Scheda Paese 3 – Repubblica Democratica del Congo

GEOGRAFIA

La Repubblica Democratica del Congo confina a nord con la Repubblica Centro Africana e il Sudan del Sud; a nord-est con l’Uganda; a est con il Ruanda, il Burundi e la Tanzania; a sud con lo Zambia e l’Angola; a ovest con la Repubblica del Congo e, sullo stesso versante, presenta un piccolo sbocco sull’Oceano Atlantico.
Il Paese è dominato dal bacino del fiume Congo, che ospita la seconda foresta pluviale più grande del mondo dopo quella amazzonica e copre quasi la metà del territorio congolese.
La foresta lascia gradualmente spazio alla savana arborea a sud-ovest e ai rilievi montani situati lungo la Great Rift Valley a est. Qui il confine orientale è caratterizzato da numerosi laghi, tra i quali il Tanganica, il Mweru e l’Albert. Presso la Rift Valley si segnalano anche modeste attività vulcaniche dovute ai movimenti della crosta terrestre.
Il clima è diversificato, vista l’estensione del Paese: caldo e umido nell’area del bacino del fiume, fresco e asciutto nelle zone montagnose meridionali, fresco e umido nella zona degli altopiani orientali.

ECONOMIA

Scarsamente popolata, in relazione alla sua estensione territoriale, la Repubblica Democratica del Congo possiede ampie risorse naturali e ricchezze minerarie.
Nonostante ciò, è una delle nazioni più povere del mondo. Questo è il risultato di anni di cattiva amministrazione, corruzione e guerre
. Per decenni la corruzione e le politiche errate hanno alimentato un’economia clandestina, che è largamente diffusa in molti settori.
Al fine di combattere la corruzione, a settembre 2009, il Presidente Kabila ha lanciato una campagna di “tolleranza zero”. All’interno di questo sistema ha istituito la DRC Financial Intelligence Unit per contrastare il riciclaggio di danaro e l’appropriazione indebita di fondi pubblici. Tuttavia, la debole capacità di garantire l’applicazione delle leggi e la precarietà del sistema giudiziario hanno sempre rappresentato forti ostacoli nella lotta alla corruzione.
L’economia congolese si basa prevalentemente sul settore agricolo che rappresenta il 20,1% del PIL. I principali prodotti sono il cotone, il caffè, lo zucchero, l’olio di palma, la gomma, il tè, il cotone, il cacao, le banane, gli arachidi, il mais e alcuni prodotti in legno.

Il settore dei servizi produce il 48% del PIL mentre il settore industriale quasi il 32%. Quest’ultimo è basato soprattutto sull’industria mineraria i cui principali prodotti sono i diamanti, l’oro, il rame, il cobalto, lo zinco, il coltan e lo stagno. Il settore minerario è in espansione, i minerali sono i prodotti maggiormente esportati e rappresentano la più grande fonte di investimenti esteri diretti.
Negli scorsi anni, il governo congolese ha attuato riforme e applicato nuove leggi tra cui il codice degli investimenti, il codice minerario, la legge agraria, la legge sulla finanza pubblica e il codice degli appalti. È stato anche istituito un nuovo tribunale commerciale. Tutte iniziative nate con l’obiettivo di attirare gli investimenti promettendo un trattamento equo e trasparente alle imprese private.

Sempre su iniziativa governativa è stato creato lo “Steering Committee for Investment and Business Climate Improvement”, un comitato interministeriale che ha lo scopo di sostenere le riforme che dovrebbero potenziare lo spirito imprenditoriale della nazione. A causa della diminuzione della domanda globale di materie prime registratasi nel 2008-2009, la RDC ha dovuto affrontare una grave crisi monetaria e finanziaria. La comunità internazionale ha risposto rapidamente al deteriorarsi della situazione economica fornendo assistenza finanziaria di emergenza, inclusa quella derivante dal FMI (Fondo Monetario Internazionale), dalla Banca Mondiale e dalla Banca Africana per lo Sviluppo. Anche l’Unione Europea e il Belgio hanno fornito aiuti finanziari. Ma alla fine del 2012 il FMI ha sospeso gli ultimi tre pagamenti nell’ambito del finanziamento – un totale di 240 milioni di dollari – a causa delle preoccupazioni circa la mancanza di trasparenza nei contratti di estrazione mineraria. Nel 2012, la RDC ha aggiornato le proprie leggi commerciali rispettando l’OHADA, l’Organizzazione per l’Armonizzazione del Diritto Aziendale in Africa. Il prezzo del rame – esportazione principale della RDC – è diminuito nel 2015 e ha mantenuto un calo record durante il 2016, riducendo i ricavi governativi, le spese e le riserve valutarie. Il peggioramento della crisi economica ha inasprito i già elevati livelli di povertà della popolazione, su cui ha anche gravato l’insorgenza di focolai di colera e febbre gialla, che hanno provocato centinaia di morti.

La Repubblica Democratica del Congo ha dovuto inoltre lottare contro nuovi focolai di Ebola e contro un’epidemia di morbillo. Inoltre, nell’ottobre 2020, l’OCHA ha stimato che 15,6 milioni di persone si trovano in una situazione di grave insicurezza alimentare, di cui circa 4,7 milioni soffrono di grave malnutrizione. 

INDICI DEMOGRAFICI E DI SVILUPPO

CONTESTO STORICO E SOCIO-CULTURALE

CONTESTO STORICO

Dalla colonizzazione all’indipendenza
Il territorio conosciuto come Repubblica Democratica del Congo venne colonizzato nel 1885 e diventò dominio personale del Re belga Leopoldo II.
Nel 1907 l’amministrazione passò al governo belga che cambiò il nome della nazione in “Congo Belga”. Dopo un periodo di insurrezioni e disordini, il 30 giugno del 1960, il Congo Belga conquistò l’indipendenza. Con le elezioni parlamentari del 1960 Patrice Lumumba (leader del Movimento Nazionale del Congo) diventò Primo Ministro mentre Joseph Kasavubu assunse la carica di Presidente della rinominata Repubblica Democratica del Congo.

