Ahlème, quasi francese

La trama
Ahlème (che in arabo significa “sogno”), una ragazza algerina di 24 anni, vive nella periferia parigina con il padre vedovo (che lei chiama, affettuosamente, “il Grande Capo”), rimasto invalido sul lavoro e il fratello sedicenne perennemente a caccia di guai. Tra piccoli lavori temporanei e le code alla prefettura per il rinnovo del permesso di soggiorno, Alhème cerca di sostenere la famiglia in un contesto difficile, popolato da assistenti sociali, spacciatori, delinquenti comuni. In compagnia delle amiche cerca l’amore, ma spesso ne è delusa e si rifugia con sollievo da Tantie Mariatou, una straordinaria vicina di casa, che fa le veci di sua madre, assassinata in Algeria nel 1992. Con le armi dell’ironia, del buon senso e della determinazione Alhème riesce a guardare avanti e a non arrendersi a un presente difficile.

Mondadori 2008, 128 pp.

Un brano
Mia madre e le zie dicevano spesso che un insegnante era come un secondo padre e che aveva tutto il diritto di punirmi. […] Un secondo padre, può sembrare strano. Già conoscevo a malapena il primo. Un signore che lavorava in Francia e ci mandava dei soldi perché mangiassimo dignitosamente e avessimo dei bei vestiti per il giorno dell’A’d-el-Kébir. Lo vedevo due settimane all’anno, quando veniva in vacanza. Non parlava molto, ma mi dava in continuazione banconote da cento dinari perché mi comprassi qualcosa di bello. Io gli facevo un sacco di domande, spesso gli chiedevo com’era trovarsi in aria, come faceva l’aereo a stare lassù… Lui non mi dava spiegazioni scientifiche, rispondeva sempre con delle stramberie, questo me lo ricordo bene. Quando sono arrivata qui, nel paese del freddo e del disprezzo, ero una ragazzina entusiasta e educata, ma in men che non si dica sono diventata una vera peste. […] Ho capito in fretta che dovevo farmi valere, ed è quello che ho fatto. Da allora ho compiuto grandi progressi. Come direbbe qualcuno, sono diventata un perfetto esempio di integrazione (pp. 39-40).

L’autore
Faiza Guène è nata nel 1985 a Bobigny, in Francia, da emigrati algerini di Orano ed cresciuta a Pantin, una banlieu a nord della capitale. A 14 anni realizza il suo primo cortometraggio. Sui banchi di scuola inizia a scrivere il suo primo romanzo e, incoraggiata dal suo professore di francese, trova il coraggio di rivolgersi a una casa editrice, che nel 2002 le pubblica il libro: Kif Kif Domani (Mondadori 2005) è tradotto in 22 lingue e vende milioni di copie. Oggi Faiza Guène frequenta la facoltà di sociologia. Ahlème, quasi francese è il suo secondo lavoro. In entrambi i romanzi sono riconoscibili elementi autobiografici.

Per riflettere, per discutere
Il mondo delle banlieux, descritto da Faiza Guène, è un mondo di ragazzi senza futuro né punti di riferimento. I genitori (quando ci sono) non sono nelle condizioni di vivere appieno il loro ruolo: se anche non sono fisicamente invalidi, come il padre della protagonista, sono assenti o talmente umiliati dalle condizioni in cui vivono, da aver perso ogni credibilità agli occhi dei propri figli. In queste condizioni, ottenere soldi facili attraverso la piccola criminalità diventa una tentazione irresistibile per molti giovani, oltre che un modo di ribellarsi al modello di vita proposto dai propri genitori, che vedono come sconfitti.

“Il giorno della festa arrivò e la morte suonò selvaggiamente alla porta. Venne in gruppo, pose l’occhio su quel piccolo villaggio in cui, almeno per una sera, aveva regnato la gioia. Fu un vero massacro, niente più grida di giubilo, solo urla di dolore. Li assassinarono tutti, anche i bambini, dei bebè come Foued. Non fu nemmeno il solo villaggio ad essere raso al suolo. […] Non ho più rimesso piede in Algeria, non so se per paura o altro. Spero un giorno di avere il coraggio di tornarci, per sentire ancora una volta la sua terra, il calore della sua gente, e dimenticare l’odore del sangue” (pp. 54-55). Tra il 1991 e il 1999 i morti in Algeria sono stati oltre 100.000. Anche se i media occidentali non parlano spesso della situazione algerina, il conteggio delle vittime, soprattutto civili, non si è arrestato del tutto.

“Ho sempre sognato solo di tornarmene a casa. Ogni anno mi dicevo: l’anno prossimo. Poi dicevo: quando sarò in pensione. Poi rimandavo ancora, dicendomi: quando i miei figli saranno grandi. Adesso sono grandi, grazie a Dio, ma non vogliono seguirmi. Dicono che sono francesi e che la loro vita è qui” (p. 105). Tornare in patria è sempre un momento difficile per chi vive da molti anni all’estero: bisogna fare i conti con la propria percezione di se stessi e del proprio passato, ma anche con le richieste e con le aspettative (spesso sproporzionate) di chi è rimasto in patria.

Per approfondire
Anche nel nostro Paese il problema dell’integrazione degli stranieri è molto dibattuto. Una prima considerazione da fare è che spesso l’immagine che gli italiani hanno degli immigrati non corrisponde affatto alla realtà. I rapporti statistici della Caritas sono ottimi strumenti per una lettura migliore del fenomeno.
Il film del regista tedesco di origini turche Fatih Akin, Ai confini del Paradiso (Turchia/Germania 2007) affronta il tema del difficile rapporto delle cosiddette seconde generazioni (figli di immigrati nati in Europa) con i propri genitori e con la madrepatria. Il titolo originale del film, Auf der anderen Seite (“Dall’altra parte”) rende esplicita la sensazione di sdoppiamento e sradicamento che caratterizza queste famiglie.
Ricerca/tesina: Le seconde generazioni dell’immigrazione in Italia. Si può partire dal sito internet www.secondegenerazioni.it, gestito da un’associazione (la Rete G2) fondata nel 2005 da figli di immigrati e rifugiati nati e/o cresciuti in Italia. I mezzi di espressione usati sono tipici dei giovani: un blog, un forum, dei video, persino un fotoromanzo.

Nei panni dei rifugiati: scheda 8.

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