Ho danzato sulle rovine

La trama
In questo diario pubblico, l’autrice racconta in modo diretto e sincero le terribili vicende di un Paese, la Cecenia, devastato dalla guerra, nell’indifferenza della comunità internazionale. La narrazione unisce, in un’apparenza di normalità, la vita e gli interessi di una ragazza come le altre, che indossa volentieri belle gonne e tacchi alti, e la morte, la distruzione, gli arresti, la sparizione di amici. Dodici anni di violenze hanno messo a repentaglio la vita di Milana e della sua famiglia, fino a quando un’associazione non le ha proposto di andare a studiare in Francia. Milana narra la partenza precipitosa da Orechovo poco prima dell’arrivo dei carri armati russi, la vita nelle cantine di Groznyj, il suo bisogno di andare in università a dispetto dei rischi, la fuga in Inguscezia sotto i bombardamenti, l’euforia del periodo «fra le due guerre», le epurazioni, l’insperata partenza per Parigi, la scoperta dell’Occidente, il ritorno in Cecenia… Attraverso questa testimonianza, che Milana ha scelto di scrivere in francese, riusciamo a toccare con mano l’assurdità di un conflitto che è sparito dai titoli dei giornali, ma che continua a mietere vittime.

Corbaccio 2008, 188 pp.

Un brano
“Arriviamo sulla piazza dell’antico palazzo presidenziale. Al posto del palazzo raso al suolo, vedo la colossale statua di Akhmad Kadyrov, con un cappello caucasico issato sul cranio e le mani piene di rosari. Al centro delle rovine “intatte” di Groznyj (si dice che, malgrado i miliardi promessi per la ricostruzione, le rovine sono le ultime cose “intatte” del paese), miliziani armati fino ai denti fanno la guardia a questo monumento nuovo fiammante, ventiquattro ore su ventiquattro, perché nessuno lo faccia saltare. Questa mascherata sarebbe ridicola se non fosse tragica. Stiamo tornando a marce forzate alla peggiore delle epoche sovietiche. Osservo i miei vicini di viaggio per cogliere qualche riflessione o qualche espressione. Niente. La gente di Groznyj non si parla più come prima. Hanno paura. L’autobus, questa agorà cecena, non è che un carro funebre di ombre mute e stanche. Qualche anno fa, sotto le bombe, nelle cantine gremite e umide, pensavo che niente potesse essere peggio. Avevo torto. I bombardamenti massicci e i grandi combattimenti sono certamente finiti, ma il terrore non ha cessato di aumentare. E la politica di “cecenizzazione” del conflitto ha seminato il caos negli spiriti. Le milizie locali ormai gareggiano in crudeltà con l’esercito federale. Le cose erano più semplici sotto le bombe quando noi eravamo i buoni e loro i cattivi” (pp. 153-154).

L’autore
Milana Terloeva, nome d’arte di Milana Bakhaeva, è nata nel 1979 a Orekhovo, in Cecenia. Dopo essersi laureata con il massimo dei voti in giornalismo presso Institut d’Études Politiques di Parigi, Milana ha collaborato con alcune testate quali Le Monde e il Courrier International. Nonostante numerose offerte di lavoro a Parigi, Milana ha scelto di tornare a Groznyj per fondare un giornale indipendente. Non è riuscita a realizzare il suo sogno a causa della censura e delle minacce di morte ricevute. Attualmente sta cercando di aprire un centro culturale europeo in Cecenia e sta lavorando al suo secondo romanzo.

Per riflettere, per discutere
La guerra in Cecenia, nel silenzio quasi totale dei media, è una delle più sanguinose e crudeli del mondo. Le vittime, dal 1994 a oggi, sono centinaia di migliaia e si stima che circa 3000 civili siano “scomparsi” nel nulla, nei cosiddetti “campi di filtraggio” di cui parla Milana. Nel 2000 Mary Robinson, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha presentato un rapporto, in cui si descrivevano testimonianze oculari di omicidi di massa, bombardamenti di colonne di profughi e altre palesi violazioni dei diritti umani compiute dalle milizie della Federazione Russa. Sei anni dopo, ad appena una settimana dalla pubblicazione del libro di Milana Terloeva in Francia, il presidente Chirac conferiva a Vladimir Putin (l’allora presidente della Federazione Russa) la Legion d’Onore, uno dei maggiori riconoscimenti della Repubblica francese.

L’efferatezza del conflitto ha coinvolto anche la parte cecena, come evidenzia il citato rapporto di Mary Robinson (che segnala le violazioni dei diritti umani compiute dalle milizie cecene ai danni della popolazione civile durante l’invasione del Daghestan) e l’autrice stessa constata dolorosamente. L’episodio più drammatico è stato la cattura di un gruppo di ostaggi in una scuola a Beslan, in Ossezia del nord, nel 2004, conclusosi sanguinosamente con la morte di 370 persone fra cui numerosi bambini. “Non dimenticherò mai, scrive Milana, le immagini di quei piccoli che correvano quasi nudi urlando per sfuggire alla morte. Stupefatta, in principio mi sono rifiutata di credere che dei ceceni avessero potuto prendersela con dei bambini, trasgredendo il tabù più profondo della nostra cultura. Ma ho dovuto arrendermi all’evidenza” (pp. 139-139).

Per approfondire
La giornalista Anna Politkovskaja, uccisa nell’ottobre del 2006, nota per i suoi reportage dalla Cecenia e per la sua opposizione al Presidente Vladimir Putin, è diventata un simbolo della libertà di stampa minacciata dal regime. I suoi libri, alcuni dei quali tradotti in italiano, sono un’ottima fonte per avere un punto di vista più completo sulla situazione in Cecenia e, più in generale, nella Federazione Russa. Segnaliamo Proibito parlare (Mondadori 2007) e Diario Russo (Adelphi 2007).

La Cecenia è ricca di petrolio (i suoi giacimenti producono circa 4.000 tonnellate di petrolio al giorno) e di gas naturale. Inoltre sul suo territorio passano due strategici oleodotti russi che portano il greggio e il gas del Mar Caspio al terminal di Novorossisk sul Mar Nero. La produzione e il trasporto delle materie prime sono alla radice di molti conflitti spesso semplicisticamente definiti “etnici” o “religiosi”, in Asia, in Africa e in America Latina. Alcuni esempi sono il Darfur, la Somalia, la Colombia, l’Iraq. Dopo una specifica ricerca, gli studenti potranno individuare su una mappa la dislocazione geografica dei maggiori giacimenti di petrolio e gas naturale nel mondo, per poi metterli in relazione con conflitti recenti o in corso.

Nei panni dei rifugiati: scheda 1 e 4.

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