L’era di Mobutu (1961-1997)
Nei primi anni di indipendenza, diversi eventi destabilizzarono la nazione: l’esercito si ammutinò; il governatore della provincia di Katanga attuò un tentativo di secessione; le forze di peacekeeping delle Nazioni Unite furono chiamate a ristabilire l’ordine nel Paese; nel 1961 il Primo Ministro Lumumba morì assassinato durante un tentativo di colpo di Stato e il colonnello Joseph Desire Mobutu (in seguito chiamato Mobutu Sese Seko) assunse il governo.
Il Paese attraversò un periodo di gravi disordini e rivolte fino al 1965, quando Mobutu – che in quel momento era tenente generale e comandante in capo dell’esercito nazionale – assunse il controllo del Paese e si autoproclamò Presidente per 5 anni. Mobutu centralizzò rapidamente il potere attraverso il dominio indiscusso del suo partito: il Movimento di Rivoluzione Popolare (Popular Revolution Movement – MPR). Nel 1970 venne eletto Presidente all’unanimità e iniziò una campagna di sensibilizzazione culturale arrivando, nel 1971, a rinominare il Paese come Repubblica dello Zaire e obbligando i cittadini ad adottare nomi africani.
Seguì un periodo di relativa stabilità che durò fino al 1977-78, quando i ribelli della provincia di Katanga, che si stavano organizzando in Angola, misero in atto una serie di invasioni nella regione. I ribelli furono cacciati dal territorio grazie all’aiuto delle truppe belghe, marocchine e francesi.
Negli anni ‘80, Mobutu continuò a rafforzare il suo sistema di governo a partito unico. Nonostante egli riuscisse a mantenere il controllo del Paese, in questi anni si attivarono numerosi partiti di opposizione, il più importante dei quali era l’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale (Democracy and Social Progress Union – UDPS). I tentativi di Mobutu di reprimere l’azione di questi gruppi attirarono pesanti critiche internazionali.
Con la fine della Guerra Fredda aumentarono le pressioni interne ed esterne sul regime di Mobutu. Tra la fine del 1989 e l’inizio del 1990, il suo governo fu indebolito da una serie di proteste interne, dalla difficile situazione economica e dal crescere delle critiche internazionali circa le pratiche non rispettose dei diritti umani operate dal suo regime.
Ad aprile 1990, Mobutu accettò di aprire il governo a un sistema multipartitico con la previsione di nuove elezioni e di una Costituzione. Quando, però, l’attuazione di alcune disposizioni del nuovo pacchetto di riforme venne rinviata, i soldati iniziarono a saccheggiare Kinshasa e a protestare per il mancato pagamento dei salari. Circa 20.000 cittadini stranieri presenti a Kinshasa in situazione di rischio furono evacuati grazie all’intervento di 2.000 truppe francesi e belghe e il supporto dei mezzi dell’aeronautica statunitense.
Nel 1992, dopo diversi tentativi, venne istituita la Conferenza di Sovranità Nazionale (CSN), intesa quale forum di riconciliazione e d’elaborazione di una nuova carta costituzionale. Essa comprendeva più di 2.000 rappresentanti di diversi partiti politici. L’arcivescovo Laurent Monsengwone assunse la presidenza.
La Conferenza Nazionale venne, infine, a configurarsi quale potere antagonista a quello presidenziale di Mobutu, fino a proclamare il 14 aprile 1992 la propria sovranità e il valore vincolante delle proprie deliberazioni. Benché Mobutu avesse, su designazione della CSN, nominato Primo Ministro Étienne Tshisekedi, fondatore e Presidente del partito di opposizione UPDS, il conflitto fra le due istituzioni non venne meno.
A dicembre la CSN si sciolse, dopo aver concluso i propri lavori con la nomina dei membri dell’Alto Consiglio della Repubblica (High Council of the Republic-Parliament of Transition – HCR-PT), una sorta di Parlamento provvisorio. Entro la fine dell’anno, Mobutu aveva creato un governo rivale. La situazione di stallo che ne conseguì produsse, nel 1994, un compromesso che portò alla fusione dei due governi all’interno dell’Alto Consiglio della Repubblica, con Mobutu come Capo di Stato e Leon Kengo Wa Dondo come Primo Ministro. Per i successivi due anni vennero continuamente riprogrammate elezioni legislative e presidenziali che, tuttavia, non ebbero mai luogo.
All’inizio del 1994, la guerra e il genocidio nel vicino Ruanda si estesero in Zaire. Le forze della milizia Hutu ruandese (Interahamwe), fuggite dal Ruanda dopo l’ascesa del governo guidato dai Tutsi, iniziarono ad utilizzare i campi profughi allestiti nell’est dello Zaire come basi per le loro incursioni in territorio ruandese. Nell’ottobre del 1996 le truppe ruandesi (RPA) entrarono in Zaire, contemporaneamente con la formazione di una coalizione armata guidata da Laurent Desire Kabila, conosciuta come Alleanza delle Forze Democratiche per la liberazione del Congo-Zaire (Alliance of Democratic Forces for the Liberation of Congo-Zaire – AFDL). Quest’ultima aveva l’obiettivo di estromettere forzatamente Mobutu. Così, le forze dell’AFDL con il supporto dell’Uganda e del Ruanda, iniziarono una campagna militare da Kinshasa.
Inutili si rivelavano gli appelli dell’ONU al ritiro di tutte le forze straniere nell’Est dello Zaire i tentativi di Mobutu di dare una credibilità al proprio governo sostituendo una serie di primi ministri. Nel maggio 1997 si assistette al fallimento dei negoziati di pace tra Mobutu e Kabila, le truppe dell’AFDL entrarono a Kinshasa e Kabila si proclamò Presidente della Repubblica Democratica del Congo, ripristinando così il nome che il Paese aveva avuto dal 1960 al 1971 e assumendo pieni poteri. Mobutu riuscì a fuggire dal Paese (morì a Rabat – Marocco nel settembre 1997).

Il governo di Laurent Desire Kabila e la “Guerra Mondiale Africana” (1998-2003)
Il capo dell’esercito di Kabila e il Segretario Generale dell’AFDL erano ruandesi e le unità dell’RPA (Rwandan Patriotic Army) continuarono ad operare insieme con i militari delle FAC (Forze Armate Congolesi – Congolese Armed Forces – FAC) nella Repubblica Democratica del Congo.
Nel corso dell’anno successivo (1998), tuttavia, le relazioni tra Kabila e i suoi sostenitori stranieri si deteriorarono. Nel luglio del 1998, Kabila ordinò a tutte le truppe straniere di lasciare il territorio congolese. Molte si rifiutarono di eseguire l’ordine. Un mese dopo (agosto 1998) esplosero combattimenti in tutta la nazione, le truppe ruandesi presenti in RDC si ammutinarono e nuovi contingenti ugandesi e ruandesi entrarono nel Paese. Dilagò la guerra civile, di lì a poco le truppe ruandesi lasciarono il Basso Congo con l’intenzione di marciare su Kinshasa, estromettendo Kabila e rimpiazzandolo con un nuovo gruppo ribelle congolese, il Congolese Rally for Democracy (RCD), appoggiato dai ruandesi.
Nel febbraio del 1999, l’Uganda appoggiò la costituzione di un altro gruppo ribelle, il Congo Liberation Movement (MLC), un movimento che raccoglieva gli ex sostenitori di Mobutu e dell’ex-Zaire nella Provincia Equatoriale (anche provincia di nascita dell’ex Presidente Mobutu). Insieme, le forze dell’MLC e le forze ugandesi riuscirono a prendere il controllo su una parte del territorio settentrionale della RDC. A questo punto, la RDC era divisa di fatto in tre segmenti, il primo controllato da Laurent Kabila, il secondo dai ruandesi e il terzo dagli ugandesi. Il conflitto si attestava su una situazione di stallo.
Nell’aprile del 1999, vennero ufficialmente coinvolti altri Paesi del continente: Kabila e i Presidenti di Angola, Zimbabwe e Namibia annunciarono la formazione di un’alleanza finalizzata alla reciproca difesa militare, mentre l’Uganda e il Ruanda continuarono ad appoggiare le forze ribelli. La campagna militare ruandese venne dunque fermata grazie all’intervento, a difesa del governo di Kabila, delle truppe alleate di Angola, Zimbabwe e Namibia.
Vi furono ripetuti appelli del Presidente francese Jacques Chirac e del Segretario dell’ONU Kofi Annan per la firma di accordi sul cessate il fuoco e l’avvio di negoziati tra le fazioni rivali. A luglio del 1999, tutte le parti si incontrarono a Lusaka, in Zambia, dove firmarono un accordo alla fine di agosto. L’accordo di Lusaka prevedeva il cessate il fuoco, il dispiegamento delle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite e il ritiro delle truppe straniere, nonché l’avvio di un negoziato interno che potesse portare alla formazione di un governo di transizione che avrebbe guidato il Paese verso nuove elezioni. Tra il 1999 e il 2000, tuttavia, le parti firmatarie dell’accordo di Lusaka non riuscirono ad attuare pienamente le previsioni contenute nel testo. Laurent Kabila continuò ad attirare su di sé pesanti critiche internazionali per aver frapposto ostacoli al pieno dispiegamento delle truppe ONU sul territorio, impedendo il proseguimento di un dialogo interno e operando nell’obiettivo di sopprimere l’attività politica nel Paese.

