internazionali in scadenza e la pandemia di COVID-19 hanno causato notevoli avversità per l’economia afgana.

L’attuale accordo di condivisione del potere dei partiti politici a seguito delle elezioni presidenziali del settembre 2019, nonché gli attacchi talebani in corso e i colloqui di pace hanno portato nuova ‘instabilità nell’ economica afgana. Questa instabilità, unita a sovvenzioni e assistenza internazionali in scadenza, mette in pericolo i recenti guadagni fiscali e ha portato a un maggior numero di sfollati interni. 

Il deficit commerciale dell’Afghanistan rimane a circa il 31% del PIL ed è fortemente dipendente dal finanziamento tramite sovvenzioni e aiuti. Mentre la crescita agricola afgana rimane costante, la recente crescita industriale e dei servizi è stata enormemente influenzata dai blocchi imposti per ridurre la diffusione del COVID-19 e dalle cessazioni del commercio. Mentre il commercio con la Repubblica popolare cinese si è rapidamente ampliato negli ultimi anni, l’Afghanistan fa ancora molto affidamento su India e Pakistan come partner di esportazione, ma è più diversificato nei suoi partner di importazione. Inoltre, l’Afghanistan fatica ancora a far rispettare efficacemente i contratti commerciali, nonché a riscuotere le tasse e supportare adeguatamente le imprese nazionali nel commercio internazionale per le imprese nazionali.

INDICI DEMOGRAFICI E DI SVILUPPO

CONTESTO STORICO E SOCIO CULTURALE

CONTESTO STORICO

Cenni sintetici sull’era pre-sovietica
La storia moderna dell’Afghanistan è stata segnata da guerre civili e da conflitti. La prima Costituzione della nazione venne redatta nel 1923.
La monarchia costituzionale, introdotta nel 1964, giunse al termine con la deposizione del Re Zahir Shah da parte del Primo Ministro Mohammad Daoud, nel colpo di stato del 1973. Il presidente Daoud fu destituito, a sua volta, con un colpo di stato ad opera del People’s Democratic Party of Afghanistan (PDPA), un piccolo movimento di stampo marxista-leninista che conquistò il potere nell’aprile del 1978, sostenuto dall’Unione Sovietica. Tuttavia, l’ideologia del PDPA non trovò grande consenso, provocando la crescita di forti resistenze interne al Paese. Questo condusse a una guerra civile che si intensificò fortemente con l’invasione delle truppe sovietiche in territorio afgano, nel 1979.

Invasione sovietica (1979-1989)
L’invasione sovietica portò all’instaurazione di un regime comunista a Kabul e all’inaugurazione di anni di conflitto, fino al ritiro delle truppe sovietiche dal Paese, avvenuto nel 1989 in seguito all’Accordo di Ginevra del 1988.
Durante gli anni dell’occupazione sovietica gli Stati Uniti iniziarono ad appoggiare le forze di opposizione al regime, composte da gruppi islamici. Gli USA fornirono aiuti finanziari e militari finalizzati a supportare la lotta contro i sovietici e contro il governo comunista di Kabul.

Periodo post sovietico (1989-1993) e caduta di Kabul ad opera dei Mujahadin
Dopo il ritiro delle truppe sovietiche, nel febbraio del 1989, iniziò una vera e propria guerra civile tra il governo marxista (supportato dai sovietici) del Presidente Najibullah e le diverse fazioni di opposizione, conosciute come Mujahadin (combattenti della guerra santa), appoggiate dagli Stati Uniti. I Mujahadin lottarono contro il governo di Najibullah fino al suo crollo definitivo.
Nel 1992, in particolare, si assistette al rafforzamento de l potere dei Mujahadin che avevano stretto un’alleanza con il leader della milizia uzbeka, Abdul Rashid Dostum.
Dostum era un generale dell’esercito durante il regime sovietico e alleato del Presidente Najibullah che aveva combattuto a difesa della Repubblica Democratica dell’Afghanistan di stampo comunista. Nel 1992, Dostum cambiò radicalmente la sua posizione nel contesto del conflitto afgano e strinse un’alleanza con le forze dei Mujahadin, in particolare con Ahmed Shah Massud.
Nell’aprile del 1992, le milizie dei Mujahadin entrarono a Kabul ponendo fine a quel che rimaneva del regime comunista di Najibullah. Con la ritirata del nemico comune, tuttavia, emersero pesantemente le forti differenze tra questi diversi gruppi combattenti, così i Mujahadin iniziarono a combattere tra loro per il controllo di Kabul e il conflitto civile acquistò rapidamente una dimensione etnica.
La fine del regime comunista portò alla scoperta di 3 fosse comuni, a Pol-i-charkhi nei dintrorni di Kabul, non lontano dalla prigione centrale, e nelle province di Bamyan e Herat. Il Governo era convinto che ulteriori indagini avrebbero portato alla luce altri omicidi di massa commessi dal regime. L’occupazione sovietica e la conseguente guerra aveva provocato più di un milione di morti e aveva costretto circa 6 milioni di persone (su una popolazione totale di 16 milioni) a fuggire cercando protezione nei Paesi limitrofi. Furono circa 2 milioni, inoltre, gli sfollati interni.

Gli anni dei Mujahidin al potere (1993-1996)
Le Nazioni Unite offrirono la loro mediazione nel conflitto tra le varie fazioni di Mujahadin proponendo un piano di pace che, però, fallì nell’aprile del 1992. Uno dei risultati raggiunti dalla mediazione ONU fu la realizzazione del trasferimento dei poteri alla fazione tagika dei Mujahadin, guidata da Burhanuddin Rabbani, che divenne Presidente dell’Afghanistan nel luglio del 1992.
Il governo del Presidente Rabbani era supportato dalle forze di Ahmad Shah Masoud, mentre una forte opposizione era esercitata da Gulbuddin Hekmatyar, leader della fazione Hezb-e-Islami dei Mujahadin, rappresentativa del popolo Pashtun.
Burhanuddin Rabbani lanciò un’offensiva contro on Hizb-e Wahdat (partito di opposizione rappresentativo dell’etnia Hazara). Durante il governo di Rabbani molti Hazara vennero uccisi. Amnesty International riportò successivamente dell’avvenuta uccisione di civili inermi e dello stupro delle donne Hazara. Nel febbraio 1993, centinaia di Hazara residenti nel distretto di Afshar, a ovest di Kabul, furono massacrati dalle forze governative controllate da Rabbani e dal suo comandante in carica Masoud.
L’arrivo dei Mujahadin al governo non portò stabilità nel Paese. L’esercito era frammentato e questo alimentò l’insorgere di rivendicazioni di potere da parte dei diversi gruppi presenti in tutta la nazione.
Gli scontri tra i combattenti del generale Ahmad Shah Masoud, che occupavano il centro di Kabul, e il leader del gruppo Hezb-e Islami, Gulbuddin Hekmatyar, sostenuto dal Pakistan, si intensificarono fino al 1996.
La lotta tra le diverse fazioni di Mujahadin causò la morte di più di 25.000 civili nella capitale fino al 1995. Durante questo periodo le infrastrutture scolastiche e sanitarie dello Stato furono distrutte. L’UNICEF riportò la morte di 1,5 milioni di bambini per malnutrizione e mancanza di cure sanitarie.

Il regime dei Talebani
Nel 1993-94, alcuni studenti afgani di fede islamica, provenienti in maggioranza dalle aree rurali e appartenenti all’etnia Pashtun, costituirono il gruppo dei Talebani. Molti di loro erano ex Mujahadin che, delusi dal conflitto tra le differenti fazioni di combattenti, si erano trasferiti in Pakistan per studiare nelle “Madrassas” (scuole islamiche), in particolare della scuola islamica Deobandi.
La parola “talebano” significa, appunto, “studente del Corano”; si pensa che l’interpretazione dell’islam in questa scuola sia simile a quella del Wahhabismo praticato in Arabia Saudita. Le pratiche dei Talebani, inoltre, sono strettamente legate al codice tribale dei Pashtun.


Nel 1994, i Talebani (fortemente sostenuti dal Pakistan) assunsero abbastanza potere da riuscire a conquistare la città di Kandahar e poi ad espandere il proprio controllo sul resto della nazione fino alla conquista di Kabul, nel settembre del 1996.


Nell 1998, controllavano circa il 90% del territorio afgano, mentre il resto rimaneva occupato dalle fazioni opposte.
Il loro regime fu caratterizzato dall’imposizione di un’interpretazione molto rigida della legge islamica e dei codici tribali Pashtun. Ne sono alcuni esempi l’utilizzo di punizioni fisiche volte a far applicare rigidamente le pratiche islamiche; per le donne, il divieto di frequentare la scuola o di lavorare al di fuori dell’ambiente domestico, l’obbligo di indossare un velo che coprisse interamente il corpo, fino alle pubbliche esecuzioni nei confronti delle donne accusate di adulterio. Vigeva, inoltre, l’uso della forza per proibire qualsiasi forma di attività ritenuta “non islamica” come guardare la televisione, ascoltare musica occidentale o danzare.

