Terre senza promesse. Storie di rifugiati in Italia – Scheda libro 5

La trama

Dieci rifugiati in fuga dal Corno d’Africa sono riusciti ad arrivare in Italia e a presentare la richiesta d’asilo. Molti gli ostacoli che hanno dovuto superare: dalle persecuzioni nei Paesi di origine ai viaggi disumani nel deserto Sahara; delle carceri libiche alla fuga verso l’Europa su imbarcazioni di fortuna. Eritrea, Somalia, Etiopia sono i Paesi da cui fuggono i narratori, costretti a lasciare le loro famiglie e la loro terra a causa di dittature e di guerre per loro prive di senso. Quello che cercano è un futuro migliore. Dieci storie introdotte da dieci brevi contributi di scrittori italiani che provano a mettersi “nei panni dei rifugiati”: Gad Lerner, Andrea Camilleri, Enzo Bianchi, Erri De Luca, Antonia Arslan, Giovanni Maria Bellu, Giulio Albanese, Amara Lakhous, Melania Mazzucco, Ascanio Celestini.

Avagliano 2011, 115 pp.

Un brano

Quelli in Libia sono stati sicuramente gli anni più duri. Non mi riferisco solo alle botte prese o alle torture subite. Ricordo che nel 2004 Gheddafi aveva stabilito che tutti i prigionieri etiopi ed eritrei fossero deportati in Eritrea. Ci hanno diviso in due gruppi, io facevo parte del secondo. Il primo gruppo è riuscito a dirottare l’aereo e ad atterrare in Sudan. Il governo libico ha abbandonato subito l’idea di far partire la seconda spedizione. Ci hanno semplicemente ributtato in cella, non senza aver prima sfruttato l’occasione di sfogare su di noi la frustrazione per lo smacco subito. Non ho mai visto tanta violenza tutta insieme. Non riesco a trovare le parole, credevo volessero ammazzarci tutti. Ma ripeto, a toglierti il respiro non è tanto quello che subisci in prima persona. Se sei un uomo bene o male riesci a cavartela. È ciò che vedi e ascolti intorno a te. Sono gli sguardi e le urla delle donne. Non sai quanto ho rimpianto il silenzio e l’oscurità che in Sudan rischiavano di farmi impazzire! In Libia ho imparato che esistono uomini che di umano non hanno proprio niente. (p. 42)

L’autore

Il Centro Astalli, sede italiana del Jesuit Refugee Service, dal 1981 offre servizi e attività in favore di richiedenti asilo e rifugiati.
Negli anni migliaia di persone hanno usufruito dei servizi di prima accoglienza (mensa, centri di accoglienza, accompagnamento legale, scuola di italiano) per persone arrivate recentemente sul territorio italiano e di seconda a ccoglienza (supporto all’inserimento lavorativo e alloggiativo per persone che sono già in Italia da qualche tempo).
Tra le categorie che maggiormente si cerca di proteggere vi sono le vittime di tortura. Si tratta di persone che hanno subito carcerazioni extragiudiziali, percosse e violenze tanto fisiche quanto psicologiche e che portano con sé le conseguenze di questi traumi. Dal centro di ascolto e l’ambulatorio medico, negli ultimi due anni, sono passati oltre trecento casi di vittime di torture.
Altri ambiti di intervento importanti del Centro Astalli sono l’informazione e l’attività culturale. Tanti pregiudizi e chiusure sono il frutto di mancanza di conoscenza e soprattutto di contatto con immigrati. Per questo è nata la Fondazione Centro Astalli, che ha come scopo quello di promuovere una diffusa attività di sensibilizzazione su queste tematiche.
Nel corso degli anni l’Associazione è molto cresciuta, come è cresciuta la presenza dei rifugiati. La struttura attuale è suddivisa in diversi settori all’interno dei quali collaborano personale stabile, volontari e giovani in servizio civile.

Temi per la riflessione

• Somalia, Eritrea, Etiopia: da questi Paesi proviene la maggior parte delle persone che salpano dalla Libia per cercare asilo in Italia. Giungono sulle coste del nostro Paese in condizioni disperate, e di loro non sappiamo molto, anzi nulla. L’unica cosa che spesso pensiamo è che sono troppi.
Ma è realmente così? Dalla lettura delle dieci storie del libro si evince che sono molti quelli che tentano di intraprendere un viaggio verso l’Europa, chi ci riesce è una élite di fortunati che rappresenta un’esigua minoranza.
Del resto anche le statistiche ufficiali lo confermano: i rifugiati, protetti dalla Convenzione di Ginevra del 1951, sono persone costrette a fuggire dal proprio Paese a causa di guerre e persecuzioni in cerca di protezione. Chi abbandona la propria abitazione per gli stessi motivi di un rifugiato, ma senza oltrepassare un confine internazionale, è definito sfollato interno. L’UNHCR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, fornisce protezione internazionale e assistenza materiale ai rifugiati in tutto il mondo. Alla fine del 2011 il numero complessivo di persone di competenza dell’UNHCR è di 42,5 milioni; in Europa i rifugiati sono circa 1,4 milioni; in Italia circa 56.000 (dati UNHCR).
Dai dati si evince che moltissimi rifugiati vivono nei Paesi limitrofi a quelli da cui sono dovuti fuggire e nei campi profughi. Solo un piccolo numero riesce ad arrivare da noi perché i viaggi sono troppo costosi e pericolosi.