Governo di Joseph Kabila (dal 2001 ad oggi)
Nel gennaio 2001 in un clima che sembrava sempre più avverso al raggiungimento di un accordo con gli ex alleati, Uganda e Ruanda, ritenuti ormai aggressori da cacciare – il Presidente D. Kabila venne assassinato dalle sue stesse guardie del corpo. Gli succedette il figlio Joseph Kabila, già capo delle forze armate del Paese, che era rimasto alla guida dell’esercito. Joseph Kabila pose fine a molte delle politiche negative attuate dal padre.
Nell’anno successivo (2002) la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite in RDC (United Nations Organization Mission in the Democratic Republic of the Congo – MONUC) divenne operativa su tutto il territorio nazionale e il dialogo interno poté proseguire. Alla fine del 2002, le truppe di Angola, Namibia e Zimbabwe si erano ritirate dalla RDC. Seguirono i negoziati di pace tra RDC e Ruanda che si tennero in Sud Africa e che culminarono nell’Accordo di Pretoria, nel luglio del 2002. Ad ottobre del 2002, le truppe ruandesi si ritirarono ufficialmente dal territorio congolese. Le truppe ugandesi lasciarono, infine, ufficialmente il territorio nel maggio del 2003.

Principali tappe dei negoziati di pace e transizione verso un Governo democratico
Ad ottobre del 2001, il dialogo interno iniziò ad Addis Abeba, sotto gli auspici di un mediatore, l’ex Presidente del Botswana, Ketumile Masire.
I negoziati iniziali ebbero scarsi risultati e così vennero aggiornati al 25 febbraio del 2002 in Sud Africa. Vi presero parte rappresentanti dell’ex governo, gruppi ribelli, movimenti di opposizione politica, esponenti della società civile e anche rappresentanti dei gruppi Mai – Mai (una milizia di difesa locale congolese). Le trattative si conclusero senza risultati il 19 aprile del 2002, quando il Governo e il MLC negoziarono un accordo che venne sottoscritto dalla maggioranza dei delegati. Questo accordo parziale non venne mai applicato.
Le trattative ripresero nuovamente sfociando il 2 aprile del 2003 nella firma degli accordi di Sun City che, oltre alla stesura di una Costituzione transitoria, posero le basi per il processo di democratizzazione del Paese.
Il 30 giugno del 2003, J. Kabila emise un decreto con cui annunciò formalmente la formazione di un Governo di Transizione. Quattro vice-Presidenti (ciascuno rappresentativo di una specifica fazione, partito o regione) prestarono il loro giuramento il 17 luglio del 2003 e la maggior parte dei Ministri assunse formalmente le funzioni di governo nei giorni successivi.
Durante il periodo del governo di transizione il Presidente Joseph Kabila realizzò progressi significativi nel processo di liberalizzazione della politica interna e nello sforzo di intraprendere la strada di riforme economiche in cooperazione con la Banca Mondiale e con il Fondo Monetario Internazionale. Tuttavia, gravi problemi legati al rispetto dei diritti umani rimasero irrisolti, soprattutto negli ambiti di competenza dei servizi di sicurezza statali e del sistema della giustizia.

A dicembre 2005, circa 2/3 dei cittadini congolesi aventi diritto al voto hanno partecipato al referendum che ha portato all’approvazione della nuova Costituzione. La Costituzione è entrata in vigore nel febbraio del 2006 e ha affidato al Presidente ampi poteri sia in campo legislativo ed esecutivo che militare.
Il 28 novembre 2011, si sono tenute le seconde elezioni multi partitiche da più di 45 anni. Circa 19 milioni di persone hanno partecipato al voto per eleggere il Presidente e i rappresentanti dell’Assemblea Nazionale. L’affluenza alle urne è stata circa del 60%. Molte difficoltà tecniche e logistiche, nonché numerosi incidenti, atti di violenza e intimidazioni si sono verificati durante le procedure elettorali. Gli osservatori interni e internazionali hanno dichiarato che tali problemi tecnici e logistici, insieme con una certa mancanza di trasparenza, hanno provocato gravi carenze nelle procedure elettorali. Secondo la Commissione Nazionale Elettorale Indipendente (CENI) il Presidente uscente Joseph Kabila ha vinto con il 48,95% dei voti, rispetto al 32,33% dei consensi ricevuti dal suo principale antagonista Etienne Tshisekedi.
A febbraio 2012 la nuova Assemblea Nazionale si è riunita per la prima volta e un nuovo Consiglio dei Ministri è stato nominato ad aprile.
Joseph Kabila è sostenuto dal Partito Popolare per la Ricostruzione e lo Sviluppo (People’s Party for Reconstruction and Development – PPRD). La maggioranza parlamentare è formata da una grande coalizione guidata dal PPRD e dai suoi partiti satelliti che supportano il Presidente Kabila.
I principali movimenti di opposizione sono l’Unione per il Progresso Sociale e la Democrazia (Democracy and Social Progress Union – UDPS), il cui leader è Etienne Tshisekedi e il Movimento di Liberazione del Congo (The Congolese Liberation Movement – MLC), il cui leader Jean-Pierre Bemba è attualmente sotto processo presso la Corte Penale Internazionale dell’Aja, dopo l’arresto del maggio 2008 da parte delle autorità belghe.
Le Assemblee Provinciali che sono state elette il 16 gennaio 2007, hanno nominato, a loro volta, i 108 membri del Senato. Ulteriori elezioni provinciali, previste per marzo 2012, sono state rinviate a causa di irregolarità. Le elezioni locali sono state programmate per la fine del 2012 e l’inizio del 2013.
A luglio del 2012 il “signore della guerra” Thomas Lubanga è stato condannato dalla Corte Penale Internazionale a 14 anni di carcere per aver utilizzato bambini soldato nelle milizie ribelli tra il 2002 e il 2003. Ad ottobre del 2012 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha annunciato l’intenzione di imporre delle sanzioni contro i leader del movimento ribelle M23 e contro gli Stati che hanno violato l’embargo sulle armi vigente in RDC. Ci sono state, infatti, denunce circa la fornitura di armi al gruppo M23 da parte del Ruanda e dell’Uganda, anche se entrambi i Paesi hanno negato questa accusa.
A novembre 2012 alcuni miliziani del gruppo M23 sono entrati a Goma ritirandosi poco dopo in seguito alla promessa del governo di liberare alcuni membri del movimento.
Nel febbraio 2013 i rappresentanti di 11 nazioni africane hanno firmato un accordo in Etiopia impegnandosi a contribuire a porre fine al conflitto in RDC. I ribelli del movimento M23 hanno dichiarato un “cessate il fuoco” in vista dell’apertura dei negoziati.
A marzo 2013 il “signore della guerra” e fondatore del gruppo M23 Bosco Ntaganda si è arreso ed è stato trasferito all’Aja per affrontare il processo presso la Corte Penale Internazionale relativo alle accuse per crimini di guerra.
A luglio 2013 l’ONU ha inviato 3.000 uomini delle brigate di intervento per contrastare i ribelli nella parte orientale del Paese.
A dicembre 2013 il gruppo ribelle M23 ha firmato un accordo di pace con il governo dopo la cattura, da parte dell’esercito, dell’ultima roccaforte dei ribelli presente a est del Paese.
A marzo 2014 la Corte Penale Internazionale ha dichiarato il leader delle milizie dell’FRPI (Front for Patriotic Resistance of Ituri) Germain Katanga, colpevole di crimini di guerra per il massacro avvenuto nel 2003 dei civili di un villaggio della provincia di Ituri. Si è trattato di una strage di civili consumatasi nel 2003 nel villaggio di Bogoro, nella provincia di Ituri, nel nord-est del Paese, vicino al confine con l’Uganda. Uomini armati fecero irruzione nel villaggio durante la notte, cogliendo di sorpresa gli abitanti mentre dormivano. Nel massacro vennero uccise circa 200 persone, tutte civili. Le donne sopravvissute vennero prese come schiave di guerra e violentate. La strage si inserisce nel contesto di una guerra tribale durata dal 1999 al 2003 per il controllo delle ricche regioni minerarie del nord-est del Paese.
A maggio 2014, due soldati sono stati condannati per stupro durante il processo per 39 membri dell’esercito accusati di crimini di guerra commessi nella parte est del Paese.
A giugno 2014 le truppe ruandesi e congolesi hanno combattuto ai confini tra i due Stati.
A gennaio 2015 dozzine di persone sono state uccise nel corso delle proteste contro le modifiche alle proposte di legge elettorale, progettate secondo l’opposizione per consentire al presidente Kabila di rimanere al potere.
A maggio 2016 il governatore della regione di Katanga Moïse Katumbi dichiara di volersi candidare alle elezioni presidenziale. In seguito, però lascerà il paese per sottoporsi a delle cure mediche.
A novembre 2016 un accordo politico firmato tra la coalizione di governo del presidente Kabila e l’opposizione per ritardare le elezioni presidenziali fino al 2018 determina le dimissioni del primo ministro Augustin Matata Ponyo e del suo gabinetto, si apre cosi la strada alla possibilità di avere un nuovo governo che includa figure dell’opposizione.
Il 31 dicembre 2016, in seguito alla mediazione della Chiesa cattolica, i rappresentanti della coalizione di maggioranza, dell’opposizione e delle organizzazioni della società civile hanno siglato un nuovo accordo che, tra i vari impegni, stabiliva che il presidente Kabila non si sarebbe ricandidato per un terzo mandato e che le elezioni si sarebbero svolte entro la fine del 2017.
A giugno 2017 l’ONU riferisce che in questi ultimi mesi sono state uccise circa 2.000 persone per motivi etnici nella provincia di Kasai, dove sono state ritrovate numerose fosse comuni.