Un segno forte dell’intolleranza del regime fu la distruzione delle gigantesche statue di Buddha in Bamiyan.
Numerose, dunque, le violazioni dei diritti umani commesse dal regime, soprattutto contro le donne e le minoranze etniche, in particolare gli Hazara di religione sciita.

Con la caduta di Kabul in mano talebana, alcuni signori della guerra non vollero riconoscere il regime talebano. Così, dall’unione di diversi gruppi combattenti (in precedenza belligeranti tra loro), nacque l’Alleanza del Nord, un’organizzazione che raccolse diverse fazioni unite dall’obiettivo di combattere militarmente il regime. Era costituita, essenzialmente, da tre gruppi etnici non-Pashtun : i Tagiki, gli Uzbeki e gli Hazara. La guerra civile proseguì fino al 2001 a fasi alterne, senza che né i Talebani, né l’Alleanza del Nord riuscissero a ottenere vittorie significative.


In seguito agli attacchi dell’11 settembre del 2001 al World Trade Centre e al Pentagono gli Stati Uniti lanciarono la campagna militare “Enduring Freedom” finalizzata a rovesciare il regime talebano, accusato di aver dato protezione ai responsabili degli attentati appartenenti alla rete terroristica di Al-Qaeda, guidata dal saudita Osama Bin Laden.


Alla fine del 2001, le forze dell’Alleanza del Nord, supportate dall’invasione militare condotta dagli USA, (consistente, in particolare, in attacchi aerei contro le roccaforti talebane e di Al-Qaeda) entrarono a Kabul e conquistarono la città, ponendo fine al regime talebano.

 

Il periodo post-talebano e l’accordo di Bonn
Dopo la caduta dei Talebani, le Nazioni Unite riunirono i leader dei diversi gruppi etnici afgani in Germania, a Bonn. Lo step iniziale per la ricostruzione della nazione fu la firma, il 5 dicembre del 2001, dell’accordo di pace (Accordo di Bonn) da parte delle diverse fazioni afgane riunitesi nella città tedesca.
L’accordo aveva l’obiettivo di creare una nuova struttura governativa che potesse guidare il Paese attraverso la delicata fase di transizione, mentre veniva delineata una road map per il ripristino di un governo rappresentativo in Afghanistan.
Alla fine di dicembre 2001 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con una Risoluzione, autorizzò il dispiegamento di una Forza Internazionale di Assistenza e Sicurezza (ISAF) che aiutasse a garantire l’ordine pubblico a Kabul nei sei mesi successivi (così come previsto dall’Accordo di Bonn).
Nel giugno del 2002 , sotto la supervisione delle Nazioni Unite, venne istituito il Loya Jirga d’emergenza (Grande Assemblea composta da rappresentanti di diversi gruppi etnici interni al Paese) che nominò un’Amministrazione Transitoria cui spettava il compito di governare il Paese fino alle elezioni del 2004. Hamid Karzai, con il voto dell’80% dei delegati, assunse il ruolo di presidente ad interim e capo dell’Amministrazione Transitoria.
Il 4 gennaio del 2004 entrò in vigore una nuova Costituzione che istituì un sistema presidenziale di governo e riconobbe l’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge. Fu introdotto, inoltre, uno specifico riferimento alla tutela dei diritti umani e all’uguaglianza di genere.
La Costituzione garantiva un certo numero di seggi alle donne all’interno delle due Camere del Parlamento. Ulteriori previsioni circa il riconoscimento delle minoranze linguistiche e dei diritti della minoranza sciita furono inserite nel testo costituzionale.

Elezioni presidenziali del 2004
Il 9 ottobre 2004 in Afghanistan si svolsero le prime elezioni presidenziali dirette. Nonostante alcune denunce di brogli elettorali, le elezioni furono dichiarate valide dagli osservatori internazionali che, a seguito di un’indagine, ritennero che le presunte irregolarità non erano state rilevanti al punto di alterare il risultato finale. Il Presidente Hamid Karzai, pertanto, fu proclamato ufficialmente vincitore con il 55,4% dei voti.

Elezioni legislative del 2005
Il 18 settembre del 2005 il popolo afgano prese parte alla prima elezione parlamentare dopo 36 anni. Queste elezioni furono più complesse di quelle presidenziali del 2004. L’affluenza alle urne fu di circa 6,8 milioni su 12,4 milioni di aventi diritto al voto, una percentuale del 54%. La partecipazione al voto fu inferiore rispetto alle precedenti elezioni presidenziali. Le ragioni erano diverse ma, dal punto di vista politico, giocarono come fattori negativi la presenza nelle liste di ex “signori della guerra” ed ex Mujahadin, nonché la disaffezione della gente per una classe politica troppo lenta nell’attuare le riforme promesse.
D’altro canto occorre sottolineare anche gli aspetti positivi di questa importante fase storica del Paese: milioni di persone andarono a votare respingendo l’appello al boicottaggio lanciato dai Talebani e sfidando le minacce da parte di elementi appartenenti ad Al-Qaeda. Si registrarono più di 500 episodi di violenza durante le giornate di voto. Gli elettori, pertanto, dimostrarono una forte determinazione nella volontà di prendere parte al processo democratico della nazione.

Elezioni presidenziali del 2009 e rielezione di Hamid Karzai
Il 20 agosto 2009 si tennero le elezioni per il secondo mandato presidenziale. La ricandidatura del Presidente Karzai venne ufficialmente registrata nel maggio del 2009. Le elezioni furono caratterizzate da polemiche e brogli. La Commissione Elettorale Indipendente invalidò il primo risultato, che dava Karzai vincitore al primo turno, e indisse un ballottaggio tra lo stesso Karzai e il candidato d’opposizione più votato, l’ex ministro degli esteri Abdullah Abdullah. Quest’ultimo, però, si ritirò dal ballottaggio una settimana prima del suo svolgimento. Di conseguenza la Commissione Elettorale Indipendente (Iec) afgana decise di annullare il ballottaggio proclamando la vittoria di Hamid Karzai per il secondo mandato presidenziale.
Durante le operazioni elettorali i Talebani diffusero pesanti minacce alla popolazione che si recava alle urne e diverse persone furono uccise nel corso di attacchi realizzati in alcune province.

Elezioni legislative del 2010
Nuove elezioni legislative si sono tenute ancora il 18 settembre del 2010, in un clima di grande confusione e di insicurezza. I Talebani hanno lanciato pesanti intimidazioni alla popolazione affinché venissero boicottate le elezioni da loro ritenute illegittime. La Commissione Elettorale Indipendente ha decretato la chiusura di circa 1000 seggi elettorali per ragioni legate alla sicurezza dei votanti, soprattutto nell’est e nel sud del Paese (zone controllate in buona parte dai gruppi di insorti).
Amnesty International ha denunciato che molti candidati, attivisti ed elettori avevano subito attacchi e minacce da parte dei Talebani e di altri gruppi di insorti. Già dal mese di luglio si erano verificati omicidi di alcuni candidati mentre le donne politicamente attive erano state oggetto di numerose intimidazioni.
In questo clima di forte insicurezza le autorità elettorali afgane hanno cercato di garantire lo svolgimento delle procedure di voto. L’attuale Parlamento afgano è stato convocato per la prima volta il 26 gennaio del 2011.

 

Seconda Conferenza di Bonn e processo di pace
Il 5 dicembre del 2011 si è tenuta la seconda conferenza di Bonn ed è stata presieduta dal governo afgano. Lo scopo della conferenza era quello di definire l’impegno della comunità internazionale a supporto dell’Afghanistan in seguito al ritiro delle truppe internazionali nel 2014.
Nessuna nuova strategia per arrivare alla riconcili azione con i Talebani è stata proposta a Bonn e i rappresentanti dei Talebani non hanno preso parte alla conferenza. Sia le autorità afgane che gli attori internazionali sono concordi sulla necessità di coinvolgere i Talebani nel processo di pace. Tuttavia, forti perplessità sono state espresse, dalle donne e dalle minoranze etniche, circa i potenziali compromessi che tale coinvolgimento potrebbe comportare.
L’Alto Consiglio di Pace (High Peace Council – HPC), nominato da Karzai nel 2010, ha il compito di condurre i negoziati di pace con i Talebani e con gli ex “signori della guerra” ma non ha, finora, raggiunto grandi risultati. A settembre del 2011, Burhanuddin Rabbani (ex Capo dell’Alto Consiglio di Pace), è stato assassinato in un attentato suicida, mentre a maggio 2012 è stato ucciso un altro membro del Consiglio ed ex ministro Talebano, Mullah Arsala Rahmani. Questi episodi fanno temere che il futuro dei negoziati sia ancora profondamente incerto.