• Quando sono arrivato in Italia credevo finalmente di aver raggiunto la mia meta, un luogo dal quale non dover più fuggire, un posto dove non aver più paura, ma soprattutto dove sarei stato ascoltato. E invece mi sono accorto che l’Italia non è tanto diversa dal Sudan o dalla Libia. (p. 44)
Per molti rifugiati l’Italia non si rivela un Paese ospitale, anche i protagonisti di Terre senza promesse spesso raccontano delle difficoltà di ricominciare la loro vita qui. Il fatto che l’Italia sia l’unico paese dell’Unione Europea a non avere ancora una legge organica in materia di asilo di certo complica le cose.
Nonostante l’art. 10 comma 3 della nostra Costituzione sancisca che “lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge“, tale principio non è stato mai tradotto in legge ordinaria.

 I motivi della fuga dei protagonisti del libro sono legati alle condizioni in cui versano i Paesi del Corno d’Africa da cui scappano.
La Somalia vive una situazione di conflitto continuo da circa 20 anni, senza una vera autorità nazionale che abbia il controllo del territorio. Il fragile Governo di Transizione, sostenuto dalle forze dell’Unione Africana e dall’ONU, riesce a controllare Mogadiscio e alcune aree del Sud e del Centro del Paese, ma la sua autorità è continuamente minacciata dalle forze ribelli di Al Sahabab. Si tratta di un gruppo estremista composto da circa 3.000 uomini, in gran parte ragazzi adolescenti, votati alla creazione di una nazione retta da una rigida interpretazione della Shari’a (legge islamica). I miliziani di Al Shabab controllano militarmente gran parte delle aree meridionali della Somalia. La situazione di forte frammentazione politica, economica e sociale, ha portato l’ONU a definire quella somala come la “peggiore crisi umanitaria del mondo”.
Eritrea ed Etiopia sono protagoniste di un conflitto le cui radici vanno ricercate, in gran parte, nelle suddivisioni territoriali decise dopo la decolonizzazione.
Nel 1950, le Nazioni Unite fondarono la Federazione di Etiopia e di Eritrea nella quale quest’ultima avrebbe costituito un territorio federale autonomo sotto il dominio della corona etiope.
Ben presto gli equilibri si sbilanciarono a favore dello Stato etiope, rendendo Addis Abeba il centro degli affari economici e politici e provocando una progressiva marginalizzazione e un crescente impoverimento dell’Eritrea. Nel 1962, gli equilibri della Federazione si ruppero totalmente: Haile Selassie (imperatore dell’Etiopia) procedette all’annessione dell’Eritrea. Questo atto di forza segnò l’inizio di una guerra per l’indipendenza che avrebbe caratterizzato le relazioni tra i due Stati per i successivi trent’anni. Nel 1993, l’Eritrea è diventata indipendente ma i rapporti tra i due Paesi continuano ad essere segnati da tensioni molto forti, prevalentemente legate a dispute territoriali su alcune aree di confine.

Per approfondire

• Mare Chiuso (Italia 2012) è un film documentario di Andrea Segre e Stefano Liberti. A partire da maggio 2009 diverse centinaia di migranti africani sono stati intercettati nel canale di Sicilia e respinti in Libia dalla marina militare e dalla guardia di finanza italiane. In seguito agli accordi tra i due Paesi tutte le barche di migranti sono state sistematicamente ricondotte in territorio libico, dove non esisteva alcun diritto di protezione e la polizia esercitava abitualmente abusi e violenze.
Non si è mai saputo ciò che realmente è accaduto ai migranti durante i respingimenti, perché nessun giornalista era ammesso sulle navi e tutti i testimoni sono stati in Libia. Nel marzo 2011 con lo scoppio della guerra, tutto è cambiato.
Migliaia di migranti africani sono fuggiti dalla Libia e tra questi anche profughi etiopi, eritrei e somali che erano stati precedentemente vittime dei respingimenti italiani e che si sono rifugiati nel campo UNHCR di Shousha, in Tunisia, dove i due registi li hanno incontrati.
Nel documentario sono loro a raccontare in prima persona cosa vuol dire essere respinti, sono loro a descrivere esattamente cosa è accaduto su quelle navi. Delle testimonianze dirette che ancora mancavano e da cui emergono le violenze e le violazioni commesse dall’Italia ai danni di persone indifese, innocenti e in cerca di protezione.

• Alcuni dei rifugiati protagonisti di Terre senza promesse, gli operatori del Centro Astalli, che hanno raccolto le testimonianze, così come alcuni degli scrittori che le hanno introdotte, sono disponibili a incontrare gli studenti che partecipano al progetto Finestre – Storie di Rifugiati, per approfondire le tematiche legate al diritto d’asilo.
Ciascuno degli scrittori celebri che ha collaborato al libro è stato scelto perché si era già occupato di temi legati all’attività del Centro Astalli (rifugiati, intercultura, immigrazione, guerre nel mondo…).
Di seguito segnaliamo per ciascun autore (nell’ordine in cui compaiono nella copertina di Terre senza promesse) un libro di cui consigliamo la lettura:
– Gad Lerner, Scintille, Feltrinelli 2012.
– Andrea Camilleri, Il giro di boa, Sellerio 2003.
– Enzo Bianchi, L’altro siamo noi, Einaudi 2012.
– Erri de Luca, Solo Andata, Feltrinelli 2005.
– Antonia Arslan, La masseria delle allodole, Rizzoli 2004.
– Giovanni Maria Bellu, I fantasmi di Portopalo, Mondadori 2006.
– Giulio Albanese, Soldatini di piombo. La questione dei bambini soldato, Feltrinelli 2007.
– Amara Lakhous, Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio, E/O 2006.
– Melania Mazzucco, Vita, Rizzoli 2012.
– Ascanio Celestini, Storie di uno scemo di guerra, Einaudi 2005.

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