Ad agosto 2018 scoppia, nel nordest del Paese, un’epidemia ebola. Si stima che sia la seconda crisi ebola più grave della storia.

dicembre 2018 si svolgono le elezioni presidenziali che vedono vincitore il candidato dell’opposizione Félix Tshisekedi, dell’Unione per la Democrazia e il Progresso Sociale. Sono in molti a denunciare brogli elettorali e poca trasparenza.

Il 18 aprile 2019, l’ISIS rivendica per la prima volta un attacco nella Repubblica Democratica del Congo, dopo che due soldati e un civile erano stati uccisi durante una sparatoria a Bovata, vicino alla città di Beni. L’area era al momento colpita sia dalle milizie islamiche sia da una devastante epidemia di Ebola.

Il 19 settembre 2019, l’esercito della Repubblica Democratica del Congo uccide il comandante dei combattenti Hutu ruandesi, Sylvestre Mudacumura, accusato di crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale. Mudacumura era stato il leader delle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR) fin dalla loro fondazione, nel 2000. Le FDLR hanno ripetutamente ingaggiato violenti scontri con le forze governative della Repubblica Democratica del Congo e con i gruppi armati rivali, a tal punto che l’esercito del Ruanda è più volte intervenuto nelle zone di confine e anche oltre le sue frontiere.

Tra settembre e ottobre 2019 nel Nord-Est della Repubblica Democratica del Congo vengono perpetrati una serie di attacchi contro civili, inclusi bambini. Secondo quanto ha riportato la missione delle Nazioni Unite operante nel Paese africano, MONUSCO, la zona è stata interessata da una rinnovata ondata di violenza etnica che vede da una parte la comunità degli agricoltori e dall’altra quella dei pastori. Diversi abitanti hanno deciso di abbandonare le proprie case per sfuggire agli scontri e molti si sono rifugiati nei campi profughi della provincia di Ituri. Gli aggressori hanno attaccato i villaggi e i centri per gli sfollati della regione, inclusa altresì una base temporanea della missione dell’ONU. Gli attacchi che si verificano nella provincia di Ituri colpiscono generalmente i pastori della comunità Hema, da lungo tempo in lotta contro gli agricoltori Lendu. I motivi della discordia sono principalmente la rivendicazione di diritti di proprietà nella regione, il controllo delle risorse naturali e la rappresentazione politica di tutte le comunità. Il conflitto aperto tra i due gruppi, protrattosi dal 1999 al 2007, aveva provocato un numero di morti pari a circa 50.000 individui, aprendo uno dei capitoli più sanguinosi della guerra civile nella Repubblica Democratica del Congo. 

L’11 novembre 2019, le forze di sicurezza della Repubblica Democratica del Congo hanno eliminato anche il nuovo leader dei ribelli Hutu, Musabimana Juvenal, e 4 delle sue guardie del corpo in un’operazione contro uno dei principali avamposti del gruppo nella provincia di Nord Kivu, nell’Est del Paese.

Il 20 novembre 2019, un gruppo di militanti islamisti  ha ucciso almeno 19 persone, rapito diversi civili e dato fuoco ad una chiesa cattolica in una regione orientale del Paese, al confine con l’Uganda. I perpetratori dell’attacco facevano parte di un gruppo islamista ugandese, le Forze Democratiche Alleate. Tale attentato giunge in risposta all’aumento delle campagne militari condotte dalle forze di sicurezza nazionali contro i ribelli dell’area. Infatti, l’esercito della Repubblica Democratica del Congo circa 3 settimane prima aveva cominciato un’offensiva proprio in quell’area. Da oltre due decenni, sono presenti al confine con l’Uganda, le Forze Democratiche Alleate, una delle numerose fazioni armate attive nell’est del Congo a partire dalla fine della guerra, protrattasi nel Paese dal 1998 al 2003. Molti degli attacchi realizzati da questo gruppo armato sono stati rivendicati dall’ISIS, ma i legami tra le formazioni terroristiche non sono ad oggi ancora chiari.

Il 10 gennaio 2020, l’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Uniti ha pubblicato un rapporto nella quale dichiara che i ripetuti omicidi, abusi e stupri e le “violenze barbariche” commesse da un gruppo armato nella Repubblica Democratica del Congo contro un’etnia rivale potrebbero equivalere a crimini contro l’umanità. Pertanto, gli attacchi sistematici e diffusi contro i pastori Hema ad opera degli agricoltori Lendu per i diritti di pascolo e la rappresentanza politica assumono secondo il rapporto ONU tutte le caratteristiche dei crimini contro l’umanità.

Nel febbraio 2020 le Forze Democratiche Alleate, compiono una serie di attentati di matrice islamista nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo che hanno portato alla morte di almeno 62 civili nell’arco di una settimana. Gli attacchi hanno colpito almeno 10 villaggi e sono stati condotti generalmente con coltelli e armi da fuoco.