Ritiro delle truppe straniere dal territorio afgano, proseguimento dei negoziati di pace e elezioni presidenziali
A gennaio 2012 i Talebani raggiungono un accordo sull’apertura di un ufficio in Qatar, una mossa verso l’avvio di negoziati di pace che gli Stati Uniti considerano un elemento cruciale per una soluzione politica del conflitto e per la costruzione di un Afghanistan stabile.
Due mesi dopo (marzo 2013), però, i Talebani sospendono i negoziati accusando Washington di aver rinnegato le promesse di compiere passi significativi rispetto allo scambio di alcuni prigionieri.
A febbraio 2012 il segretario della difesa USA Leon Panetta annuncia il piano del Pentagono per la conclusione della missione a partire già dalla metà del 2013 e di passare ad assumere principalmente un ruolo di assistenza alla sicurezza in Afghanistan.
Nel maggio 2012 si tiene un summit della NATO per promuovere il piano per il ritiro delle truppe straniere dall’Afghanistan entro la fine del 2014.
Intanto il nuovo Presidente francese Hollande dichiara che la Francia ritirerà le sua missione alla fine del 2012, un anno dopo rispetto a quanto era stato pianificato.
A luglio 2012 la Conferenza dei Donatori a Tokyo promette 16 milioni di dollari in aiuto alla popolazione civile afgana, i finanziamenti saranno messi a disposizione da Stati Uniti, Giappone, Germania e Regno Unito. L’Afghanistan accetta nuove condizioni per contrastare la corruzione.
A febbraio 2013 il Presidente afgano Karzai e il Presidente pakistano Asif Ali Zardari si impegnano a lavorare per un piano di pace entro 6 mesi dopo l’avvio dei negoziati ospitati dal Primo Ministro Britannico David Cameron.
A giugno 2013 l’esercito afgano assume il comando di tutte le operazioni militari e di sicurezza dalle forze NATO.
Il Presidente Karzai sospende i colloqui con gli USA finalizzati a stabilire accordi bilaterali sulla sicurezza. Ciò avviene in seguito all’annuncio di Washington di condurre negoziati diretti con i Talebani.
A febbraio 2014 inizia la campagna elettorale per le elezioni presidenziali che viene caratterizzata da un aumento di attacchi operati dai Talebani.
Ad aprile 2014 nessuno dei candidati vince al primo turno elettorale, il successore di Karzai sarà deciso al ballottaggio tra i due candidati Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani.
A giugno 2014 il secondo turno delle elezioni presidenziali si apre con più di 50 omicidi avvenuti in diversi incidenti durante il voto.
Secondo i risultati diffusi dalla commissione elettorale afghana, Ghani avrebbe vinto con il 56% dei voti, mentre Abdullah si sarebbe fermato al 43%. I risultati elettorali non sono stati accettati. Entrambi i candidati si proclamano vinci tori, accusandosi reciprocamente di brogli.
A luglio 2014 Abdullah Abdullah e Ashraf Ghani accettano di sottoporre i risultati elettorali a un riconteggio e promettono di accettare il risultato. L’accordo tra i due è stato raggiunto dopo un incontro con il segretario di Stato americano John Kerry.

A settembre 2014 Ashraf Ghani giura come presidente e ad ottobre USA e Gran Bretagna pongono fine alle operazioni di combattimento.

A dicembre 2014 la NATO chiude formalmente la sua missione in Afghanistan (durata 13 anni) consegnando il territorio nelle mani delle forze afgane. Malgrado la conclusione di ISAF, la violenza persiste e il 2014 sarà ricordato come l’anno più sanguinoso che il Paese abbia conosciuto dal 2001.

La successiva missione NATO “Resolute Support” parte nel gennaio del 2015 con l’obiettivo di fornire ulteriore formazione e supporto alle forze di sicurezza afghane. Nello stesso periodo il gruppo islamico (IS) emerge nell’Afghanistan orientale e nel giro di pochi mesi riesce a prendere il controllo di un grande gruppo di aree controllate da talebani nella provincia di Nangarhar.

Nel marzo del 2015 il presidente americano Barack Obama annuncia che gli USA ritarderanno il ritiro delle truppe dall’Afghanistan, a seguito di una richiesta del presidente Ashraf Ghani.

A maggio 2015 in Qatar funzionari afgani e rappresentanti dei talebani si incontrano per degli accordi informali di pace durante i quali questi ultimi confermano che non smetteranno di combattere fino a che non ci sarà il ritiro definitivo delle truppe straniere.

A luglio del 2015 i talebani ammettono che Mullah Omar è morto e nominano Mullah Akhter Mansour come suo successore.

Ad ottobre un violento terremoto uccide più di 80 persone nel nord-est del Paese e il presidente degli USA annuncia che 9.800 truppe statunitensi rimarranno in Afghanistan fino a dicembre 2016.

Fino alla fine del 2015 si susseguono tentativi dei talebani di guadagnare terreno e la NATO decide di estendere la sua missione di sostegno “Resolute Support” di altri 12 mesi fino alla fine del 2016.

All’inizio del 2016 le attività aeree degli USA riescono ad avere la meglio sullo Stato Islamico (IS) nell’est del paese la cui presenza rimane circoscritta ad alcuni distretti di Nangarhar.

A maggio 2016 il nuovo leader dei talebani Mullah Akhter Mansour rimane ucciso durante un attacco di droni statunitensi in Pakistan nella provincia di Baluchestan. Vista la situazione instabile Barack Obama decide che 8.400 truppe americane rimarranno nel Paese anche nel 2017 mentre la NATO si impegna a finanziare le forze locali di sicurezza fino al 2020.

Tra agosto e ottobre 2016 i talebani riescono ad avanzare verso la periferia di Lashkar Gah, la capitale di Helmand e nella città settentrionale di Kunduz.

A gennaio 2017 un attacco a Kandahar uccide sei diplomatici degli Emirati Arabi Uniti.

A febbraio 2017 si registra un aumento delle attività dello Stato Islamico (IS) in alcune province del nord e del sud. A marzo 30 persone rimangono uccise e 50 ferite in un attacco rivendicato dallo Stato Islamico (IS) all’interno di un ospedale di Kabul.

A giugno 2017 lo Stato islamico prende possesso della regione montuosa di Tora Bora nella provincia di Nangarhar, precedentemente utilizzata come base da parte del leader di al Qaeda Osama Bin Laden. [1]

ottobre 2018 si svolgono le elezioni parlamentari: si vota per eleggere i 250 membri della Wolesi Jirga, la Camera Bassa del parlamento afghano. Le elezioni si svolgono in un clima di violenza e caos.

A gennaio 2019 gli Stati Uniti e i talebani si incontrarono a Doha, Qatar, per mettere a punto le linee generali di un possibile accordo. A seguito di sei giorni di colloqui, la prima versione dell’accordo prevedeva l’abbandono da parte delle truppe statunitensi del suolo afghano entro 18 mesi dalla firma e ratifica dello stesso. I negoziati per la firma di questo potenziale accordo si svolsero tra i continui attacchi armati da parte dei talebani. Nonostante i lunghi colloqui e una prima versione del patto, le due parti non riuscirono a concordarsi e l’incontro si concluse come un nulla di fatto. 

Da inizio 2019 la Commissione Elettorale Indipendente fu costretta a rimandare più di una volta le elezioni presidenziali, che si tennero infine il 28 settembre dello stesso anno, in un clima di grande paura e incertezza, con ulteriori minacce da parte dei talebani di attacchi e attentati ai seggi. I risultati preliminari videro Ashraf Ghani in vantaggio rispetto al suo principale opponente Abdullah Abdullah. Solo nel febbraio 2020 le autorità elettorali dichiararono vincitore il presidente uscente, Ashraf Ghani , ma il suo principale avversario respinse il risultato delle elezioni, definendole illegittime, quasi in replica degli accaduti del 2014. 

La condizione generale della sicurezza in Afghanistan si è progressivamente deteriorata negli ultimi anni. Dal 2007 ad oggi, nelle aree settentrionali (prima considerate maggiormente sicure) si è assistito ad un peggioramento della situazione. I “signori della guerra” hanno riacquisito potere ricorrendo alla violenza e alle minacce per mantenere il controllo sulla popolazione civile, che viene coinvolta in brutali aggressioni o rapimenti. Dal 2009 i Talebani hanno aumentato la loro presenza nella zona settentrionale. Inoltre, dopo la morte di Osama Bin Laden nel 2011, l’insorgenza talebana si è rafforzata in quest’area generando molte preoccupazioni anche in vista del ritiro delle truppe internazionali dal Paese

Nel 2019, secondo il nuovo rapporto dell’UNHCR, l’Afghanistan è ancora uno dei paesi che provoca il maggior numero di rifugiati (2,7 milioni), dopo la Siria e il Venezuela.

