L’attentatrice

La trama
Un ennesimo attentato a Tel Aviv provoca una strage di giovanissimi: qualcuno si è fatto esplodere in un ristorante. Amin Jaafari, affermato chirurgo arabo israeliano, trascorre tutta la notte in camera operatoria nel tentativo di soccorrere le vittime. Poche ore dopo deve tornare in ospedale. Lo chiamano per riconoscere quello che resta del corpo della moglie: è lei che si è fatta esplodere causando la strage. La vita del dottore va in pezzi. Anche tra i colleghi e i conoscenti di sempre serpeggia la diffidenza, lui non è più lo stimato medico che ha salvato tante vite. È prima di tutto un arabo, un possibile terrorista, o un sostenitore di terroristi. Non solo ha perso fisicamente la sua donna, ma dubita anche di averla mai conosciuta. Chi era in realtà Sihem? Chi o che cosa l’aveva spinta ad avvicinarsi al movimento estremista? Così inizia il viaggio di Amin: un viaggio in senso letterale, verso Betlemme, Nazareth e Jenin, ma anche un viaggio nel mondo a cui apparteneva una volta e da cui si è allontanato, dicendosi che l’integrazione era la soluzione. Obbligato ad immedesimarsi nello squallore e nell’umiliazione quotidiana, cerca di dare un senso all’accaduto: quello che alla fine appare chiaro è che violenza genera violenza, in una catena senza fine.

Mondadori 2006, 232 pp.

Un brano
“Sopra il muretto di recinzione è possibile vedere le luci di Gerusalemme, con i suoi minareti e i campanili delle sue chiese, che quel bastione sacrilego, miserabile e brutto, nato dall’inconsistenza degli uomini e dalle loro incorreggibili carognate, ormai sconcia. Eppure, nonostante l’affronto che le fa il Muro di tutte le discordie, Gerusalemme la sfigurata non si piega. È sempre lì, rannicchiata fra la clemenza delle sue pianure e i rigori del deserto di Giudea, e attinge la propria sopravvivenza alle sorgenti della sua eterna vocazione, alle quali né i re di un tempo né i ciarlatani di oggi avranno mai accesso. Sebbene crudelmente spossata dagli abusi degli uni e dal martirio degli altri, continua a conservare la fede, stasera più che mai” (p. 129).

L’autore
Yasmina Khadra è lo pseudonimo della scrittore Mohammed Moulessehoul, nato nel 1955 a Kenadsa, nel Sahara algerino. Ha rivelato la sua vera identità solo nel 2001, dopo aver lasciato la carriera di ufficiale dell’esercito. Dopo un breve soggiorno in Messico con la sua famiglia, ha chiesto asilo in Francia. Attualmente vive a Aix-en-Provence. I suoi romanzi hanno ricevuto molti riconoscimenti internazionali.

Per riflettere, per discutere
“Dagli anni dell’università cerco di assolvere scrupolosamente i miei doveri di cittadino. Consapevole degli stereotipi che mi espongono sulla pubblica piazza, mi sforzo di combatterli ad uno ad uno, dando il meglio di me e sopportando gi affronti dei colleghi ebrei […]. Fin dal primo anno di università, mi sono reso conto della difficoltà della strada che avevo scelto e degli sforzi titanici che mi attendevano per conquistarmi lo status di cittadino a pieno titolo. La laurea non risolveva niente, dovevo sedurre e rassicurare, incassare i colpi senza restituirli, essere paziente fino allo spasimo per non perdere la faccia” (pp. 90-91). Gli sforzi del dottor Amin sono quelli a cui ogni straniero deve essere disposto per percorrere la strada della cosiddetta integrazione. E, come dimostra la vicenda del medico palestinese, nonostante tutto, davanti a una crisi sono gli stereotipi ad avere la meglio. Nel caso di Amin c’è un’aggravante paradossale: quella di essere straniero nella propria patria.

Il “Muro di tutte le discordie”, la barriera che fisicamente divide Israele dai territori palestinesi, è stato pensato come una soluzione alla violenza. Ma da strumento di difesa si è trasformato in una sorta di arma: dato che il muro non passa lungo la frontiera, ma nel profondo del territorio palestinese, decine di migliaia di contadini palestinesi sono stati separati dai loro campi, alcuni villaggi sono circondati da ogni lato dal filo spinato e gli abitanti vivono di fatto una condizione di reclusione a cielo aperto. Nel luglio 2007 la Corte internazionale di giustizia dell’Aja ha definito il Muro “contrario al diritto internazionale” e avrebbe domandato il suo smantellamento. Gli israeliani obiettano che, dalla sua costruzione, gli attacchi terroristici sono diminuiti del 90%.

Per approfondire
Il conflitto israelo-palestinese oltre che lungo e sanguinoso è anche particolarmente carico di implicazioni ideologiche. Le sue rappresentazioni sono spesso sbilanciate da una parte o dall’altra ed è difficile districarsi tra la ricca bibliografia esistente, di livello molto diverso. Sempre utili sono le inchieste che cercano di approfondire il punto di vista di entrambe le parti in causa, come Muri, lacrime e za’tar. Storie di vita e voci dalla Palestina, di Gianluca Solera (Nuovadimensione, 2008). Attraverso incontri con l’attivissima società civile, con vescovi e professori, profughi e coloni, militanti e gente comune, l’autore ricostruisce il quadro di una terra confusa e spaccata. Il particolare che emerge tragicamente dal reportage è la totale, reciproca ignoranza tra giovani israeliani e giovani palestinesi.

Il cinema è certamente un prezioso mezzo espressivo e divulgativo che può aiutare a comprendere contesti ed avvenimenti reali. Negli ultimi anni molti registi israeliani e palestinesi hanno realizzato cortometraggi e lungometraggi per dare visibilità alle loro iniziative concrete per la pace, ma anche per fornire letture originali del conflitto, più vicine alla vita quotidiana della gente comune. Nelle rassegne periodicamente organizzate da Associazioni o Istituzioni culturali è possibile vederne alcuni, ma segnaliamo anche il progetto Ticho, che raccoglie sul web (http://www.tichofilm.com) un database ogni giorno più ricco di lunghi, corti e documentari che non hanno visibilità nelle sale, e in molti casi neanche nell’home video. Tra le opere in catalogo pertinenti al tema ricordiamo Arna’s Children (Israele/Olanda, 2003) di Juliano Meir Khamis e Daniel Daniel, dedicato al Freedom Theatre, il teatro per bambini creato nel campo profughi di Jenin nel 1989 da Arna Meir Khamis, madre del regista e coraggiosa attivista pacifista israeliana; Bilin my love di Shai Carmeli Pollak (Israele/Palestina 2006), che racconta la storia di un piccolo villaggio palestinese che cerca di resistere alle forze di occupazione israeliane usando la nonviolenza; Bridge Over The Wadi (Israele, 2006) di Barak & Tomer Heymann, che mostra come due anni dopo l’inizio della seconda Intifada un gruppo di genitori palestinesi ed ebrei abbiano fondato una scuola binazionale e bilingue nel villaggio palestinese di Ara in Israele.

Nei panni dei rifugiati: scheda 1.

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