Il 4 maggio 2020, gruppo armato attivo nel Nord-Est della Repubblica Democratica del Congo ha dichiarato che deporrà le armi e metterà fine agli attacchi contro i civili e l’esercito, dopo la morte del suo leader e l’arresto di altre figure di spicco. Il nuovo capo della Cooperativa per lo sviluppo del Congo (CODECO), Ngabu Ngawi Olivier, ha invitato le forze armate a emanare un cessate il fuoco per consentire l’avvio di colloqui con il governo. La Cooperativa per lo Sviluppo del Congo è un gruppo armato politico-religioso particolarmente attivo nelle regioni del Nord-Est, ricche di oro, ed è abituato a prendere di mira la comunità etnica degli Hema. La maggior parte dei membri di CODECO proviene dall’etnia Lendu. Fondata nel 1978 come cooperativa agricola, l’organizzazione ha l’abitudine di distribuire pozioni mistiche ai suoi combattenti per incoraggiarli a compiere offensive armate. Secondo i dati riportati dall’UNICEF, solo nel periodo tra aprile e maggio circa 150 scuole e 22 centri sanitari sono stati distrutti da gruppi di ribelli islamisti CODECO. L’instabilità del Paese e le continue violenze ai danni dei civili hanno causato nell’arco di vent’anni la fuga di circa 7 milioni di persone.

Il 22 giugno 2020, vicino a Beni si è verificato un attacco ad alcune forze di pace MONUSCO che ha provocato la morte di un militare indonesiano e il ferimento di un altro. .

Il 30 giugno 2020, il re del Belgio Filippo ha espresso il suo “più profondo rammarico” per le “ferite passate” inflitte ai congolesi durante 75 anni di dominio coloniale. Inoltre è stata annunciata l’istituzione di una commissione parlamentare per esaminare il passato coloniale del Belgio.

Il 25 luglio 2020, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato la fine dell’epidemia di Ebola, iniziata nella RDC nell’agosto 2018: le vittime accertate dell’epidemia sono state più di 2.280.

Ad agosto 2020, gli Stati Uniti hanno ripreso la loro cooperazione militare con il Congo, sospesa nel 2018 poiché l’esercito del Congo è stato scoperto a sostenere gruppi armati noti per il reclutamento di bambini.

A dicembre 2020 il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha adottato una risoluzione che estende il mandato di MONUSCO per un altro anno. Tuttavia, la missione ha iniziato a lavorare a un programma di transizione che ne assicuri l’uscita entro i prossimi anni.

Situazione attuale e ultimi avvenimenti 

Il 22 febbraio 2021 alle 10.15 circa locali un convoglio del World Food Pogramme è stato attaccato una quindicina di chilometri a nord di Goma, nell’est del Paese. Nell’attacco sono morti l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere della scorta Vittorio Iacovacci e l’autista congolese Mustapha Milambo. Altre persone della missione, a cui partecipava anche il rappresentante a Kinshasa dell’Unione europea, sono rimaste ferite.

La zona, al confine tra la Repubblica Democratica del Congo e il Ruanda, è considerata estremamente pericolosa a causa della presenza di decine di gruppi armati. In particolare, lì sono presenti le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr), una milizia formatasi nel 2000 dalla fusione di vari gruppi di profughi hutu scappati dal Ruanda dopo il genocidio. Non si escludono però il coinvolgimento di altri gruppi come le Forze democratiche alleate (Adf), una milizia estremista islamica d’origine ugandese attiva dal 1996 che negli ultimi anni ha moltiplicato le violenze contro la popolazione civile e che preoccupa molti osservatori per i suoi possibili legami con organizzazioni come Al Qaeda o il gruppo Stato Islamico.

Il 22 maggio 2021 si è verificata l’eruzione del vulcano Nyiragongo: migliaia di persone sono fuggite in piena notte dalle loro case mentre la lava minacciava Goma bruciando i villaggi. Molti sono stati accolti da famiglie in città e nei dintorni, mentre a migliaia sono fuggiti oltre confine facendo ingresso in Ruanda.

Secondo le autorità, sarebbero almeno 32 le persone che hanno perso la vita in circostanze legate all’eruzione.

A luglio  l’UNHCR ha lanciato un appello alla comunità internazionale per chiedere un immediato rafforzamento delle misure di protezione per i civili nella parte orientale del Paese, dove, nella provincia di Nord Kivu, una serie di attacchi condotti recentemente da un gruppo armato ha costretto alla fuga quasi 20.000 persone. Le azioni dei gruppi armati hanno continuato ad essere perpetrate ai danni dei civili, nonostante il 6 maggio il Presidente della RDC, Felix Tshisekedi, abbia dichiarato lo stato di emergenza nel Nord Kivu e nella limitrofa provincia di Ituri. Oltre 100.000 sono gli sfollati assistiti dall’UNHCR che hanno ottenuto alloggi d’emergenza nel 2020 – e altri 14.000 finora nel 2021 – ma si rilevano ancora esigenze pressanti, dal momento che le aggressioni condotte da gruppi armati nella provincia continuano a costringere le persone a fuggire. A donne e bambini che presentano serie vulnerabilità sono assicurati alloggi, beni di prima necessità e assistenza in denaro.

CONTESTO SOCIO-CULTURALE

La Repubblica Democratica del Congo conta una popolazione di 105.0244.646 abitanti. Comprende più di 200 gruppi etnici di cui il maggioritario è il gruppo Bantu. Il popolo Bantu compone circa l’80% della popolazione e comprende, al suo interno, 4 principali etnie: i Luba (18%), i Mongo (17%), i Kongo (12%) e i Ruandesi Hutu e Tutsi (10%). Esistono anche altre etnie appartenenti al gruppo dei Bantu come i Lunda, i Tchokwé, i Tetela, i Bangala, gli Shi, i Nande, gli Hunde, i Nyanga, i Tembo et i Bembe. Le etnie non-bantu, invece, si dividono in ulteriori 4 gruppi: i Sudanesi, i Nilotici, i Camitici e i Pigmei. Le quattro tribù più numerose sono Mongo, Luba, Kongo (tutte Bantu) e Mangbetu-Azande (Camitici) e costituiscono circa il 45% della popolazione.
Il francese è la lingua ufficiale mentre il lingala è la lingua franca utilizzata nel commercio. Sono diffusi anche i dialetti kingwana (derivante dallo Swahili), kikongo, tshiluba.
Circa il 93% della popolazione è di religione cristiana, di cui il 30% di religione cattolica e il 26% di religione protestante. L’1,3% della popolazione è di fede islamica, il 2,8% appartiene alla Chiesa Kimbanguista, mentre il resto pratica culti animisti e forme di sincretismo religioso.