 

Ultimi avvenimenti

A partire dal 20 gennaio 2020, si avvia una nuova sessione di colloqui tra il rappresentante speciale USA in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, e il capo negoziatore dei talebani, il Mullah Abdul Ghani Baradar. 

Il 12 febbraio 2020 il Presidente D. Trump rende noto che procederà alla firma degli accordi di pace solo se i talebani dimostreranno il loro impegno per una riduzione duratura delle violenze in un periodo di prova di circa 7 giorni. Nonostante la riduzione delle violenze concordata con gli Stati Uniti, numerosi sono stati gli attacchi dei talebani contro le forze di sicurezza del Paese, nelle province di Zabul, Ghazni, Farah ed Helmand.

Il 29 febbraio 2020, dopo 18 mesi di negoziazione, gli USA firmano un accordo di pace con i talebani. L’accordo prevede un graduale ritiro delle loro truppe statunitensi dall’Afghanistan, entro 14 mesi e l’instaurazione di un dialogo intra-afghano con il governo di Kabul e il rilascio di 5.000 prigionieri talebani. In cambio i talebani hanno promesso di rilasciare mille esponenti delle forze di sicurezza afgane. Lo scambio di prigionieri doveva avvenire prima del 10 marzo, data inizialmente prevista per l’apertura del negoziato tra i due fronti, ma una serie di dispute ha rallentato il processo posticipando l’inizio della trattativa interna. I prigionieri talebani vengono gradualmente rilasciati, ma gli attacchi nei confronti dei civili e delle forze di sicurezza afghane non si arrestano. Il 15 luglio il Pentagono annuncia il ritiro dei soldati statunitensi da 5 basi militari dall’Afghanistan così come previsto dagli accordi di pace.

Da marzo 2020, il virus COVID-19 si diffonde per tutto l’Afghanistan, generando effetti negativi sulla situazione socioeconomica del paese, già fragile prima dello scoppio della pandemia. Il ritorno dei rifugiati dal Pakistan e l’Iran, e l’aumento degli sfollati interni in fuga dai conflitti grava notevolmente sulla diffusione del virus, data la mancanza di appropriate misure di controllo e quarantena

Il 20 luglio 2020  le forze armate afghane uccidono il leader dei talebani.
Appare evidente come l’avvio dei negoziati di pace tra le forze afghane ed i talebani sia costantemente messo a rischio. Al momento il Governo ha rilasciato 4.400 talebani dei 5mila previsti, mentre gli studenti coranici hanno liberato 864 dei mille detenuti governativi richiesti. I talebani, dichiarano di essere pronti ad avviare i negoziati, quando il Governo rilascerà i restanti 600 prigionieri indicati in una lista fornita al “nemico”. Kabul ha già detto più volte di non voler cedere e chiede una lista alternativa: si tratterebbe di militanti pericolosi, pronti a tornare sul campo di battaglia, responsabili di attentati sanguinosi a Kabul. Gli studenti coranici si mostrano intransigenti: la lista è quella e va rispettata. Un circolo vizioso che alimenta la spirale del conflitto, la cui violenza è cresciuta negli ultimi mesi. 

Secondo il rapporto Global Trends 2020 dell’UNHCR, l’Afghanistan registra quasi 2, 6 milioni di rifugiati, trovandosi cosi nuovamente al terzo posto nella classifica mondiale dopo Siria e Venezuela. 

Nell’ aprile 2021, il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden annuncia la sua intenzione ad effettuare un totale ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan entro settembre dello stesso anno.

A giugno 2021, si conclude per l’Italia la missione Resolute Support tramite il rientro dell’ultimo contingente italiano dall’Afghanistan

Il ritiro delle truppe statunitensi provoca una nuova crescita delle offensive da parte dei Talebani, che conquistano una cinquantina di distretti (sui 400 complessivi del Paese), assumendo il controllo di postazioni strategiche in prossimità e attorno alle diverse capitali provinciali

A luglio, una delegazione del governo afghano incontra i rappresentanti dei talebani a Teheran, in Iran. Le due parti si impegnano nel perseguire accordi che possano portare al termine dei conflitti

Le forze militari dei Talebani continuano però ad avanzare verso il Nord dell’Afghanistan, obbligando i civili ad abbandonare il Paese e i militari filogovernativi a fuggire in Tagikistan e Uzbekistan. Il gruppo rivendica il controllo sull’85% del territorio.  Molti sono i dubbi sulla capacità dell’esercito afghano di reggere l’urto dei talebani quando gli ultimi soldati statunitensi saranno partiti. 

A luglio 2021, ad aggravare la situazione in Afghanistan, si registra un nuovo picco di casi di Covid-19.  

Con la scadenza del ritiro delle truppe militari internazionali sempre più vicina, programmata per gli inizi di settembre, i Talebani avanzano ulteriormente nel paese verso la capitale Kabul. 

Al 15 luglio 2021, i Talebani completano la conquista della capitale Kabul e del palazzo presidenziale, dal quale hanno tenuto la loro prima conferenza stampa. La città è caduta in poche ore, con i Talebani che hanno sfruttato la resa delle forze di sicurezza afgane e la fuga del presidente Ashraf Ghani, rifugiatosi prima in Tagikistan e poi in Uzbekistan.  L’aeroporto internazionale di Kabul viene preso d’assalto dalla popolazione in fuga, dove stavano già partendo voli civili e militari per riportare nei propri paesi le missioni diplomatiche e parte dei militari. In serata la situazione nell’aeroporto diventa ancora più tragica, con civili che prendono di assalto i voli in partenza

Nei giorni successivi alla caduta della capitale la situazione presso l’aeroporto rimane caotica. Mentre i vari paesi continuano le operazioni di rimpatrio dei propri funzionari e militari, molti afgani chiedono di farsi imbarcare sui voli in partenza da Kabul, temendo le rappresaglie dei talebani e il ritorno della Sharia. Contemporaneamente si intensificano le ondate di persone in fuga dal paese verso il Pakistan. 

Intanto nella città iniziano le prime ripercussioni sui presunti oppositori del regime e il 21 agosto viene adottato il primo editto (fatwa) per l’applicazione dell’annunciata segregazione uomo-donna

Il 24 agosto 2021, il vice capo dell’ufficio politico dei talebani afghani, Abdul Salam Hanafi, ha incontrato l’ambasciatore cinese in Afghanistan, Wang Yu, a Kabul. La Cina ha annunciato di avere comunicazioni e consultazioni fluide ed efficaci con i Talebani,e che Pechino intende rispettare l’indipendenza sovrana e l’integrità territoriale dell’Afghanistan e portare avanti una politica di non interferenza negli affari interni dell’Afghanistan

Il 26 agosto 2021, nei pressi dell’aeroporto di Kabul avviene un attacco terroristico da parte di un attentatore suicida, che ha causato diversi feriti e morti, tra cui 13 soldati americani. In seguiti l’attacco viene rivendicato da parte del gruppo terroristico dell’Isis-Khorasan, la divisione afgana dello Stato islamico.

Venerdì 27 agosto 2021 si è tenuto l’ultimo ponte aereo Kabul-Roma. 

Il 29 agosto 2021, le forze militari statunitensi fermano un presunto attacco che Isis-K attraverso l’utilizzo di un drone militare, causando la morte di diversi civili afgani

Tra il 30 e il 31 agosto, l’ultimo volo militare statunitense lascia l’aeroporto di Kabul, segnando la fine di 20 anni di presenza degli Stati Uniti in Afghanistan

Intanto continua l’avanzata delle forze talebane verso la provincia settentrionale del Panjshir, una delle ultime zone di resistenza ai Talebani. Nonostante la provincia si sia dichiarata aperta al dialogo, persistono i combattimenti fra le due parti. 

All’abbandono definitivo delle truppe statunitensi, l’Afghanistan si ritrova in mano ai Talebani. Nel Paese, e soprattutto nella capitale, permane una situazione di tensione e incertezza. 

A inizio settembre 2021, forti sono i dubbi sul futuro del Paese. I Talebani avviano i negoziati e le discussioni per la formazione del nuovo governo. 

Il 6 settembre 2021, i Talebani annunciano di aver preso il controllo totale del Panshir, ultimo avamposto di resistenza in Afghanistan. Tuttavia il Fronte della resistenza nazionale afghana presente nella valle del Panshir dichiara che la rivendicazione è falsa.  

Il 7 settembre 2021 il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid annuncia i componenti del nuovo governo ad interim dell’Afghanistan durante una conferenza stampa a Kabul.

 

CONTESTO SOCIO-CULTURALE

Il principale gruppo etnico è costituito dai pashtun (42% della popolazione), poi ci sono i tagiki (27%), gli hazara (9%), gli uzbeki (9%), gli aimak (4%), i turkmeni (3%), i baluchi (2%) e altri gruppi minoritari (4%).
L’art. 16 della Costituzione afghana del 2004 riconosce come lingue ufficiali dello Stato il dari (molto simile alla lingua iraniana farsi) e il pashto. Aggiunge, inoltre, che nelle aree in cui la maggior parte della popolazione parla uzbeko, turkmeno, balochi, pashai, nuristani o pamiri, tali lingue potranno essere riconosciute come “terza lingua ufficiale” e il loro utilizzo sarà stabilito dalla legge.

Si stima che l’80% della popolazione afgana sia composta da musulmani sunniti, adepti della scuola di giurisprudenza di Hanafi. Il gruppo etnico dei pashtun è, per la maggior parte, composto da sunniti, ad eccezione della tribù pashtun-turi i cui membri sono sciiti. Il resto della popolazione (il 19%), in particolare il gruppo etnico hazara, professa per lo più la religione musulmana sciita. L’1% della popolazione segue altre religioni.

Nonostante i tentativi, durante gli anni del comunismo, di secolarizzare la società afgana, l’islam pervade tutti gli aspetti della vita. La fede religiosa è servita come base principale per esprimere l’opposizione al comunismo e all’invasione sovietica. Religione, tradizione e i codici islamici, insieme con le pratiche tradizionali e tribali, svolgono un ruolo fondamentale tanto nella disciplina della condotta personale quanto nella risoluzione delle controversie. La società afgana è ampiamente basata su gruppi, legati da vincoli di parentela, che seguono i costumi tradizionali e le pratiche religiose. Ciò avviene un po’ meno nelle aree urbane.

La Costituzione dell’Afghanistan (2004) riconosce i pashtun, i tagiki, gli hazara, gli uzbeki, i turkmeni, i balochi (o baluchi), i pashai, i nuristani, gli aimaq (o aymaq), gli arabi, i kyrghizi (o qirghiz), i qizilbash, i gujur, i brahui (o brahwui) come gruppi etnici presenti nel territorio afgano aventi diritto alla cittadinanza afgana.

Gruppi etnici

Pashtun: I pashtun (anche chiamati pushtan, paktun o pathan) rappresentano il gruppo etnico maggioritario in Afghanistan, corrispondendo a circa il 42% degli abitanti del Paese. Vivono prevalentemente nelle zone a sud e a est dell’Afghanistan. Come sopra accennato, la stragrande maggioranza dei pashtun è musulmana sunnita (scuola Hanafita) e parla il pashto. Alcuni parlano anche il pakhto: idioma che, al pari del pashto, deriva dal dialetto iraniano mescolatosi con le lingue indo-europee. I pashtun sono di solito capaci di esprimersi anche in farsi laddove sia necessario, ad esempio negli affari commerciali.
Si suppone che i pashtun siano discendenti degli iraniani dell’est immigrati nella zona dall’Iran. Tuttavia, esiste anche un’interessante leggenda che sostiene che essi provengano da una delle tribù di Israele.
La struttura sociale dei pashtun si basa sul codice pashtunwali (o pukhtunwali), che è un misto tra un codice tribale d’onore e interpretazioni locali della legge islamica.
Il codice prescrive di parlare in pashto e di conformarsi alle consuetudini stabilite. Essere ospitali, proteggere gli ospiti, difendere la proprietà, mantenere l’onore della famiglia e tutelare le donne della famiglia sono alcuni dei più importanti principi per i pashtun. La risoluzione di dispute e le decisioni prese a livello locale sono affidate al consiglio tribale jirga, mentre la donna è esclusa da qualsiasi questione che non riguardi la vita domestica. Alle donne viene richiesto di indossare il burka: un velo che copre completamente il corpo. Culturalmente i pashtun apprezzano la musica, la danza, la poesia e la narrativa. La maggior parte dei pashtun pratica attività agricola e di allevamento; altri, invece, commerciano i prodotti provenienti da queste e da altre attività.
Le difficili condizioni di vita, la mancanza di acqua pulita e di cure mediche contribuiscono a una breve aspettativa di vita (circa 46 anni). Le condizioni si presentano leggermente migliori per coloro che vivono a Kabul.
I pashtun sono attualmente, ma anche storicamente, il gruppo etnico politicamente più potente in Afghanistan. Tuttavia, nonostante la loro passata dominazione politica, i pashtun non hanno mai costituito un gruppo omogeneo e molti sono diventati vittime di oppressione da parte delle élites delle loro stesse comunità. Il potere e la leadership individuale sono, forse, l’elemento che maggiormente divide il popolo pashtun, non solo in diverse tribù ma anche in numerose sotto-tribù, ciascuna chiusa all’interno dei propri confini. Nella storia, le interferenze hanno causato spesso conflitti tra le sotto-tribù. Eppure, nonostante le loro divisioni interne, si sono spesso uniti in un unico fronte quando si è trattato di opporsi ad interferenze esterne o poste in essere da elementi non pashtun del governo centrale.

Tagiki: rappresentano il 27% della popolazione afgana e costituiscono il secondo gruppo etnico più importante del Paese dopo i pashtun. Essi fanno prevalentemente parte dell’élite afgana, con un considerevole volume di ricchezza accumulata all’interno della comunità. Proprio grazie alle ricchezze e al grado di istruzione essi esercitano una significativa influenza politica in Afghanistan. Essendo originari dell’Asia centrale mantengono legami molto forti con i 4 milioni di persone di etnia tagika che vivono in quella vicina regione e nello Stato del Tagikistan.
Mentre nell’era pre-sovietica questo gruppo occupava, in gran parte, le aree urbane, vivendo nei territori intorno a Kabul e nella regione montuosa di Badashkshan (Nord-Est), attualmente la sua presenza si è diffusa in diverse zone del Paese, anche se si concentra soprattutto a Nord, Nord-Est e Ovest dell’Afghanistan. La presenza dei tagiki nella parte nordorientale ha subito considerevoli variazioni durante il periodo del regime talebano, da quando, cioè, questi ultimi e le forze di opposizione hanno iniziato a combattere per il controllo del territorio.
La maggioranza dei tagiki è di fede musulmana sunnita, anche se una piccola parte, che vive in prossimità della città di Herat, è sciita (aderente alla dottrina del dodicesimo imam). I tagiki parlano una particolare forma di lingua dari, il dialetto farsi, molto vicina alla lingua nazionale iraniana.
A differenza dei pashtun non hanno una specifica struttura sociale e i legami di fedeltà dei tagiki afgani si sviluppano intorno al ruolo centrale della famiglia e del villaggio.
I tagiki sono molto attivi politicamente in Afghanistan. Nel 1992, la comunità, rappresentata dal partito Jami’iat-i-Islami e sotto la guida di Burhanuddin Rabbani, ha assunto il governo del Paese, in seguito agli accordi di Peshawar. Rabbani è stato poi destituito nel 1996 dai Talebani che hanno portato il Paese alla guerra civile.
In seguito i tagiki si sono posti alla guida dell’Alleanza del Nord (movimento nato dall’unione dei gruppi di opposizione combattenti contro i Talebani). Durante gli anni del regime talebano, i tagiki sono stati tra i gruppi etnici perseguitati, molti membri sono stati uccisi dopo la presa di Mazar-I-Sharif, nel 1998.
Come descritto in precedenza, nel 2001 – a seguito degli attacchi dell’11 settembre a New York – la coalizione internazionale guidata dagli USA ha abbattuto il regime talebano accusato di fornire protezione ai leader di Al-Qaeda e ha collaborato con l’Alleanza del Nord, i cui membri hanno partecipato al governo provvisorio.
I tagiki sono rappresentati a livello nazionale da una varietà di organizzazioni e partiti politici anche se l’organizzazione dominante continua ad essere Jamiat-e-Islami (Società Islamica).
La comunità tagika ha mostrato preoccupazione rispetto alla possibile partecipazione dei Talebani nei negoziati di pace, temendo discriminazioni e rivalse da parte talebana dato l’impegno in prima linea svolto nella lotta contro questi ultimi. Tali timori sono stati in qualche modo confermati dall’uccisione (a settembre del 2011) di Burhanuddin Rabbani: ex Presidente, leader del partito Jamiat-e-Islami e Presidente dell’Alto Consiglio per la Pace dell’Afghanistan. Rabbani era stato incaricato dal governo di negoziare la pace con i Talebani (Vd. paragrafo “Ultimi avvenimenti” della sezione “Contesto storico”).