ORDINAMENTO DELLO STATO

La Repubblica Democratica del Congo ha avuto diverse costituzioni, emendamenti costituzionali e testi provvisori sin dalla sua indipendenza. L’attuale Costituzione è stata approvata, con l’84% dei voti, in un referendum tenutosi a dicembre 2005, ed è entrata in vigore a febbraio 2006, dopo il giuramento del neo-eletto Presidente Joseph Kabila.
La nuova Costituzione prevede che il Presidente sia Capo di Stato e anche Capo delle Forze Armate. È eletto a suffragio universale diretto per un termine di 5 anni, rinnovabile per un ulteriore mandato. Il potere legislativo è esercitato dal Parlamento che si compone di due Camere: l’Assemblea Nazionale (o Camera bassa) e il Senato (o Camera alta). I 500 membri dell’Assemblea Nazionale sono eletti a suffragio universale diretto per un mandato di 5 anni (rinnovabile), mentre i 108 membri del Senato sono eletti indirettamente dalle Assemblee di ciascuna delle 26 Province dello Stato, per un termine di 5 anni (rinnovabile). Il Parlamento non ha il potere di rovesciare il governo mediante il voto di sfiducia.
La Costituzione del 2006 ha riformato anche il sistema giudiziario. L’art. 149 prevede che il potere giudiziario sia indipendente da quello legislativo ed esecutivo.
Inoltre, al fine di migliorarne l’efficienza, la specializzazione e la rapidità, la Costituzione ha diviso il sistema giudiziario in tre giurisdizioni: quella ordinaria (competente in materia civile e penale), quella pubblica o amministrativa e quella costituzionale.
Le Corti di più alto grado sono: la Corte di Cassazione, nell’ambito della giurisdizione ordinaria; il Consiglio di Stato, nell’ambito del diritto pubblico e amministrativo e la Corte Costituzionale in materia costituzionale.
Alcune di queste Corti, come il Consiglio di Stato e la Corte Costituzionale, non sono state ancora istituite, ma le riforme in atto in ambito giudiziario hanno proprio lo scopo di adeguare il sistema esistente a quello previsto dalla Costituzione. Nonostante quest’ultima sottolinei la necessità che la magistratura sia indipendente da altri poteri e influenze, numerosi rapporti descrivono un quadro molto negativo del funzionamento del sistema giudiziario congolese. Uno dei principali problemi è la corruzione diffusa. I giudici non ricevono un compenso adeguato e per questo spesso sono soggetti ad influenze esterne e a coercizione. Il sistema giudiziario è finanziato con meno dell’1% del reddito nazionale e quindi risulta carente di personale oltre che limitatamente presente sul territorio, al di fuori di Kinshasa.

DIRITTI UMANI

LIBERTÀ FONDAMENTALI

Libertà d’associazione e d’assemblea
L’articolo 25 della Costituzione prevede la “libertà di riunione pacifica e non armata, nei limiti del rispetto della legge, dell’ordine pubblico e del buon costume”. Sebbene la libertà di associazione e di assemblea pacifica siano costituzionalmente garantite le autorità ne hanno, spesso, limitato l’esercizio.
L’articolo 26 della Costituzione prevede che “Qualsiasi manifestazione organizzata su strade pubbliche o all’aperto richiede che gli organizzatori informino l’autorità amministrativa competente”. Si tratta di una registrazione preventiva presso le autorità competenti le quali possono decidere di non concedere l’autorizzazione allo svolgimento della manifestazione programmata. In tal caso devono farlo per iscritto ed entro il termine di 5 giorni dalla notifica dell’evento. Le forze dell’ordine spesso hanno agito contro le proteste, i cortei e i raduni non autorizzati. L’anno è stato caratterizzato da un clima d’instabilità politica in relazione alla fine del mandato del presidente Kabila. Le forze di sicurezza hanno risposto alle manifestazioni facendo ricorso a un uso eccessivo della forza e violando i diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica. Il diritto alla libertà di riunione pacifica è stato violato, soprattutto in relazione alle proteste contro l’estensione del mandato del presidente Kabila.
In alcune occasioni, le autorità non hanno concesso l’autorizzazione a tenere manifestazioni, in particolare quelle organizzate dai partiti di opposizione e dai loro sostenitori della società civile. Durante le assemblee pubbliche si sono frequentemente verificati incidenti.
Le autorità hanno proclamato o confermato la messa al bando di qualsiasi protesta pubblica nella capitale Kinshasa, nelle città di Lubumbashi e Matadi e nelle province di Mai-Ndombe (ex provincia di Bandundu) e Tanganyika.
Nonostante le garanzie costituzionali, coloro che hanno cercato di esprimere le proprie opinioni o di esercitare le libertà fondamentali di assemblea e di associazione, sono spesso rimaste vittime di abusi da parte di agenti statali che hanno anche violato la loro incolumità fisica. Le forze di sicurezza hanno regolarmente interrotto proteste pacifiche facendo ricorso a un uso non necessario, eccessivo e talvolta letale della forza, non esitando a sparare gas lacrimogeni e proiettili veri. Nel 2021, 11 attivisti di un movimento giovanile sono stati giudicati colpevoli di reati per aver partecipato od organizzato proteste pacifiche. Inoltre, almeno un centinaio di altri attivisti sono stati arrestati prima, durante o dopo le proteste pacifiche. Le autorità hanno inoltre vietato le riunioni private per discutere di tematiche ritenute politicamente delicate, comprese le elezioni. Le organizzazioni della società civile, così come i partiti politici d’opposizione, hanno avuto difficoltà nel prendere in affitto locali per le loro conferenze, riunioni o altri eventi.

Libertà di espressione e di stampa
La legge tutela la libertà di espressione e di stampa. In particolare, l’articolo 23 della Costituzione
garantisce a tutti “la libertà di esprimere le proprie opinioni e convinzioni, oralmente, per iscritto o attraverso l’uso di immagini, nei limiti del rispetto delle leggi, dell’ordine pubblico e del buon costume”. L’articolo 24, inoltre, garantisce a tutte le persone il diritto all’informazione: la libertà di stampa, di informazione e di diffusione via radio, televisione, carta stampata o mediante tutti gli altri mezzi di comunicazione, sono garantite nel limite del rispetto dell’ordine pubblico, del buon costume e dei diritti altrui. La legge stabilisce le modalità di esercizio di questi diritti”. La Costituzione sottolinea, inoltre, che “i media audiovisivi o a mezzo stampa dello Stato rappresentano un servizio pubblico e l’accesso ad essi è garantito in modo equo a tutti i concorrenti politici e sociali. Alla legge è riservato il compito di garantire l’obiettività, l’imparzialità e il pluralismo di opinioni nel trattamento e nella diffusione dell’informazione”.
Anche se garantite formalmente dalla Costituzione, nella prassi, queste libertà hanno subito pesanti restrizioni, soprattutto nel periodo preelettorale. In generale gli individui possono criticare privatamente il governo, i suoi funzionari e altri privati cittadini senza il timore di subire rappresaglie. Tuttavia, c’è una limitazione dell’esercizio pubblico della critica. Il governo ha operato intimidazioni su giornalisti ed editori inducendo questi ultimi a praticare l’autocensura. Molti sono stati i giornalisti arbitrariamente arrestati. Le critiche pubbliche rivolte al governo o inerenti temi quali la condotta dei funzionari, le decisioni sui conflitti in corso, la gestione delle risorse naturali, la diffusa corruzione ecc… a volte hanno causato risposte molto dure soprattutto da parte dell’Agence Nationale de Renseignements (ANR), l’agenzia d’intelligence nazionale controllata dal Presidente.
Il Consiglio Superiore degli Audiovisivi e della Comunicazione (Conseil Superieur de l’Audiovisuel et de la Communication – CSAC) è l’autorità preposta a garantire la libertà e la protezione della stampa nonché l’equo accesso – per i partiti politici, le associazioni e i cittadini – a tutti i mezzi di comunicazione e di informazione. Nella prassi, tuttavia, il CSAC non è stato in grado di monitorare adeguatamente la totalità dei giornali, delle televisioni e delle stazioni radio presenti nel Paese. Nondimeno, diversi rapporti hanno segnalato la chiusura, ad opera del governo, di alcuni organi di stampa (spesso collegati alle forze di opposizione) durante il periodo elettorale, quando solo il CSAC avrebbe dovuto avere l’autorità di limitare le trasmissioni. Infine, alcune critiche sono state sollevate in merito alla selezione operata dal Presidente sui membri del Consiglio: secondo l’organizzazione JED (Journalists in Danger) – un gruppo che opera a difesa dei diritti dei giornalisti e che ha sede a Kinshasa – sarebbero stati scelti individui non qualificati per riuscire ad influenzare l’azione del CSAC.

La RDC si trova al 149° posto su 180 paesi nell’indice della libertà di stampa mondiale 2021 di Reporters Sans Frontières. Secondo l’ong sotto Joseph Kabila, la violenza contro i giornalisti si è diffusa nella totale impunità e gli istigatori dei dieci omicidi di giornalisti durante la sua presidenza non sono mai stati assicurati alla giustizia. La libertà di informazione è stata ridotta anche online da frequenti interruzioni di Internet o dal blocco dell’accesso ai social media, come è avvenuto durante le più recenti elezioni presidenziali del 2018. 

Sebbene ci sia stato un leggero rallentamento con l’arrivo del nuovo presidente, Félix Tshisekedi nel gennaio 2019, le violazioni della libertà di stampa – inclusi arresti, attacchi, minacce, omicidi e il saccheggio o la chiusura di organi di informazione – continuano a verificarsi a un ritmo allarmante. 

Non meno di 115 violazioni della libertà di stampa sono state registrate nel 2020 da Journalist in Danger (JED), l’organizzazione partner di RSF nella RDC. Diversi giornalisti sono stati arrestati in risposta alle denunce dei governatori provinciali, un corrispondente di RFI è stato citato in giudizio da un ex ministro e molti giornalisti sono stati aggrediti, minacciati o costretti a nascondersi dai gruppi armati nell’est del Paese. Non si hanno notizie anche di un giornalista, anche se un gruppo armato ha detto alla sua famiglia di averlo giustiziato tre giorni dopo averlo rapito. Diversi giornalisti con molti follower online sono stati vittime di campagne diffamatorie. 

Sebbene la crisi del coronavirus abbia comportato alcune violazioni della libertà di stampa, sono state meno numerose di quelle verificatesi durante l’epidemia di Ebola nel 2019. Un direttore di una stazione radio è stato assassinato, mentre la comunità delle stazioni radio è stata minacciata per aver trasmesso messaggi di prevenzione dell’Ebola e quindi non hanno ricevuto alcun sostegno dalle autorità e dalle organizzazioni incaricate di combattere l’epidemia. 

È improbabile che l’impegno del nuovo presidente di trasformare i media in “un vero quarto potere” possa essere realizzato in assenza di misure concrete. L’adozione di una nuova legislazione per sostituire la legge del 1996 che criminalizza i reati di stampa e la creazione di un meccanismo per proteggere e assicurare i giornalisti sarebbero i primi passi essenziali. Senza un’azione decisa, non ci può essere speranza di miglioramento dopo due decenni di continui abusi contro il personale dei media. 

Nella parte orientale del Paese, da decenni colpita da conflitti armati, i gruppi ribelli ricorrono spesso a rapimenti per assicurarsi riscatti, nel tentativo di ottenere il potere nella regione.

Secondo LUCHA (Lotta per il cambiamento), un movimento di cittadini non violento e apartitico, i rapitori si sono spesso serviti di reti di telecomunicazione per intimidire le famiglie delle vittime, chiedere e ricevere riscatti attraverso servizi di pagamento digitale.

LUCHA ha avviato una campagna in tutto il paese per rivendicare i diritti digitali violati da queste aziende di telecomunicazione La richiesta è che questa aziende collaborino con i servizi di sicurezza, per localizzare i rapitori e identificare i loro collaboratori, ai fini di ridurre l’insicurezza , ha affermato la RFI.

Libertà di religione
La Costituzione e le altre leggi della nazione tutelano la libertà religiosa. In particolare, l’articolo 22 della Costituzione dispone che: “a tutte le persone è garantita la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Tutti hanno il diritto di manifestare la propria religione o le proprie convinzioni, individualmente o in gruppo, in pubblico e in privato, attraverso l’esercizio del culto, dell’insegnamento, delle pratiche, attraverso il compimento di riti o seguendo uno stile di vita religioso; nei limiti del rispetto delle leggi, dell’ordine pubblico, del buon costume e dei diritti altrui. La legge stabilisce le modalità di esercizio di queste libertà”.
Il governo ha generalmente operato nel rispetto della libertà religiosa.

Un decreto ufficiale sulla Regolamentazione delle Associazioni Non Profit e di Utilità Pubblica disciplina la costituzione e il funzionamento delle istituzioni religiose. La legge garantisce al Governo il potere di riconoscere formalmente i gruppi religiosi o di sospendere tale riconoscimento, oltre che di decretarne lo scioglimento. Alle organizzazioni non profit, comprese quelle a carattere religioso, è richiesto di registrarsi presso le autorità competenti presentando copia del proprio statuto. Anche i gruppi religiosi stranieri devono ottenere l’approvazione del Presidente attraverso il Ministero della Giustizia. Le associazioni religiose ufficialmente riconosciute, inoltre, devono impegnarsi a mantenere il proprio status di “associazione senza scopo di lucro” e a rispettare l’ordine pubblico. La legge permette l’istituzione di luoghi adibiti al culto e alla formazione del clero. Anche se vige l’obbligo di registrazione, i gruppi non registrati hanno generalmente potuto operare senza grandi ostacoli.

Si sono verificati alcuni casi isolati di abusi sociali o di discriminazioni fondate sull’appartenenza religiosa, sul credo o sulla pratica del culto.

Infine, alcuni rapporti hanno evidenziato il verificarsi di casi di violenza nei confronti di persone accusate di stregoneria. Nel Paese è diffusa la credenza che esistano individui posseduti da demoni o in grado di operare incantesimi su altre persone. Le persecuzioni nei confronti di questi individui, compresi i bambini, è molto comune.

SOGGETTI VULNERABILI

DONNE

Nonostante l’esistenza di garanzie costituzionali, le donne subiscono discriminazioni in tutti gli aspetti della loro vita, specialmente nelle aree rurali. La violenza contro le donne e le bambine, compreso lo stupro e lo sfruttamento sessuale, si è diffusa in modo crescente dall’inizio del conflitto nel 1994.

Anche nell’ultimo anno centinaia di donne e ragazze sono state vittime di violenza sessuale nelle zone di guerra ad est del paese. Anche gli uomini sono spesso vittime di reati sessuali. Lo stupro e altre forme di violenza sessuale sono rimasti endemici e sono stati commessi sia dalle forze di sicurezza governative sia dai gruppi ribelli armati. Spesso la violenza sessuale è stata accompagnata da altre violazioni dei diritti umani, come saccheggi e torture.

Nonostante lo svolgimento di alcuni procedimenti penali, l’impunità risulta ancora diffusa e le vittime spesso vengono sottoposte a minacce e intimidazioni. Le vittime di stupro non ricevono adeguato sostegno e assistenza e continuano a subire lo stigma della comunità. Le vittime di sesso maschile vengono, infine, particolarmente emarginate.

Uno studio dell’ American Journal of Public Health del 2013 rivelava che circa 1,8 milioni di donne congolesi erano state violentate almeno una volta nella loro vita.