Hazara: sono circa 2,7 milioni in Afghanistan. Prima del XIX secolo erano una delle più grandi etnie e rappresentavano il 67% della popolazione. Più della metà è stata massacrata nel 1893, come risultato di un’azione politica. Oggi costituiscono il 9% della popolazione.
La maggioranza degli hazara vive nell’Hazarajat (o Hazarestan), terra degli hazara, cioè nella zona delle montagne rocciose collocate nel cuore dell’Afghanistan, in un’area di circa 50.000 km2; altri vivono nelle montagne del Badakhshan. A seguito della campagna di Kabul contro gli hazara alla fine del XIX sec., molti di essi si stanziarono ad Ovest nel Turkestan, nelle province Jawzjan e Badghis. Gli hazara ismaeliti, una minoranza religiosa appartenente a questa etnia, vivono nelle montagne dell’Hindu Kush. Gli ultimi vent’anni di guerra hanno spinto molti hazara lontano dalle loro terre d’origine per stabilirsi nelle zone periferiche del Paese, in prossimità dell’Iran e del Pakistan. Esiste persino una numerosa comunità hazara transfrontaliera, che ha costituito un gruppo etnico influente a Quetta, città di confine pakistana.
Gli hazara parlano l’hazaragi, un dialetto del dari (idioma persiano) e la stragrande maggioranza segue lo sciismo (aderente alla dottrina del dodicesimo imam). Un numero significativo è seguace della setta ismailita, mentre una minoranza si professa sunnita. All’interno della cultura afgana gli hazara sono noti per la loro musica, i versi e i proverbi, dai quali trae origine la loro poesia. La musica e l’arte poetica sono essenzialmente folkloristiche, tramandate oralmente di generazione in generazione.
Nel 1880 la comunità hazara era costituita da nobiltà terriera, contadini e artigiani. La società era divisa in classe dominante e dominata, la cui appartenenza si basava sulla proprietà dei mezzi di produzione (bestiame, terreni e acqua).
Nel tempo si è assistito ad un graduale declino dello status degli hazara che oggi occupano gli strati inferiori della gerarchia sociale dell’Afghanistan moderno. Il loro impiego, soprattutto in lavori che richiedono manodopera non qualificata, ha determinato un’ulteriore stigmatizzazione all’interno della società, come ben evidenzia il bassissimo tasso di matrimoni interetnici con gli hazara. Di conseguenza essi sono rimasti relativamente esclusi dall’influenza di altre culture afgane e la loro identità è rimasta sostanzialmente immutata.
Nelle famiglie hazara il marito è considerato il capo famiglia, tranne nei casi di morte del coniuge, quando il suo posto è assunto dalla moglie. Quando ciò avviene, nei nuclei familiari poligami, la moglie più anziana succede al marito defunto fino a quando il figlio primogenito non raggiunge la maggior età.
A livello nazionale, gli hazara hanno sviluppato una maggiore attenzione riguardo ai diritti delle donne in materia di educazione e accesso alle cariche pubbliche. Le donne hazara istruite, in particolare quelle che sono tornate dall’esilio in Iran, sono attive quanto gli uomini sia in ambito politico che nell’impegno civico. Inoltre, le famiglie hazara incoraggiano sempre di più le proprie figlie a studiare.
Gli hazara sciiti sono storicamente la minoranza etnica più perseguitata del Paese e hanno sperimentato pochi miglioramenti nella loro situazione, nonostante i cambiamenti in corso nell’odierno Afghanistan. Costretti a migrare a Kabul nella seconda metà del XX secolo a causa delle persecuzioni, la loro difficile condizione socio-economica ha originato una divisione, non solo etnica ma anche di classe, tra loro e il resto della società urbana afgana.
Negli anni ’60 e ’70, pressioni economiche e repressioni sociali e politiche hanno indotto questa etnia a unirsi ad altre minoranze sciite e ad avere un ruolo di rilievo nella guerra civile protrattasi negli ultimi due decenni.
I Talebani non sono stati i primi a istigare la persecuzione contro gli hazara, essa infatti esiste da centinaia di anni, ovvero da quando sono stati allontanati dalle loro terre, venduti come schiavi e privati della possibilità di accedere ai servizi riservati alla maggioranza della popolazione.
Uno dei principali fattori di discriminazione nei loro confronti è legato al loro credo religioso.
A seguito della caduta del regime talebano, nel 2001, si è assistito a un miglioramento della situazione politica ed economica degli hazara. Sono una delle minoranze etniche riconosciute dalla Costituzione e godono del diritto di cittadinanza.
Il Presidente Karzai ha nominato alcuni hazara come membri del suo governo e varie iniziative sono state prese per rinvigorire l’economia della zona dell’Hazarajat. Tuttavia, le politiche di recupero non hanno apportato considerevoli miglioramenti nelle loro condizioni economiche. Non sembra essere affatto diminuita, infine, la discriminazione nei confronti degli appartenenti a quest’etnia.

Turkmeni: vivono nella parte nord dell’Afghanistan. Sono di religione musulmana sunnita (tradizione Hanafi). Inizialmente organizzati in semplici società tribali, negli ultimi anni hanno adottato uno stile di vita semi-nomade. Oltre all’attività agricola, i turkmeni si dedicano all’allevamento e all’artigianato. La produzione di cotone in particolare ha contribuito allo sviluppo economico di questa comunità. Una delle più fiorenti attività è la produzione di tappeti svolta soprattutto dalle donne. A causa della loro relativa prosperità, i turkmeni come gli uzbeki non sono stati dipendenti dal governo centrale. Tuttavia l’economia del nord dell’Afghanistan è stata seriamente danneggiata dalla conquista talebana del 1998. A livello politico, i turkmeni hanno mantenuto una posizione neutrale durante i decenni di conflitto in Afghanistan. Di conseguenza, non hanno avuto personalità autorevoli o signori della guerra che li rappresentassero politicamente durante e dopo la guerra civile e durante il processo di ricostruzione. Perciò sono rimasti in disparte rispetto alle principali questioni politiche e sociali dell’Afghanistan; sono stati storicamente esclusi dai processi decisionali e non considerati dalla classe al potere. Non hanno avuto rappresentanti che promuovessero i loro diritti e che fossero presenti nelle strutture amministrative.
La prima volta in cui i turkmeni furono rappresentati nel governo afgano è stata nel 2004 con Nur Muhammad Qargin, nominato Ministro dell’educazione. Di quest’ultimo introdusse un progetto finalizzato a fornire libri di testo in lingua turkmena. I turkmeni infatti studiano generalmente testi in lingua dari, così come fanno molti altri gruppi etnici minori presenti in Afghanistan.

Balochi: contano circa 597.000 persone e rappresentano il 2% della popolazione afgana. Fanno parte di una più ampia comunità di circa 8 milioni di persone, il 70% dei quali vive nelle zone di frontiera con il Pakistan, mentre la percentuale residua si trova in Iran. La piccola comunità che vive in Afghanistan si è stanziata nei territori del sud e del sud-ovest, nelle province di Hilmand e Faryab. Pratica l’islam sunnita e si esprime in lingua Brahui (conosciuto anche come Brahuis or Brahui Baluchis).
Le principali attività economiche svolte dai Balochi sono l’agricoltura e l’allevamento. Tradizionalmente nomadi, hanno preservato le loro antiche strutture sociali patriarcali. Le loro conoscenze hanno permesso ai balochi di mantenere un certo grado di autosufficienza: costruiscono autonomamente le proprie case e tutti gli strumenti necessari alla vita quotidiana. Producono tappeti per il commercio o per l’utilizzo domestico. Le loro attività agricole sono organizzate sulla base di una stretta divisione del lavoro tra uomini e donne. Le donne sono impegnate nell’attività di trebbiatura e selezione del raccolto, mentre gli uomini si occupano dell’aratura e della semina. In coerenza con le loro abitudini nomadi, i terreni non sono di proprietà privata ma appartengono all’intera comunità.
I Baluchi hanno un forte senso di appartenenza etnica che si è espresso, negli anni, con forti ribellioni contro i governi centrali dei diversi Paesi in cui sono presenti. Le loro richieste sono legate al rispetto della propria autonomia e autodeterminazione, fino alla volontà di costituire lo Stato indipendente del Baluchistan. Queste rivendicazioni hanno gradualmente condotto all’attuazione, nei confronti di questa etnia, di politiche di repressione da parte del Pakistan, dell’Iran e dell’Afghansitan.

Aimaq: vivono principalmente nella zona stepposa nel nord-ovest dell’Afghanistan e parlano un dialetto persiano comprensivo di vocaboli turchi. Tradizionalmente nomadi, negli ultimi anni hanno gradualmente iniziato ad assumere uno stile di vita semi-nomade, con spostamenti solo in alcune stagioni dell’anno. La loro struttura sociale si basa sulla famiglia patriarcale e le loro principali attività economiche sono la produzione di tappeti e l’agricoltura. Storicamente gli aimaq hanno partecipato alla difesa dello Stato contro l’invasione sovietica e sono stati attivi durante la guerra civile sostenendo i Mujahidin. Essendo un gruppo relativamente piccolo e diviso, senza una vera base territoriale, gli aimaq non hanno mai avanzato pretese di indipendenza. Il loro profilo nomade e tribale ha limitato fortemente ogni tipo di partecipazione politica o amministrativa. Di conseguenza, le difficoltà relative alle loro dure condizioni di vita non hanno mai trovato grande espressione o risonanza a livello politico.

ORDINAMENTO DELLO STATO

L’Afghanistan è una Repubblica Islamica.
Il Presidente viene eletto direttamente dal popolo così come i rappresentanti delle due Camere che compongono il Parlamento. La Camera del Popolo (Wolesi Jirga) è composta da 250 seggi e viene eletta dagli elettori delle 34 province del Paese. La Camera degli Anziani (Meshrano Jirga) si compone di 102 seggi che sono suddivisi tra i rappresentanti dei Consigli Provinciali e Distrettuali, mentre altri seggi sono designati dal Presidente.
Il Governo è composto da 25 ministri che, ai sensi della Costituzione, sono nominati dal Presidente su approvazione del Parlamento.

L’ultimo presidente fino alla presa del potere da parte dei talebani, Ashraf Ghani Ahmadzai. Ghani è stato eletto per due mandati presidenziali dopo aver nuovamente vinto le elezioni nel febbraio 2020. Ghani era stato eletto presidente nel 2014 come successore a Hamid Karzai, primo presidente dalla caduta dei Talebani nel 2001.

 

DIRITTI UMANI

LIBERTÀ FONDAMENTALI

Libertà d’associazione e d’assemblea
L’articolo 35 della Costituzione dell’Afghanistan tutela le libertà di associazione e di assemblea e il governo, in generale, rispetta questi diritti. Tuttavia esistono alcuni fattori che, a volte, ne impediscono l’esercizio. La mancanza di sicurezza, l’interferenza da parte delle autorità locali e delle forze dell’ordine costituiscono, ad esempio, un impedimento alla libertà di assemblea in alcune zone della nazione.
Si sono verificate numerose proteste pacifiche nel corso degli anni, legate alle più diverse cause: la situazione di impasse del Parlamento e del Tribunale speciale, i diritti delle persone con disabilità psichiche o l’utilizzo dei terreni di proprietà pubblica. I cittadini hanno, inoltre, protestato contro le vittime civili causate, presumibilmente, dall’azione delle forze pro-governative.
Per quanto concerne più specificatamente la libertà di associazione, una legge del 2009 sui partiti politici impone a questi ultimi di registrarsi presso il Ministero della Giustizia e richiede anche che l’azione perseguita dai movimenti non abbia obiettivi contrari all’islam.
Alcune disposizioni, tuttavia, rendono complicata la registrazione dei partiti: per esempio si richiede che questi abbiano almeno 10.000 membri regolarmente iscritti. A livello provinciale, in molte zone del Paese, le violenze poste in essere dalle forze anti-governative hanno, di fatto, ostacolato la libertà dei partiti e dei candidati di condurre la loro attività politica.

Libertà di espressione e di stampa
L’articolo 34 della Costituzione afgana prevede la libertà di espressione e di stampa.
Inoltre, una versione emendata della legge sui mass media, garantisce ai cittadini di aver accesso all’informazione e vieta la censura. Nonostante le previsioni legislative, il governo pone di fatto molte restrizioni a queste libertà.
Le autorità spesso approvano specifici regolamenti o ricorrono all’uso di pressioni e minacce per evitare che si possa esercitare il diritto di critica. La libertà di espressione è maggiormente limitata a livello provinciale, dove i “signori della guerra” detengono la proprietà di molte emittenti e giornali.
Tuttavia, alcuni giornalisti indipendenti e scrittori hanno potuto, comunque, pubblicare riviste e bollettini, anche se la loro diffusione è stata generalmente limitata alla città di Kabul. La carta stampata, più degli altri mezzi di comunicazione, riesce a trattare gli argomenti legati agli sviluppi interni al Paese.
Inoltre, malgrado le numerose difficoltà, i media indipendenti riescono ad essere abbastanza attivi e a rispecchiare le differenti opinioni politiche.
Nonostante questi aspetti di relativa apertura, diversi sono i rapporti che descrivono un ambiente molto pericoloso per gli operatori della comunicazione. Spesso anche quando questi non rappresentano un vero e proprio obiettivo, possono rimanere vittime di attentati. Minacce, violenze e intimidazioni sono largamente utilizzate nei confronti dei giornalisti che, quindi, restano soggetti particolarmente vulnerabili a maltrattamenti fisici o a pressioni psicologiche da parte di diversi attori (compresi il governo centrale e i governi provinciali), allo scopo di influenzare i contenuti delle notizie riportate. Spesso, la combinazione tra azioni repressive attuate da forze governative e da gruppi armati, insieme con i tentativi di manipolazione posti in essere da gruppi stranieri, impediscono di fatto ai media di operare liberamente.
Alcuni osservatori sostengono che spesso i giornalisti praticano un’auto-censura su alcuni temi per paura di rappresaglie da parte dei funzionari della polizia provinciale o di famiglie potenti. Si sono verificati casi, infatti, in cui questi ultimi hanno utilizzato violenze, intimidazioni o hanno agito contro i giornalisti di rettamente presso le emittenti.
Il Ministero dell’Informazione e della Cultura (MOIC) ha l’autorità di regolamentare la stampa e i media, ma anche il Ministero degli Affari Religiosi e il Consiglio degli Ulema (composto dai leader religiosi del Paese) possono tentare di restringere l’azione dei media. Ad esempio, gli Ulema controllano che non vengano diffusi messaggi “anti-islamici” o immorali.
I giornalisti ricevono minacce non solo da parte di soggetti statali ma anche da parte dei Talebani o di altri gruppi ribelli affinché non vengano pubblicate testimonianze favorevoli al governo. Inoltre, la presenza di organi di stampa controllati da questi movimenti continua a rappresentare un elemento di preoccupazione e a restringere notevolmente lo spazio operativo dei giornalisti.
Infine, il Comitato di Protezione dei Giornalisti (Committee to Protect Journalists – CPJ) ha riportato che operatori della comunicazione, sia del luogo che stranieri, continuano ad essere a rischio di rapimento.

Particolarmente colpite sono poi le donne che lavorano nel settore. Queste continuano a essere una categoria decisamente vulnerabile in un Paese in cui sono tra i principali bersagli della propaganda fondamentalista, che circola ampiamente in diverse regioni

Nel 2021, l’Afghanistan si è classificato 122 su 180 paesi nella classifica mondiale per la libertà di stampa

 

Libertà di religione
La Costituzione e le altre leggi limitano la libertà religiosa e, generalmente, il governo applica queste restrizioni. La Costituzione dell’Afghanistan riconosce l’islam come religione di Stato e specifica che “nessuna legge può essere contraria al credo e alle disposizioni della religione islamica”. Tuttavia, l’articolo 2 prevede anche che “i fedeli di altre religioni siano liberi, nei limiti previsti dalla legge, di esercitare i loro diritti religiosi”.
Di fatto, la mancanza di un governo in grado di recepire i bisogni di protezione delle minoranze religiose contribuisce a limitare tale libertà.
Il rapporto “International Religious Freedom” pubblicato dal Dipartimento di Stato Americano afferma che, nel 2011, nessun individuo è stato mantenuto in detenzione per motivi legati alla sua religione.
Si sono, comunque, verificati casi di abusi o discriminazioni sociali fondate sull’appartenenza religiosa, sul credo o sulla pratica del culto.
Nell’ambito di una popolazione a maggioranza islamica, le relazioni con le diverse fedi continuano ad essere molto difficili. Nel rapporto tra la maggioranza sunnita e la minoranza sciita, comunque, si osserva un discreto miglioramento, anche se gli sciiti continuano a subire molte discriminazioni sociali. Mentre i gruppi minoritari non musulmani – in particolare i cristiani, gli induisti e i sikh – continuano a subire persecuzioni e discriminazioni.
La conversione dalla religione islamica ad altre fedi viene interpretata – dai religiosi dell’islam sunnita e sciita, ma anche dai cittadini – come in netto contrasto con i principi islamici. Essa è considerata un atto di apostasia e un crimine contro l’islam e potrebbe essere punito con la morte se il convertito non decide di ritrattare.
Le popolazioni locali di religione induista o sikh, anche se possono liberamente praticare il proprio culto, continuano a incontrare problemi nell’ottenere terreni per la cremazione dei defunti (pratica prevista dalla loro fede). Inoltre subiscono discriminazioni nell’accesso al lavoro e spesso maltrattamenti durante le principali celebrazioni religiose. Molti fedeli delle comunità baha’is e cristiane non dichiarano apertamente la loro appartenenza religiosa né praticano pubblicamente il culto, a causa del timore di subire persecuzioni, discriminazioni, di essere arrestati o uccisi.