BAMBINI SOLDATO

É diffuso il reclutamento e l’uso dei bambini soldato nelle regioni del Nord e del Sud Kivu e nelle province orientali, da parte dei gruppi miliziani ribelli e delle Forze Armate della Repubblica Democratica Congo (FARDC – Armed Forces of the Democratic Republic of Congo).
Il Governo ha fatto alcuni progressi nello sforzo di ridurre l’uso dei bambini soldato, ad esempio attraverso la conduzione di campagne di sensibilizzazione per il personale dell’esercito congolese e per i gruppi alleati, anche mediante il supporto fornito delle organizzazioni internazionali.
Inoltre, alcuni comandanti delle FARDC hanno cercato di rimuovere i bambini dall’esercito indirizzandoli verso le forze della MONUSCO (Missione ONU), dell’UNICEF o di altre organizzazioni umanitarie.
Tuttavia, l’integrazione degli ex gruppi rivoluzionari – compreso il CNDP (Congres National pour la Defense du Peuple, ex gruppo ribelle) – all’interno delle forze armate congolesi ha frapposto molti ostacoli al processo finalizzato a ridurre l’utilizzo dei bambini soldato.
Spesso, infatti, alcuni gruppi anche integrati all’interno delle FARDC, hanno agito separatamente non adeguandosi alle direttive indicate dalle FARDC, compreso, appunto, il divieto specifico di reclutare e utilizzare i bambini soldato.
Nel 2006, le agenzie e gli uffici ONU presenti nel Paese, in collaborazione con il Ministero per gli Affari Esteri congolese, hanno creato (con risoluzione 1612/2005) una task force nazionale per affrontare il problema. La MONUSCO e l’UNICEF sono copresidenti in seno alla task force.

Essa ha il compito di proseguire il programma di sensibilizzazione e di incoraggiare il governo nell’impegno volto a risolvere la questione. Si chiede al governo di ideare un piano di azione per porre fine ai reclutamenti dei bambini nelle FARDC. Il Ministero della Giustizia e dei Diritti Umani e il Ministero della Difesa hanno creato, inoltre, un Comitato congiunto per lavorare alla stesura del piano d’azione. Tuttavia, sebbene le FARDC abbiano formalmente interrotto l’arruolamento di minori nel 2004, da allora non è stato adottato nessun piano d’azione, come era stato richiesto dalle risoluzioni ONU (1539/2004 e 1612/2005).

Sarebbero quasi 8.000 i bambini reclutati dal 2015 e utilizzati da decine di guerriglie, il 40% sarebbero bambini.

Nell’ultimo anno centinaia di minori vengono reclutati nelle file dei gruppi armati, tra cui l’Frpi, i mai-mai Nyatura, le forze congiunte delle Fdlr e la loro ala armata ufficiale Foca (Forces Combattantes Abacunguzi) e l’Unione patriottica per la difesa degli innocenti (Union des patriotes pour ladefense des innocents – Updi). Hanno continuato a essere impiegati come combattenti, ma anche come cuochi, addetti alle pulizie, alla riscossione di tributi e al trasporto di materiale.

LGBT – LESBIAN, GAY, BISEXUAL E TRANSGENDER

L’organizzazione ILGA (The International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association) riferisce che la Repubblica Democratica del Congo rientra tra le nazioni africane dove non esistono leggi specifiche che vietano l’omosessualità o gli atti omosessuali. Tuttavia alcuni rapporti sottolineano che gli individui che manifestano in pubblico la loro omosessualità possono essere perseguiti ai sensi delle disposizioni sulla pubblica decenza contenute nel Codice Penale e delle leggi sulla violenza sessuale. L’omosessualità rimane, infine, un forte tabù sociale.

Frequenti gli episodi in cui le persone transgender sono state torturate dalla polizia, dai militari e dai servizi di intelligence, ai fini di estorcere loro denaro o discriminati in televisione o sui network radiofonici e sugli organi di stampa congolesi.

A luglio 2021 sei attivisti LGBTQ+ sono stati picchiati, minacciati di linciaggio e cacciati dalla città di Kamituga, nel confine orientale della regione. In reazione all’accaduto la Rainbow Sanraise Mapambazuko (RSM), un’organizzazione LGBTQ+ locale ha denunciato queste persecuzioni contro i suoi membri e chiede il trasferimento a Bukavu per garantire la sicurezza personale di ognuno. 

RIFUGIATI

Nonostante la Repubblica Democratica del Congo sia un Paese dove è in atto un conflitto (e sia anche carente nelle infrastrutture) è diventato un luogo di accoglienza per profughi provenienti dal Burundi, dal Rwanda e dalla Repubblica Centrafricana. La guerra, le violenze e le violazioni dei diritti hanno costretto alla fuga più di 960 mila persone.

Attualmente l’Uganda accoglie la maggior parte dei rifugiati congolesi, oltre 432mila persone. Altri si trovano in Burundi  e Tanzania (oltre 79mila in ciascuno Stato) oltre che in Rwanda  (circa 75mila persone), Zambia (più di 61mila), Sud Africa (57.500) e Angola (37mila).

Secondo i dati raccolti nei Global Trends dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugati (UNHCR) nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), le atrocità commesse da gruppi armati hanno portato all’uccisione di più di 2.000 civili nelle tre province orientali del paese. I violenti attacchi perpetrati da gruppi armati, in particolare nella provincia di Ituri, a volte a danno dei i civili sfollati, ma anche nella provincia di Tanganyka, ai danni di donne e bambine, ha aggravato una situazione già complessa.

Il numero di sfollati interni nella Repubblica Democratica del Congo infatti è salito a 5,2 milioni all’inizio del 2021. Ma secondo i dati dell’UNHCR sono stati circa 1,4 milioni gli sfollati interni che sono riusciti a fare ritorno nella loro zona di residenza. Inoltre nonostante le situazioni di conflitto e violenza diffuse in tutto il paese, la Repubblica Democratica del Congo ha ospitato quasi mezzo milione di rifugiati, provenienti principalmente dai paesi limitrofi, tra cui Burundi e Sud Sudan. In particolare 213.329 rifugiati e richiedenti asilo dal Rwanda, 206,346 dalla Repubblica Centro Africana, 55.819 dal Sud Sudan  e 42.725  dal Burundi.

Ad agosto, l’Alto Commissariato dei i Rifugiati ha dichiarato che nella provincia dell’Ituri c’erano 1,7 milioni di sfollati interni; l’agenzia non aveva accesso ad alcune zone della regione a causa dell’insicurezza e dell’impossibilità di viaggiare causati dalla pandemia. Inoltre, per via della mancanza di fondi, il piano di risposta umanitaria per il paese  (Humanitarian Response Plan)  ha potuto assistere solo la metà delle persone bisognose nella provincia dell’Ituri.  

La pandemia ha aggravato la già precaria situazione della popolazione e in particolare dei rifugiati, dei richiedenti asilo e dei migranti in molti stati, in alcuni casi, escludendoli da servizi essenziali o lasciandoli abbandonati a loro stessi a causa del rafforzamento dei controlli di frontiera.

Ad esempio l’Uganda, lo Stato che ospita il maggior numero di rifugiati nel continente africano (circa 1.400.000), all’inizio della pandemia ha chiuso le sue frontiere, col risultato che oltre 10.000 persone sono rimaste abbandonate al confine con la Repubblica Democratica del Congo.

A maggio 2021 è stato dichiarato lo stato di emergenza nel Nord Kivu e nella limitrofa provincia di Ituri a causa delle aggressioni e delle violenze perpetrate dalle milizie armate a danno dei civili. 

Oltre 100.000 sfollati è il numero di persone assistite dall’UNHCR che hanno ottenuto alloggi d’emergenza nel 2020 – e altri 14.000 finora nel 2021 – ma si rilevano ancora esigenze pressanti, dal momento che le aggressioni condotte da gruppi armati nella provincia continuano a costringere le persone a fuggire, molte di queste a più riprese. A donne e bambini che presentano serie vulnerabilità sono assicurati alloggi, beni di prima necessità e assistenza in denaro.

RIEPILOGO DELLE FONTI CONSULTATE

21 Maggio 2015