In quest’ ambito con una popolazione a maggioranza islamica, le relazioni con le diverse fedi continuano ad essere molto difficili. I gruppi religiosi minoritari continuano a subire persecuzioni e discriminazioni, affetti anche dalla mancanza di un governo in grado di recepire i loro bisogni di protezione.

 

SOGGETTI VULNERABILI

DONNE

Nonostante timidi segnali di miglioramento, alcuni esperti internazionali hanno definito l’Afghanistan una nazione molto pericolosa per le donne.
Le donne e ragazze afgane continuano a essere vittime di discriminazioni, violenza domestica, matrimoni forzati, tratta di esseri umani e a essere merce di scambio nella soluzione delle controversie.
Spesso subiscono attacchi da parte delle forze talebane.

La magistratura afgana ha registrato oltre 3.700 casi di violenza contro donne e ragazze da gennaio ad agosto 2016. Anche la commissione indipendente afgana per i diritti umani riferisce di migliaia di casi di violenza contro le donne fino a giungo 206, tra cui pestaggi, omicidi e attacchi con l’acido.

La legge punisce il reato di stupro con l’ergastolo e, se la violenza causa la morte della vittima, si applica la pena di morte per il responsabile. È punito anche il reato di “violazione della castità della donna” (qualora non sia la conseguenza di un atto di adulterio) con la prigione fino a 7 anni. 

La legge non prevede la punizione dello stupro da parte del marito. Nonostante le disposizioni legislative, nella maggior parte dei casi la legge non viene applicata.

Gruppi armati hanno preso di mira le donne che lavoravano a contatto con il pubblico comprese alcune agenti di polizia. Nelle zone sotto il loro controllo hanno anche limitato la libertà di movimento di donne e ragazze, impedendo loro l’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria.

BAMBINI SOLDATO

I bambini afghani rappresentano un’altra categoria estremamente vulnerabile. I continui conflitti che si svolgono sul territorio del paese incidono particolarmente su molti aspetti della vita dei bambini e dei ragazzi, come l’ accesso ai servizi di base (istruzione, assistenza sanitaria), effetti negativi sulla salute mentale e sul benessere psicosociale, nonché nell’essere vittime dirette dei conflitti armati. 

Secondo i dati UNICEF, 3,7 milioni di bambini “non vanno a scuola”, di cui il 60% sono ragazze. Di quelli che vanno a scuola, molti sono soggetti ad abusi sessuali perpetrati da insegnanti e funzionari scolastici, nonché sono spesso soggetti a punizioni corporali. 

La legge afghana stabilisce l’età minima legale per il matrimonio a 16 anni per le ragazze (15 anni con il consenso di un genitore o tutore o del tribunale) e 18 anni per i ragazzi. Tuttavia, nel paese spesso i ragazzi e le ragazze sono forzati al matrimonio anche in età precoci rispetto a quanto previsto dalla legge. 

Ufficialmente il governo, con l’assistenza delle autorità internazionali, esercita uno stretto controllo sui reclutamenti operati dalle forze armate e dalla polizia, rifiutando richieste di ragazzi che non abbiamo compiuto 18 anni. 

Tuttavia, si sono verificati casi nei quali alcuni bambini sono stati reclutati e utilizzati a scopi militari da parte dell’Afghan National Security Forces, dell’Afghan National Police e dalle milizie pro-governative. 

Sembra, inoltre, che il reclutamento di ragazzi minorenni da parte delle milizie ribelli sia in aumento. Numerosi rapporti rivelano che i Talebani e gli altri gruppi ribelli abbiano reclutato bambini al di sotto dei 18 anni, in alcuni casi per utilizzarli come attentatori suicidi o come scudi umani, in altri casi anche per fargli svolgere altri lavori. Le ONG, i media e le agenzie ONU hanno riferito che spesso i Talebani e i gruppi armati attirano i ragazzi con l’inganno, promettendo loro del denaro, oppure li costringono ad arruolarsi con la forza. 

Secondo la valutazione nazionale svolta dall’ dell’UNICEF nel 2019 sulla prevenzione del reclutamento di bambini in Afghanistan, 1 famiglia su 100 ha avuto almeno un bambino reclutato nelle forze armate negli ultimi cinque anni. Su 10 bambini che si sono uniti alle

forze armate, 1 è stato ucciso o è scomparso, 3 sono ancora nelle forze armate e 6 sono tornati e hanno bisogno di sostegno per il reinserimento.

 

LGBT – LESBIAN, GAY, BISEXUAL E TRANSGENDER

In Afghanistan è la stessa legge a vietare i comportamenti omosessuali. La legge afghana, infatti, criminalizza la condotta sessuale consensuale tra persone dello stesso sesso, considerata in contrasto con legge islamica della sharia. La condanna per attività sessuali tra persone dello stesso sesso è punibile con la morte, la fustigazione o la reclusione. Oltretutto, la legge non vieta la discriminazione o le molestie basate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere. Per questo motivo le persone appartenenti alla comunità LGBT+ subiscono forti discriminazioni e violenze, sia da parte della società che dalle autorità.  Spesso gli viene negato accesso ai sevizi base, o corrono un elevato rischio di perdere il lavoro per causa del loro orientamento sessuale. I membri di questa comunità sono soggetti a violenze fisiche, stupri, maltrattamenti, arresti arbitrari e detenzione. In generale, la violenza nelle sue varie forme contro la comunità LGBT+ è assai diffusa e comune in Afghanistan.  

Il rapporto Eligibility Guidelines for Assessing the International Protection Needs of Asylum-Seekers from Afghanistan, pubblicato dall’UNHCR (Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati) nel luglio del 2009, sottolinea che “come l’apostasia (l’abbandono formale e volontario della propria religione, NDR), l’omosessualità è punibile con la pena di morte, secondo la maggior parte delle interpretazioni della legge islamica”. Anche se l’International Lesbian and Gay Association (ILGA), nel rapporto World Survey: State sponsored Homophobia (maggio 2014), sottolinea che non sono state eseguite condanne a morte legate ad atti omosessuali dopo la fine del regime dei Talebani, l’omosessualità in Afghanistan rimane un tabù e molti vivono la propria sessualità con paura e timore.
L’UNHCR ritiene che gli omosessuali siano comunque a rischio di subire emarginazione a livello sociale, violenze da parte delle famiglie o di membri delle comunità, ma che siano anche formalmente perseguibili.

 

RIFUGIATI

Secondo gli ultimi dati rilasciati dall’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, nel suo rapporto annuale Global Trends 2020, circa 2,6 milioni di rifugiati afgani vivono in più di 70 paesi e costituiscono una delle più grandi popolazioni di rifugiati al mondo, dopo siriani e venezuelani. Sempre secondo le fonti dell’UNHCR, nel paese ci sono quasi 2,9 milioni di sfollati interni, cioè persone che sono state costrette ad abbandonare le proprie case per sfuggire a persecuzioni e conflitti verso zone più sicure del paese, non oltrepassando il confine ma rimanendone all’interno. Gli sfollati interni del Paese gravitano attorno alle città principali, in particolare Kabul, Herat e Mazar-e Sharif. Molti hanno trovato alloggio in insediamenti informali, costretti a vivere in condizioni di eccessivo affollamento, mancanza di igiene, scarso accesso all’acqua potabile, a un riparo adeguato e ai servizi sanitari, nonché sotto la costante minaccia di sgombero forzato. Attualmente, le Repubbliche islamiche dell’Iran e del Pakistan continuano ad ospitare oltre 2 milioni di rifugiati afgani registrati.

Nel 2016, l’UE e l’Afghanistan sancirono un accordo in materia di rimpatrio, dove l’Afghanistan si impegnava nel favorire il rimpatrio dei suoi cittadini, circa 80.000, la cui richiesta di asilo in Europa non aveva avuto esito positivo, mentre Bruxelles si sarebbe incaricata di coprire i costi del rimpatrio e dei percorsi di reinserimento. Tuttavia, diverse furono le critiche rivolte a questo accordo, da molti considerato uno stratagemma per l’Afghanistan di ottenere aiuti economici. Tuttavia, dopo un iniziale innalzamento dei numeri dei rimpatriati a seguito di tale accordo, il numero di afghani tornati nel proprio paese è diminuito nuovamente, passando da 370 mila a fine 2016 a 8 mila a fine 2019

Il ritiro delle ultime forze internazionali dall’Afghanistan ha avuto un impatto negativo sul paese. L’espansione delle forze talebane e la presa del paese da parte di queste ultime ha portato ad un esponenziale aumento delle violenze e degli attacchi armati, portando a nuove ondate di spostamenti verso zone più sicure e/o fuori da paese, soprattutto verso il Pakistan. 



RIEPILOGO FONTI

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21 Maggio 2015